Assassin’s Creed: Valhalla | Dopo God of War è un rischio rivolgersi agli dei norreni?

È troppo presto per esprimersi, è chiaro, ma una considerazione va fatta in virtù di alcune prese di posizione, già abbastanza forti, che stanno avanzando in queste ore, dall’annuncio di Assassin’s Creed: Valhalla, il capitolo della serie Ubisoft ambientato in epoca norrena.

Il pensiero più comune che sto leggendo sui social si può riassumere così: “È impossibile raggiungere la qualità di God of War nella rappresentazione della mitologia norrena, ma dove vuole andare Assassin’s Creed?“.

A mio modo di vedere, queste considerazioni lasciano il tempo che trovano perché la risposta è nell’interpretazione che si vuole dare al contesto narrativo e scenico; in questo, Assassin’s Creed e God of War hanno sempre dimostrato di essere agli antipodi concettualmente. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Il confine tra storia e mito

Assassin’s Creed sta alla storia come God of War sta al mito. Detta così è fin troppo semplicistica come soluzione del “problema”, ma non si va lontanissimi dalla realtà. È meglio però cercare di capire che cosa si intende per interpretazione del contesto storico/narrativo. La serie Ubisoft concentra i suoi sforzi da decine e decine di capitoli sull’accuratezza del contesto storico ostentando, però, una pseudo-fedeltà che le consente di collocare i personaggi sul palcoscenico come se fossero degli attori teatrali, senza badare al loro vero ruolo nella storia.

Da Leonardo da Vinci a Machiavelli, dai Borgia a Socrate, i grandi della storia vengono reinterpretati e vestiti dei panni di servitori della sceneggiatura Ubisoft. È comunque la storia il punto di partenza, la fonte della rappresentazione narrativa e scenica.

E allora Medusa? E che c’entra il Ciclope? Non sono personaggi storici. Ebbene, proprio qui entra in gioco l’interpretazione di cui parlavo. Origins e Odyssey hanno senza dubbio creato un po’ di confusione, hanno mischiato le carte in tavola e hanno fatto da spartiacque, non solo per quanto riguarda il gameplay, ma anche dal punto di vista della ricerca della fedeltà storica.

La mitologia di Assassin’s Creed è la mitologia di God of War? Assolutamente no. Perché quella di AC rimane comunque storia. Non ne siete convinti? Cerco di spiegare la mia posizione in merito. Con l’inserimento di personaggi della mitologia greca/romana e dei cicli epici, Ubisoft ha operato un cambiamento nell’interpretazione del contesto storico-narrativo. Le società in cui sono ambientati Origins e Odyssey – Antico Egitto (periodo tolemaico) e Antica Grecia (431 a.C.) – erano caratterizzate da un profondo fervore religioso.

Si professavano religioni politeiste in cui ogni elemento della natura, ogni evento fortunato o nefasto, ogni singola sfaccettatura dell’animo umano venivano spiegati con un “è il volere degli dei“. Prima di andare in guerra, si ascoltavano gli Oracoli, la possibilità che potesse esserci un intervento divino era quasi più importante delle forze dispiegate sul campo di battaglia.

In un contesto di questo tipo, è normale che il divino divenisse reale, concreto, non più principio esclusivamente ultraterreno. Nel nuovo corso di Assassin’s Creed, pertanto, la realtà storica viene interpretata come indistricabile dall’elemento divino ed epico.

E gli Isu? Nel contesto narrativo di Assassin’s Creed, gli Isu rappresentano una civiltà antichissima che ha abitato la Terra prima della razza umana. Minerva, ad esempio, è la prima della sua stirpe, non è da identificare con la dea romana (la sua controparte greca era Atena). Pertanto, non è mitologia, è comunque storia, ma rivisitata in chiave, se vogliamo, fantascientifica, fattore che, effettivamente, può far storcere il naso (e infatti non sto negando che, nel tempo, la storia di AC sia diventata un guazzabuglio). Impropriamente, gli Isu potrebbero essere accomunati ai Grandi Antichi, la cosmologia di Lovecraft, d’altronde, nella mente dello scrittore americano, è qualcosa di vero e concreto, basti pensare all’espediente letterario del Necronomicon, uno pseudobiblion il cui ritrovamento fa supporre al lettore che la mitologia di Lovecraft, in realtà, sia storia.

Mantenendoci sul percorso tracciato dai videogiochi, gli Isu possono essere associati ai Razziatori di Mass Effect, dunque, non entità astratte, ma concrete nella rappresentazione del contesto storico-narrativo di quell’opera.

L’interpretazione invece che ci viene fornita in God of War (sia nella “trilogia greca” più gli spin-off sia nel capitolo ambientato nei Nove Regni ) è che si tratti proprio di mitologia. Non c’è un fattore umano preponderante, se non come incipit della trama – Kratos che chiede il favore divino in battaglia e diventa lui stesso un essere quasi onnipotente in cerca di vendetta. Bayek, Kassandra e Alexios restano confinati nella loro natura umana, invece Kratos si muove in un contesto che neanche si sogna di osservare le debolezze dell’umanità.

Ciò che vediamo in God of War non ha velleità di realismo, di interpretazione storica, è mitologia ed epica allo stato puro. Mai potremo credere di essere di fronte a fatti storicamente scrupolosi, il gioco stesso non vuole che la nostra interpretazione vada in quel verso. God of War è fantasy per sua scelta, Assassin’s Creed è storia che si affaccia anche sull’incredibile cercando però di tramutarlo in qualcosa di plausibile.

Questo giro di parole per dire cosa? Che il rischio che abbiamo descritto nel titolo e nell’introduzione non esiste, perché l’ambientazione vichinga di AC non potrà mai essere interpretata similarmente a God of War.

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