State of Play, non mi aspettavo il sesso, ma almeno un bacino…

speciale sullo state of play

Io non voglio passare per un tipo venale, anche se forse lo sono, però dopo una serata romantica le aspettative sono sempre molto alte ed è qui che casca sempre l’asino: sulle aspettative che poi ti fregano e ti fanno sentire ridicolo e un po’ sciocco. Dopo ore passate ad ascoltare quanto fosse gentile il suo ex, dopo una cena che avrebbe sfamato il Mozambico, dopo mille film (di cui la metà diretti da Salieri) fatti nella propria testa, uno alla fine di tutto si aspetta che qualcosa si faccia, se poi non accade, oh, per carità, pazienza, ma madre santissima, almeno un bacino…

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Ecco, immaginate di trasferire queste aspettative sullo State of Play che è andato in scena il 25 febbraio: non vi sentireste presi in giro? La colpa sarà mia, eh, non lo nego, perché con la penuria di console (io non ho ancora una PS5), con poche uscite all’orizzonte, pensavo che questo evento avrebbe rappresentato una sorta di rassicurazione, una virata verso lidi felici fatta apposta per convincere gli utenti ad acquistare la piattaforma Sony, a seguito di restock che avrebbero messo fine alle lacrime di chi ne vuole una e alle vomitevoli speculazioni degli scalper. E invece, questo State of Play fa sorgere una sola domanda: perché? Cioè, perché dare un appuntamento galante se sai già che non si combinerà nulla? Sì, ok, la mia parte materialistica sta venendo fuori prepotentemente, ma avete capito il senso, no? Perché chiedere ai futuri acquirenti di un tuo prodotto di aspettare un certo orario e una certa data, di mettersi comodi per mezz’ora, se sai già che non gli farai vedere nulla?

Lo ribadisco, la colpa sarà di chi si aspetta qualcosa, non lo metto in dubbio, ma spesso e volentieri chi si aspetta qualcosa non vuole la luna. Io da questo State of Play non mi aspettavo Metal Gear Solid Remake che meriterebbe un’occasione molto più speciale, non mi aspettavo Silent Hill perché i tempi non sono mai davvero maturi, nonostante gli insider della domenica facciano a gara a chi la spara più grossa, non mi aspettavo GTA 6, non sono così folle da pensare che Rockstar non voglia più mungere quella vacca di GTA V, non mi aspettavo Ghost of Tsushima 2 in tempi così brevi, ma una via di mezzo sì. Non credo di essere un pervertito videoludico per questo.

Alla fine della serata, Sony come ci ha lasciato? Con una faccia da fessi, diciamocelo. Almeno io personalmente sarò stato un fesso a pensare che Horizon: Forbidden West potesse essere uno dei piatti forti, perché se vuoi mostrare il pettorale o la coscia che fa capolino dallo spacco vertiginoso, lo devi fare bene e con il sequel della avventure di Aloy l’eccitamento dei giocatori sarebbe arrivato al diapason del cervello (cit.). Fesso io a credere alla possibilità di vedere God of War: Ragnarok, non dico la data di rilascio, non dico un gameplay, ma almeno una cinematica di dieci secondi in cui Kratos ammicca a favore di telecamera, fa il gesto dell’ombrello a un draugr, che ne so. Niente.

Ancor più credulone a pensare di poter vedere allo State of Play di Sony delle NUOVE esclusive Sony. Non sia mai. Anche titoli minori, eh, indie, robetta dei Playstation Game Studios, macché, figuriamoci se per vendere una console mostri esclusive inedite fino a oggi. Anacronistico, oggi ci sono i servizi, c’è Days Gone che arriva su PC, le esclusive fanno tanto 2008. Dunque, cosa abbiamo visto allo State of Play? Perlopiù giochi di cui già sappiamo abbastanza e update.

Crash Bandicoot 4 arriva su PS5 con 4K nativo e 60 FPS. Bellissimo, meraviglioso, apoteosi, ok. La stessa sorte per Final Fantasy VII Remake, il cui update ha messo fine all’evento, la ciliegina sulla torta, il bocconcino più dolce, ok. Si è fatto rivedere per l’ennesima volta Deathloop, l’action di Arkane Studios in uscita il 21 maggio, sembra figo, divertentissimo, ok. Ah, Oddworld Soulstorm, niente da dire, alzo le mani, per chi ha vissuto l’epoca PS1 è sicuramente un ritorno gradito, però lo sapevamo da un pezzo che Abe ci avrebbe fatto di nuovo visita, adesso conosciamo la data, ottimo, però, boh, ok.

La next-gen si è fatta sentire solo con Returnal, gioco però di cui eravamo già a conoscenza, anche la data fu annunciata a suo tempo. Sarà un rogue-like con effetti sparafleshati in faccia senza sosta, uno sparatutto interessantissimo, l’unico titolo presentato allo State of Play che uscirà unicamente su PS5, ma sono un fesso se speravo che non fosse quella la portata principale? Solar Ash è simpatico, sembra un po’ The Pathless e un po’ Haven; non spreco il mio tempo invece a delineare le caratteristiche (ne ha?) di Security Breach, la versione PS5 di Five Nights at Freddy’s.

Davvero abbiamo aspettato per questo? Davvero abbiamo assistito per mezz’ora a uno spettacolo che se fosse stato spacciato per la replica di un evento di tre mesi fa, ci avremmo creduto senza porci domande? Anzi, qualche domanda bisogna farsela perché c’è qualcosa che non va nella comunicazione di Sony, e non si tratta di essere viziati, si tratta di essere chiari con il pubblico. Esiste una clientela, bisogna farci i conti quando si è azienda quotata in borsa. Il dubbio che viene a me è che Sony i giochi “grossi” non li voglia presentare a causa di problemi nella distribuzione di nuove unità, perché non ci saranno a breve nuovi restock, quindi è inutile mostrare al pubblico la ciccia, tanto non potrebbe giocarci senza una PS5.

Se è così, perché sottolinearlo con uno State of Play vuoto di contenuti? Esistono i comunicati stampa per notizie di secondo piano, alla Sony lo sanno? Troppe domande, troppi dubbi. Quando un evento ti lascia più quesiti che certezze, significa che qualcosa è andato storto. Ci saremmo accontentati di poco, sul serio, anche di un solo annuncio pesante, uno solo, anzi, avrebbe spiccato ancora di più in una serata del genere.

Ne bastava uno per farmi godere, davvero, non volevo il sesso sfrenato, ma almeno un bacino.

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Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

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