Ripensare il videogioco tra diorami e poesiole: la nostra recensione di Dragon Quest VII Reimagined 

Dragon Quest VII Reimagined

Noi crediamo fermamente che Square Enix ce la stia mettendo veramente tutta per evitare di far andare in escandescenza gli appassionati di Dragon Quest, complice anche un dodicesimo capitolo che non si sa che fine abbia fatto. 

Per cercare di dare agli appassionati di quella che storicamente è una delle saghe videoludiche più importanti del mondo orientale, la compagnia Giapponese sta portando avanti un’interessante operazione a lungo termine fatta di restauri di vecchi videogiochi: ben tre capitoli di Dragon Quest sono stati riproposti in salsa “moderna”, tra imponenti miglioramenti tecnici (con uno stile HD2D tra i migliori di sempre) e aggiornamenti di carattere ludico.

Dragon Quest VII Reimagined è un ulteriore step avanti in questo contesto, visto anche il complesso materiale di partenza. Nato su Playstation 1 fuori tempo massimo per la console (2000, lo stesso anno di Final Fantasy IX per capirci) e approdato successivamente su 3DS con un remake nel 2015, il settimo capitolo della saga di Enix è stato fin da subito considerato quasi come la pecora nera del brand. Vuoi per un livello di difficoltà più elevato rispetto ai capitoli precedenti, vuoi anche (e sopratutto) per una sua scarsa accessibilità: per completare la storia base del gioco, giusto per capirci, erano necessario più di 100 ore di gioco, con una progressione molto severa fatta di NPC specifici con cui parlare, pixel hunting e menu crawling come se piovesse.

Dragon Quest VII Reimagined di cui andiamo a parlare oggi si è posto fin dal suo annuncio un obbiettivo chiaro: trasformare in un possibile punto d’ingresso per la saga per un neofita, anche se chissà se questa possa essere una mossa intelligente.

Un Dragon Quest tra marionette e digitale

Dragon Quest VII Reimagined

Senza dubbio la prima cosa di Dragon Quest VII Reimagined a colpire è il comparto estetico: a differenza di quanto fatto con i precedenti “remake” di Square Enix, qui non abbiamo a che fare con una pixel art filtrata o con lo stile HD-2D che è diventata un marchio di fabbrica per una parte di mercato, bensì con una scelta coraggiosa: marionette scansionate con tecniche fotogrammatriche e digitalizzate per l’occasione. Il risultato finale è quello di un look materico, che da vicino ricorda l’esperimento dello splendido Fantasian di Hironobu Sakaguchi ma che ha una marcia in più grazie a un budget maggiore.

Non tutto funziona perfettamente, parliamoci chiaro: alcuni personaggi possono scatenare l’effetto “uncanny valley” n quanto dotati di uno stile visivo realistico ma per la stragrande maggioranza dei casi parliamo di una scelta vincente da parte di Square Enix. Durante il corso del gioco si esplorano montagne di dungeon e luoghi visivamente molto fascinosi, con modelli poligonali puliti e texture dettagliate che aiutano a costruire uno dei mondi più visivamente coesi e fascinosi dell’estetica “classica” del JRPG: un traguardo non da poco per un videogioco vecchio d’oltre vent’anni.

Un avventura dal ritmo indigesto?

Dragon Quest VII Reimagined
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La storia di Dragon Quest 7 è la storia della curiosità umana che ha la meglio su tutto il resto; il protagonista e il suo migliore amico, il principe Kiefer, scoprono che il loro mondo in realtà una volta ospitava una moltitudine di isole e altri continenti; loro, abituati a una quotidianeità gradevole in quel di Estard, iniziano a mettere insieme i pezzi necessari per permettere la ricomparsa di queste isole sparse viaggiando nel tempo, in un passato prima della catastrofe che cambiò per sempre i connotati della loro terra.

Niente cattivo da affrontare quindi, o almeno non prima di DIVERSE DECINE DI ORE DI GIOCO: soltanto un mondo da restaurare e da scoprire, sebbene con tempi e ritmi che potrebbero non essere compatibili con i desideri dei giocatori. L’originale Dragon Quest VII era arcinoto agli appassionati di JRPG per essere uno dei videogiochi più “lenti” presenti sul mercato: la sola introduzione, il tutorial per come si dice oggi, durava qualcosa come tre ore; una cifra completamente incompatibile con i gusti dei giocatori moderni ma anche soltanto con quello che siamo abituati a giocare. Square Enix ed HEXADRIVE hanno capito bene tanto sia questo che tanti altri problemi di ritmo sparsi durante tutto il corso del gioco, andando a comprimere alcuni segmenti in favore di un pacing più interessante e coinvolgente.

Dragon Quest VII Reimagined
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Non siamo sicurissimi che questo processo sia del tutto riuscito perché, a conti fatti, DQ7 continua a essere un mastodonte nel si muove con una certa flemma nella sua evoluzione; questa lentezza è direttamente collegata al concept alla base di buona parte del suo gioco. La restaurazione delle molteplici isole di cui è composta l’avventura, infatti, è un processo che vede il giocatore esplorare un paio di volte buona parte dei dungeon a fronte di ricompense di trama e di gioco (in senso di risorse, armi, monete e così via) non adeguate, almeno per quelli che sono gli standard moderni.
i fatto questo crea un effetto curioso per cui il gioco, se preso a piccole dosi, è molto più gradevole di quanto si possa fare se giocato invece in una singola sessione. Fortunatamente questa storia “lenta” viene sinceramente aiutata da una montagna di personaggi tra principali e secondari che, pur non sempre memorabili, aiutano il flusso del racconto con un pizzico di varietà e qualche momento che, francamente, può vantare il potere di scaldare il cuore.

Come si gioca?

Dragon Quest VII Reimagined
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Tutto bene ma quindi il gameplay? Dragon Questi VII Reimagined come si distanza da quel catafalco del suo predecessore? Beh, innanzitutto trasportando nel presente tutta una serie di migliorie e intuizioni che la compagnia ha testato e ritestato durante il corso degli ultimi dieci anni di sviluppo. Un esempio: è stato rimosso il “grinding” attraverso l’introduzione di selettori per aumentare o diminuire l’esperienza e i soldi ricevuti alla fine di ogni battaglia o la possibilità di curare automaticamente tutti quanti i personaggi al termine di ogni scontro; dal 3DS il gioco riprende anche la rimozione degli incontri casuali in favore dei nemici ben visibili a schermo, la cui aggressività è modulabile con un comodo comando nel menù delle opzioni.

Tutto questo serve a rendere digeribile un gameplay a turni classico che più classico non si può, con un job system chiamato “vocazioni” che permette ai vari personaggi di interpretare determinati ruoli, ottenendo bonus e malus derivanti dalla vocazione scelta. Una novità rispetto al passato è il “moonlight system”, che permette al giocatore di selezionare contemporaneamente due vocazioni per un personaggio, permettendo quindi combinazioni in grado di aumentare il power level dei personaggi e le cose che questi ultimi possono fare.

Dragon Quest VII Reimagined
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Altra aggiunta rispetto al passato, anche questa in grado di cambiare le carte in tavola nella costruzione delle battaglie e dei personaggi, è la presenza di poteri speciali attivabili in battaglia in maniera semi-randomica, un po’ come accadeva in Dragon Quest XI con i potenziamenti pep. Ogni vocazione ha il SUO potere speciale, con effetti particolari che vanno ben oltre il “fai tantissimi danni” o “cura tutto il tuo party in un colpo solo”; il bardo, ad esempio, può azzerare il consumo di MP del party per qualche turno, il ladro può attaccare ripetutamente finché infligge status alterati e così via: tutte scelte che permettono di ribaltare battaglie o costruire interessanti strategie di gioco.

Il gioco è stato anche ribilanciato dal punto di vista della mera difficoltà e, anzi: forse è anche troppo facile rispetto a quanto sarebbe lecito aspettarsi dal “capitolo più difficile dell’interno brand”. Considerando che tra le aggiunte previste da questa edizione Reimagined ci sono alcuni dei superboss dei capitoli HD-2D recentemente usciti, siamo più che sicuri che si siano lasciati le cose difficili per ultime.

L’ombra lunga del passato tra tradizione e anacronismi

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Restano da discutere un paio di elementi: uno considerato la storia di Dragon Quest, l’altro invece considerato una strana stortura rispetto tutti gli sforzi profusi nell’aggiornare l’esperienza di gioco.  Le musiche di Dragon Quest VII Reimagined sono… le solite musiche di Dragon Quest? Koichi Sugiyama è stato un compositore praticamente monolitico durante tutto il corso della sua carriera, con arie pompose e melodie di stampo barocco: DQ7R non fa eccezione, se non fosse che Square Enix ha fatto ri-orchestrare sostanzialmente tutto ottenendo un ottimo risultato, estremamente fedele alle composizioni originali ma con una qualità audio impossibile per le release precedenti del gioco. Musica promossa SE E SOLO SE vi piace Koichi Sugiyama (in redazione abbiamo anche qualche fiero critico dell’autore in questione).

Ultimo elemento da tenere in considerazione: il menu crawling. Reimagined ha tutta una serie di accorgimenti per permettere una gestione più attenta dei menu con influenze anche importanti sul gameplay. Se nell’originale le vocazioni si potevano cambiare SOLTANTO TORNANDO IN UN EDIFICIO SPECIFICO, in questa versione del gioco è necessario utilizzare un oggetto specifico all’interno di un menu per poterle cambiare ma questa non è esattamente la più furba delle idee: non conveniva semplicemente poterlo fare dal menu di stato del personaggio? Discorso simile si potrebbe fare per diversi altri dettagli: che senso ha velocizzare buona parte del battle system quando non posso velocizzare la schermata di visualizzazione delle ricompense? Sono indubbiamente piccolezze ma che stridono un po’ con il mastodontico livello di cura e aggiornamento riposto nei confronti

Conclusioni

Dragon Quest VII Reimagined partiva con una missione veramente complicata: rendere edibile il capitolo più spigoloso della storica saga di giochi di ruolo giapponesi; un proposito quasi del tutto riuscito se non fosse per le unicità del titolo in questione, che mal si scontrano con quello che al giorno d’oggi consideriamo buon ritmo e game design. Esteticamente è un piccolo gioiello, di quelli che scaldano il cuore e sicuramente sarà in grado di fare breccia nei cuori di chi cerca un titolo per perdersi un centinaio d’ore in un altro mondo, con tutte le regole e le unicità del caso.