Come probabilmente molti di voi lettori sanno nel 2019 uno dei migliori modi che un’ azienda ha per farsi conoscere è rappresentato dalla pubblicità tramite gli influencer, figure di spicco in vari social che portano con se un seguito di migliaia e migliaia di persone.

Epic Games Store, il neonato concorrente di Steam, sembra puntare molto sulla questione proponendo anche una serie di funzionalità e di opzioni per permettere alle software house di semplificare  il loro rapporto con gli influencer.

Tutto questo ha, però, scatenato anche una serie di polemiche da parte di una serie di figure molto importanti nel mondo videoludico che definiscono il sistema come una fabbrica di corruzione.

Vediamo insieme cosa diavolo è successo.

Da Steam Spy a Epic Games Store.

Tutto è partito nel corso dei giorni scorsi quando, all’interno dell’ormai notissimo forum di ResetEra, un utente ha postato il resoconto di un podcast russo che vedeva la partecipazione di Sergey Galyonkin. Questo nome è tutto fuorché nuovo all’interno dell’industria videoludica: Galyonkin è noto al pubblico per aver dato la vita a Steam Spy e per aver iniziato a lavorare per Epic Games dei cambi nelle impostazioni della privacy per Steam.

In tale Podcast l’informatico russo ha spiegato a grandi linee come dovrebbe funzionare l’influencer marketing all’interno dello store di Epic Games: uno sviluppatore può fornire all’influencer un numero a suo scelta di copie del titolo per permettere la creazione di contenuti ad-hoc; l’influencer stesso può però guadagnare attraverso la presenza di un link referreal con delle percentuali decise dai singoli team di sviluppo.

Questa tecnica, sebbene piuttosto comune nell’influencer marketing di oggi era ancora abbastanza estranea ai grandi store di videogiochi: soltanto GOG permetteva il piazzamento di link referreal, e solo in caso di partership selezionate attraverso un complicato iter.

Criticità dell’idea di Epic Games Store.

La presenza di determinati link referreal, secondo molte personalità del mondo dei videogiochi, renderebbe gli influencer vincolati all’azienda che stanno pubblicizzando, vedendosi azzoppati i guadagni in caso di pubblicità negativa. Secondo molti questo potrebbe trasformare tutte quante le recensioni che vediamo al momento circolare su luoghi come Youtube in semplici consigli (forzati) per gli acquisti.

A descriverne in modo davvero crudo le criticità è stato poi Jeff Minter, storico sviluppatore inglese famoso per i suoi videogiochi psichedelici, al momento al lavoro con la sua software house LLamasoft.

“Fermi tutti, per far recensire qualcosa sull’Epic Games Store devo, in pratica, corrompere qualcuno e posso anche amministrare in modo del tutto legale le mazzette date?
Già dobbiamo vedercela con problemi come la maledizione dei 69P, dei giochi Free-to-play, e mille altre di queste menate; vogliamo davvero aggiungere a tutto questo il fatto che per avere un po’ di pubblicità dobbiamo obbligatoriamente “corrompere” degli influencer?”

La presenza di simili accordi inoltre mette in pericolo anche qualcos’altro: i siti di rivendita di Key si ritroverebbero qualcuno che compete direttamente con loro per quanto riguarda il piazzamento di link referreal: siamo passati dalle famose console war ad un qualcosa che potremmo semplicemente definire come store war, ovvero la lotta tra diversi marketplace per la supremazia sul mercato.

Steam, se si vuole rimettere in carreggiata, dovrà inventarsi qualcosa di davvero interessante.

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