Little Goody Two Shoes | Recensione (PC) | Un fiabesco orrore tra anime anni ’80 e pixel art

Little Goody Two Shoes. A leggere il titolo del nuovo gioco sviluppato da Astralshift e pubblicato da Square Enix, verrebbe da pensare all’omonima fiaba della seconda metà del ‘700 a opera di John Newbery: una di quelle a lieto fine, con una morale fondata sull’elogio della rettitudine e il buono cui può portare se la si segue senza mai cedere ad altro. In questo caso non potremmo essere più distanti, perché ad aspettarci dietro un’estetica anime anni ’80 e una pixel art molto gradevole a vedersi è un’avventura dalle marcate tinte horror; soprattutto, una di quelle in cui le nostre decisioni sono fondamentali per sopravvivere, in un villaggio roso dal sospetto e i cui abitanti hanno l’accusa piuttosto facile.

Protagonista della storia è Elise, una giovane vivace e ambiziosa il cui sogno non potrebbe essere più semplice: diventare schifosamente ricca. Oltre ogni misura. Abbandonare una vita di privazioni che le sta stretta, ora che la nonna è venuta a mancare, dimenticare le umili origini che la costringono a piegarsi ai capricci degli abitanti del villaggio per avere di che vivere. In fondo è un sogno comprensibile, il suo. Innocuo persino. Forse irrealizzabile. Oppure no. Dalle profondità della foresta, qualcuno ha prestato orecchio al suo desiderio: un benefattore dimenticato, il cui prezzo potrebbe tuttavia rivelarsi troppo alto da pagare. Fin dove sarà disposta a spingersi Elise pur di lasciarsi alle spalle la sua odiosa vita?

C’era una volta…

Little Goody Two Shoes è un gioco semplice ma non per questo privo di quelle piccole accortezze che rendono ogni nostro passo una scommessa contro il futuro che ci aspetta. Ogni giornata di Elise si divide in due macro momenti, il giorno e la notte: dall’alba al tramonto, avremo specifici segmenti in cui compiere determinate azioni, dal lavorare per guadagnare il denaro necessario a sfamarci al migliorare il nostro rapporto con tre diverse ragazze (sì, le romance sono solo saffiche); quando cala il sole e torniamo alla sicurezza della nostra casa per dormire, è in quel momento che gli incubi la fanno da padrone spingendo Elise in un mondo nascosto dietro il velo della realtà. Pensate alla Dark Hour di Persona 3: in questo gioco prende il nome di Witch Hour ma il concetto è lo stesso, con la differenza che Elise non combatte gli orrori che si nascondono nel buio. Non in modo canonico, almeno. A questo però arriveremo con calma, iniziamo dalla sua giornata tipo.

Niente è meglio del pane appena sfornato!

Essendo Elise di umili origini, e avendo vissuto isolata assieme alla nonna, non è molto integrata nel villaggio di Kieferberg, pur essendo costretta a far parte della comunità per evitare di essere sospettata di stregoneria. Questo implica prender parte alle funzioni domenicali ma, soprattutto, svolgere diversi lavori commissionati dagli abitanti per racimolare abbastanza denaro da non morire di fame. Mantenerla sempre a stomaco pieno o quasi è fondamentale, perché se è vero che l’indicatore della fame tende a calare compiendo specifiche azioni (lavorare, ad esempio) è altrettanto vero che ci sono casi in cui si svuota anche solo per lo scorrere del tempo: raggiungere lo zero significa morire di stenti senza possibilità di appello e ripartire dall’ultimo salvataggio manuale.

Se pensate sia semplice bilanciare questo aspetto, siate pronti a ricredervi: i cibi, persino i più semplici come il pane, hanno il loro prezzo e i soldi guadagnati dipendono da quanto bene abbiamo lavorato. Ciascuna mansione è un vero e proprio minigioco di diversa complessità, con una valutazione piuttosto rigida il cui grado massimo richiede un certo impegno da parte nostra. La loro disponibilità varia con il trascorrere della giornata ma il gioco fa sì di indicarvi la presenza di un nuovo lavoro e la mappa farà il resto, segnandovi dove andare. Che si tratti di raccogliere uova o mele, giocare a una sorta di rimpiattino oppure tagliare ciocchi di legno, Elise non sta mai con le mani in mano. Ne va della sua sopravvivenza, del resto.

No Elise, non si taglia la capretta.

Se non volessimo spaccarci la schiena per qualcuno, potremmo trascorrere del tempo con una delle ragazze che rappresenteranno la componente romance del gioco (o anche più nell’arco dello stesso giorno, sta a voi gestire il vostro tempo): una misteriosa viaggiatrice che Elise si ritrova di punto in bianco per casa, la figlia di uno degli abitanti e, infine, la giovane suora. Ciascuno di questi personaggi ha sette appuntamenti cui prendere parte, nessuno dei quali risulta mai banale o scontato, andando ad approfondire in modo molto interessante la relazione con Elise. Affinché l’appuntamento vada a buon fine dobbiamo scegliere la risposta corretta, in pur stile visual novel. Ovviamente non si può decidere in autonomia quando incontrarci con una delle ragazze, l’invito deve venire da loro e sì, a volte si accavallano perché altrimenti sarebbe troppo facile gestire la nostra quotidianità. Considerata la varietà di interazioni e anche le conclusioni cui può portare approfondire una relazione o un’altra, il livello di rigiocabilità è piuttosto alto anche solo per questo. Se poi teniamo conto che Little Goody Two Shoes ha dieci finali, capite da voi quante partite si possono fare.

Lavorare, intrattenere relazioni sociali, ripetere da capo. Cosa ci vuole? Ah, se solo una ragazza del villaggio fosse pronta a fare la spia su un vostro segreto, obbligandovi a condividere il vostro cibo con lei per… aspettate, è proprio così. Per non farsi mancare nulla, gli sviluppatori hanno aggiunto anche questo non troppo piccolo intoppo: per evitare di far crescere il livello di sospetto, dovete sottostare alle richieste di questa ragazza, ogni giorno diverse e spesso esose. Personalmente, dopo la prima volta mi è stata talmente antipatica che l’ho presa a male parole senza nemmeno pormi il problema: certo, questo ha creato non poche difficoltà ma, per controbilanciare, è possibile ogni giorno parlare con gli abitanti del villaggio (in genere quelli più impiccioni) per arrivare a un dialogo a risposta multipla che, rispondendo correttamente, permette di far calare il livello di sospetto. Rimane un equilibrio sul filo del rasoio ma proprio non potevo sopportare il personaggio spione e la sua bocca larga. Ho preferito prendermi un rischio e ho apprezzato che il gioco non ti obblighi davvero a soddisfare queste richieste.

Lo stile è un po’ un tuffo nella nostalgia.

Quando cala la notte

Se le complicazioni del giorno non vi bastano, aspettate venga notte per trovarvi letteralmente in uno scenario da incubo. Nel sottilissimo confine tra sogno e realtà, dove comunque la sua vita è in pericolo, Elise dovrà sopravvivere alle creature che inizieranno a darle la caccia mentre indaga più a fondo sui misteri che circondano la foresta e sul misterioso benefattore, nonché sulle condizioni da soddisfare per incontrarlo. Little Goody Two Shoes non ha un sistema di combattimento, preferendo invece poggiarsi sulla risoluzione di vari enigmi per sopravvivere alla notte e ai suoi orrori. Serve una buona dose d’ingegno, nulla che possa davvero bloccarci, ma ancora una volta dovreste prestare attenzione sia alla fame di Elise sia alla sua salute e sanità mentale.

All’inizio, il gioco ci illuderà mostrandosi piuttosto generoso nell’offrirci le risorse adeguate, proseguendo ci accorgeremo tuttavia come queste eventualità si facciano sempre più rare. Non è semplice bilanciare correttamente ciò di cui Elise ha bisogno per non morire, a maggior ragione perché riposare non ripristina nulla e dobbiamo pensare sempre al giorno dopo prima di chiudere i conti con la notte; ciononostante, la costante presenza di punti di salvataggio rende la possibilità di dover rifare da capo una parte meno pressante di quanto sarebbe altrimenti. A patto che ovviamente siamo inclini a farlo: il gioco ce lo ricorda, di salvare, se poi noi preferiamo la sfida poi non dobbiamo lamentarci se qualcosa non va secondo i piani.

Scappa scappa scappa scappa!

Complice la pixel art, o il fatto che Elise sia pressoché indifesa contro gli orrori che la tormentano e si debba affidare soprattutto all’ingegno, Little Goody Two Shoes mi ha piacevolmente ricordato i giochi della serie Yomawari – tutti a mio avviso meritevoli, con solo il terzo a essere un poco più debole dei precedenti due. A riprova che non serve avere una grafica super realistica, e ancora meno servono i jump scare telefonati, il lavoro svolto da Astralshift è la prova che ci sono diversi modi per inquietare, strisciando nel nostro subconscio senza farcene rendere conto subito. A volte, le situazioni di questo tipo non dipendono nemmeno da creature sovrannaturali di per loro: persino alcuni personaggi sono in grado di mettere tensione. Basta saperli gestire e qui ne abbiamo la prova. In generale, comunque, non è l’orrore a farla da padrone quanto il mistero e va bene così: il bilanciamento è stato gestito a dovere per creare un’esperienza dove la narrazione è il vero filo conduttore. Cogliamo alcuni non detti di ciò che potrebbe aspettare Elise ma il fatto di non essere davvero sicuri se andrà così o meno è proprio quanto ci spinge a proseguire, a vedere se le nostre intenzioni potranno flettersi come la piega che prenderanno gli eventi.

A colpire maggiormente, tuttavia, è l’equilibrio che gli sviluppatori hanno trovato per fondere bene assieme stili artistici e atmosfere tanto diverse. Quello ci viene presentato è un mondo ricco, curato nei minimi dettagli e sfaccettato, al punto che esplorarlo a fondo ci premia con più particolari di quelli che si sarebbe aspettati. Poco importa che, magari, visiteremo una schermata una singola volta in tutto il gioco, nulla è stato trascurato ed è proprio per questo che Kieferberg e i suoi dintorni, di notte come di giorno, funzionano: non si percepisce mai un vero scollamento, neppure quando la realtà attorno a noi cambia in modo radicale. Non c’è soluzione di continuità, gli eventi e gli scenari scorrono con una naturalezza che arricchisce ancora di più l’esperienza; il tutto accompagnato da una colonna sonora in pieno accordo agli eventi, che si tratti di orecchiabili melodie in 8 bit o tracce più d’atmosfera.

Conclusione

Little Goody Two Shoes è un gioco molto bilanciato tanto nel gameplay quanto nella storia, dove solo in rarissimi casi si percepisce una pressione un po’ eccessiva nel dover gestire Elise e la sua sopravvivenza. Gli elementi horror ci sono ma non risultano mai eccessivi, o predominanti, in modo che la narrazione segua un proprio corso senza mai perdersi a favore di facili spaventi. I puzzle si fanno a mano a mano più impegnativi, mentre la necessità di mantenere un basso profilo con gli abitanti del villaggio e al contempo non morire di stenti tengono il giocatore sempre sul chi vive in questo piccolo ma non troppo esercizio di microgestione. Il mondo di gioco è finemente curato, i personaggi sono carismatici e ben approfonditi, le meccaniche semplici da capire ma, nonostante tutto, impegnative fino alla fine. Little Goody Two Shoes è un horror che non ti aspetti e da cui, una volta cominciato, troverai difficile staccarti.

PRO

  • Storia intrigante e aperta a diverse strade
  • Il gioco presenta poche e chiare meccaniche
  • Stili artistici e musiche differenti perfettamente uniti

CONTRO

  • La microgestione di Elise a volte può essere pressante

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8.5

Storia - 8.5 / 10

Grafica - 8.5 / 10

Longevità - 8.5 / 10

Gameplay - 8 / 10

Sonoro - 8 / 10