Chronicle of Innsmouth: Mountains of Madness | Recensione (PC)

Arkham, Massachusetts, 1933.

Caro diario, queste potrebbero essere le ultime righe che scrivo.

Strani segnali mi circondano, sento un male antico e terribile avvicinarsi sempre più, la mia mente inizia a vacillare sotto la spinta delle cose che ho visto, come in una di quelle storie dell’orrore pubblicate su Weird Tales, scritte da quel tale di Prov…”

Questa, se fossimo davanti a un qualsiasi altro videogioco tratto dal buon HP Lovecraft, sarebbe una bella intro ambientata ricca di ammiccamenti e in grado di strizzare l’occhio ai racconti del Solitario e di introdurci nel giusto mood. Peccato che nel caso di Chronicle of Innsmouth: Mountains of Madness la cosa non possa funzionare, perché Chronicle of Innsmouth non è un gioco nato per spaventare usando i topoi di HPL, ma qualcosa di più: un interessante omaggio alla storia del videogioco punta-e-clicca e in quello dell’horror.

Curiosi?

Bene!

Chronicle of Innsmouth: benvenuti negli anni ’90!

Chronicle of Innsmouth (che abbrevieremo talvolta in CoI) è un’avventura grafica che potrebbe appassionare due tipi di giocatori: gli estimatori delle atmosfere di H.P. Lovecraft, alle cui storie si rifà, e quelli cresciuti con i punta-e-clicca della LucasArts e i suoi derivati (uno fra tutti: Hollyood Monsters di Pendulo Studios).

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Cosa potrebbe mai andare storto?

Ora, immaginatevi la scena: estimatore del genere annoiato e con una voglia matta di spendere soldi per un po’ di retrogaming, mi viene in mente di mettere le mani su Chronicle of Innsmouth, un gioco punta e clicca tutto italiano (che bello!) che promette di trascinare il giocatore nel cupo New England di H.P. Lovecraft attraverso un gameplay da classico del genere. Una storia horror pura, condita con concetti come sanità mentale, orrori ancestrali e terrori inestirpabili.

E invece? E invece una volta installato il gioco mi rendo conto di avere di fronte tutto tranne che il solito omaggio ai miti di Cthulhu, che negli ultimi anni hanno fatto ben più di una comparsa nel videogioco d’avventura. La serie di Chronicle of Innsmouth-di cui Mountains of Madness è il secondo capitolo-è infatti un’avventura grafica che ha fatto una scelta radicale, contaminando l’universo lovecraftiano con una formula ludica che omaggia fedelmente lo spirito della golden age di LucasArts.

Ma a questo arriveremo fra un attimo.

Prima di tutto, sappiate che in CoI interpreteremo bizzarro detective Lone Carter, sopravvissuto a una avventurosa spedizione nella cittadina di Innsmouth (narrata nel primo episodio), dal momento del suo ritorno nella cara vecchia Arkham per fare rapporto al professor Armitage sull’indagine che gli aveva commissionato nel primo gioco della serie.

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Ovviamente però, nessun investigatore privato di Arkham può dormire sonni tranquilli, e quindi il nostro eroe si ritrova presto a dover indagare su un sanguinoso omicidio che ovviamente ha a che fare con strani culti, inquietanti simboli esoterici e altre specialità della letteratura del buon HPL. È questo l’inizio di un’avventura che, ricalcando i capolavori del genere (penso ovviamente a Indiana Jones and the Fate of Atlantis, ma anche ai giochi di Pendulo Studios come l’indimenticabile Hollywood Monsters) ci condurrà in giro per il mondo in location esotiche e a loro modo bizzarre e persino in altri tempi.

Un gioco “filologico”

Ora, fissiamo un punto forte: Chronicle of Innsmouth: Mountains of Madness è un gioco che nella sua voglia di omaggiare il passato fa ben pochi compromessi, presentando un gameplay e una veste grafica che sembrano usciti direttamente dal 1992 e dall’età d’oro di LucasArts.

Preparatevi quindi a trovarvi davanti un’avventura grafica pura, pura fino al midollo, che si rifà a un preciso stilema sia nella veste tecnico-artistica (con un 2D meravigliosamente rozzo, che punta sull’effetto vintage) che nel gameplay, costituito dal classico schema “passa il cursore in ogni parte dello schermo e analizza tutto ciò che è cliccabile”. E aggiungiamoci anche la soundtrack, tutta meravigliosamente retrò e per questo “meravigliosamente monotona”.

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Credetemi, non si tratta di uno scimmiottamento rozzo: io, vecchio veterano delle avventure grafiche (ho le prove: questo speciale, di qualche mese fa), ho davvero ritrovato nel gioco di PsychoDev alcuni feels che non credevo di poter sentire a quasi vent’anni di distanza dalle prime giocate in compagnia di Guybrush Treepwood o di Gabriel Knight. Non si tratta di una tirata retorica o nostalgica, credetemi. Nella sua ricerca della ricreazione di un gioco vintage, il team di sviluppo è riuscito ad avvicinarsi a quel mood, anche proponendo dei meccanismi ludici non proprio intuitivi ma con un certo “valore” per i fan storici.

Per esempio, più volte giocando mi sono ritrovato di fronte a punti risolti “a casaccio”, combinando oggetti ed elementi dell’ambiente di gioco attraverso un sano meccanismo di trial-and-error, a volte anche abbastanza bizzarri. Un approccio che, se oggi potrebbe essere bocciato per il suo “fattore casualità”, nel periodo storico che ha influenzato PsychoDev era invece una dinamica comune e chiara e la cui riproposizione quasi scalda il cuore.

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Signori e signore, la Miskatonic University!

Si tratta di una scelta radicale-lo ripeto-che punta a un pubblico ben preciso e che soprattutto appare incredibilmente coraggiosa, fino  a poter risultare “autolesiva”. Per quanto costruire un gioco sulla base di classici ben rodati possa apparire una scelta saggia e che può condurre a buoni esiti, decisioni creative di questo tipo possono arrivare a tagliare fuori fette di pubblico, che potrebbero ignorare la loro natura di omaggi voluti e non apprezzarle.

PsychoDev non si è sottratta alla sfida di costruire un gioco così di nicchia, anzi ha riprodotto-fedelmente-quello schema.

Cosa dire?

Chapeau.

Fra le pagine di Lovecraft

Domanda che qualcuno potrà porsi: ma alla fine quanto è lovecraftiano Chronicle of Innsmouth?

Molto, e con stile.

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Chi ha giocato a Il Richiamo di Cthulhu troverà citazioni a iosa

A partire da un prologo che riprende a piene mani Alle Montagne della Follia (uno dei pochi veri romanzi brevi di Lovecraft, ambientato in un Antartide inquietante e ricco di orrori), il gioco di PsychoDev intesse una tela di riferimenti incrociati, fra location che i fan riconosceranno subito (come la Miskatonic University di Arkham) e personaggi presi di peso dal corpus letterario.

Certo, come già detto chi si aspetta un gioco “lovecraftiano” vero e proprio, basato su principi forti di quel campo ludico (la già citata “sanità mentale”)rimarrà deluso, ma Chronicle of Innsmouth, come detto, è una sorta di bizzarro shake fra due miti pop come la letteratura dell’uomo di Providence e i giochi di Ron Gilbert e compagnia, volto a costruire un omaggio sì, ma simpatico, scanzonato e fatto di citazionismo amorevole verso uno scrittore amato da molti.

CoI è un’avventura grafica per palati particolari, che potrebbe appassionare due tipi di giocatori: i lettori di H.P. Lovecraft, alle cui storie si rifà, e le avventure grafiche della LucasArts e i suoi derivati (uno fra tutti: Hollyood Monsters di Pendulo Studios). Si tratta di un’opera di pura filologia videoludica, un omaggio alle avventure grafiche di quel momento storico, con tanto di grafica in 2D e ironia sarcastica, che non teme di stridere con la seriosità di Lovecraft. Quindi, in caso siate alla ricerca di un’avventura proveniente da un’altra epoca o di un’occasione per sentirvi nostalgici, sarete a casa vostra. In caso contrario, potreste ritrovarvi spaesati.

Articolo a cura di Fabio Antinucci

30 anni (anagraficamente, in realtà molti di più) ha alle spalle esperienze come copywriter, redattore multimediale e critico cinematografico, letterario e fumettistico, laureato con una tesi triennale su Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan e una magistrale su From Hell di Alan Moore.
Appassionato di letteratura horror e fantastica, divoratore di film di genere di pessima lega (ma ha nel cuore pezzi da novanta come Kubrick, Mann e Kurosawa), passa le sue giornate fra romanzi di Stephen King, graphic novel d’autore e fascicoletti di Batman.
Scrive (male) da una vita, e ha pubblicato un romanzo breve (Cacciatori di morte) e due librigame (quelli della saga di Child Wood).
Crede che il gioco sia una forma di creazione e libertà, capace di farti staccare la spina e al contempo di far riflettere, ragionare, commuoverti e socializzare. Per questo gioca di ruolo da dieci anni (in particolare a Sine Requie, D&D, Vampiri la Masquerade e Brass Age) per questo adora perdersi di fronte alla sua Play.
È innamorato del videogioco grazie a Hideo Kojima e al primo Metal Gear Solid, al quale ha giurato amore eterno, ma col tempo ha imparato ad amare gli open-world, gli action-adventure, gli rpg all’occidentale, i punta e clicca, a una condizione: che raccontino una bella storia.

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