Atelier Firis the Alchemist of the Mysterious Journey – Recensione

Recensione di Gianluca “DottorKillex” Arena

Secondo capitolo della trilogia iniziata con Atelier Sophie, Atelier Firis the Alchemist of the Mysterious Journey è l’ultima fatica di Gust, pubblicata, come di consueto, da Koei Tecmo, e pronta a deliziare i fan della serie con una nuova eroina, la Firis del titolo, un affinamento delle rodatissime meccaniche alchemiche e un’accresciuta enfasi sull’esplorazione, che risultava un po’ limitata in alcuni degli episodi usciti negli ultimi anni.
Basteranno queste caratteristiche a conquistare fasce più ampie di pubblico o questo JRPG è destinato ancora alla sua nicchia di appassionati?
Per scoprirlo non vi resta che continuare a leggere.

I want to break free

Se fossimo nati, come la protagonista Firis, in una cittadina scavata all’interno di un monte, dalla quale è proibito uscire ed entrare in libertà, se non per poche e selezionate personalità, probabilmente vorremmo fuggire con tutte le nostre forze, proprio come lei.
La frustrazione della nostra eroina proviene anche dal fatto che a sua sorella maggiore Liane, neo maggiorenne, è permesso andare e venire a piacimento, visto che, in qualità di cacciatrice, deve spingersi al di fuori dei confini di Ertona per procacciarsi selvaggina.
Fortunatamente per Firis e per il giocatore (sai che noia un gioco basato in un solo villaggio?), le cose stanno per cambiare radicalmente, e dinanzi alla nostra protagonista si stanno per schiudere le porte di un viaggio lungo ed entusiasmante, seppure non privo di pericoli: sua sorella si unirà a lei, e, a dare la stura agli eventi, ci saranno anche Plachta e Sophie, star del precedente capitolo, a testimoniare un legame più stretto di altre volte con l’episodio dell’anno prima.
Atelier Firis può essere fruito tranquillamente anche da quanti non conoscano la serie di Gust, meglio specificarlo, ma, più che in altre occasioni in passato, aver portato a termine Atelier Sophie può portare dei benefici riguardo alla comprensione di alcuni risvolti secondari della trama e, ovviamente, alla dimestichezza con alcune dinamiche di gioco.
Anche stavolta, come da tradizione per la saga, l’intreccio in sé non lascerà segni indelebili nelle menti e nei cuori dei giocatori, intriso com’è di buoni sentimenti e di personaggi abbastanza bidimensionali, ma alcuni scambi di battute garantiranno quantomeno qualche sorriso, e la trama riuscirà a non mettere il bastone tra le ruote alle consolidate meccaniche che da un ventennio caratterizzano il franchise, molte delle quali tornano in grande spolvero in questo capitolo.
La tematica del viaggio viene affrontata con leggerezza, e, come in tantissimi altri JRPG, diviene un mero strumento per mostrare la crescita interiore di una giovane donna, che affronta un mondo colorato e pieno di novità da scoprire.
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Aria di cambiamento

I due cambiamenti nel gameplay che balzano immediatamente all’occhio sono di quelli che non ti aspetti, l’uno perché rappresenta una prima volta all’interno della serie e l’altro, invece, perché è un ritorno che non tutti gradiranno: parliamo della possibilità di accedere alla fase di creazione alchemica in prossimità di uno qualsiasi dei numerosi punti di ristoro sparsi per la mappa e del reinserimento del limite temporale che aveva caratterizzato praticamente tutti gli episodi della serie fino al penultimo.
Partiamo dalla prima novità: avendo costruito un mondo di gioco aperto ed interconnesso, molto più vasto delle singole aree cui era possibile accedere durante le sezioni di esplorazione nei titoli precedenti, il team di sviluppo ha pensato di permettere di allestire la tenda alchemica praticamente dovunque, potendo così accedere alla fase di creazione degli oggetti istantaneamente.
Parliamo di un cambio epocale per una saga che ha sempre consentito il ricorso all’alchimia solamente all’interno delle città: il ritmo di gioco se ne giova enormemente, consentendo al giocatore di gestire meglio i tempi e le risorse e di imporre il proprio ritmo all’avanzare della trama principale e delle missioni secondarie; l’unica restrizione è rappresentata dalla barra della stamina, che è possibile rinnovare dormendo, e che si consuma man mano che esploriamo in giro per il mondo, all’esaurimento della quale il giocatore viene trasportato in città, perdendo nel processo gran parte di quanto fin lì raccolto.
Nonostante le mappe siano poco ispirate e la loro povertà denoti la scarsa esperienza degli sviluppatori in tema di open world, girovagare liberamente, decidendo quando è il momento di tornare alla base e quando, invece, quello di dedicarsi alla scoperta e alla raccolta, rappresenta una libertà non da poco, controbilanciata dalla seconda novità summenzionata (che è più che altro un ritorno al passato), ovvero la reintroduzione di un limite temporale entro il quale ottenere le tre lettere di raccomandazione necessarie per il completamento della quest primaria.
Sebbene i ragazzi di Gust abbiano optato per un compromesso, visto che la quantità di tempo a disposizione è più che sufficiente anche per portare a termine una manciata di missioni opzionali, riteniamo che, in concomitanza con il passaggio ad un open world, questa scelta sia controproducente, e aggiunga un fattore di urgenza che mal si sposa con la natura sbarazzina e disimpegnata del gameplay.
La struttura del titolo passa anche attraverso un sistema di combattimento a turni abbastanza basilare, che non ha goduto di stravolgimenti rispetto al passato: i membri combattenti sono ancora quattro, ed è adesso possibile scegliere quale di loro assorbirà i danni diretti alla protagonista, alquanto gracilina.
Il livello di difficoltà degli scontri è ancora tarato verso il basso e, nonostante la possibilità di concatenare attacchi di gruppo, siamo nell’ambito del già visto, con scontri che non annoiano ma nemmeno entusiasmano, sottolineando, ancora una volta, come la creazione di oggetti sia il vero cuore della produzione.

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La PS3 vive ancora

Se c’è un aspetto in cui il passaggio ad un simil-open world finisce con il sembrare un passo più lungo della gamba è, purtroppo, quello tecnico: se già sulla console di scorsa generazione di Sony la serie Atelier arrancava, mossa da un motore grafico che era evidentemente figlio dell’epoca d’oro su PS2, sull’attuale ammiraglia della compagnia giapponese le magagne sono ancora più evidenti.
Al di fuori dei modelli poligonali dei protagonisti, gradevoli e ben curati, la quasi totalità del resto del mondo di Atelier Firis delude: le texture delle superfici, in particolare, sono piatte e statiche, creando stacchi anche molto visibili durante le cutscene con il motore di gioco, ma anche gli NPC, i mostri e gli elementi dello scenario (alberi, rocce, abitazioni) non sono assolutamente all’altezza di quanto visto  durante il ciclo vitale di PS4.
L’accresciuta ampiezza delle location, poi, ha creato qualche inciampo al framerate, che, se generalmente è solido sui sessanta frame per secondo, durante i nostri test ha zoppicato tanto in prossimità dei centri abitati più animati quanto durante alcune battaglie particolarmente affollate: considerata la natura a turni delle battaglie, la cosa non ha mai influito sulla godibilità del titolo, questo va detto, ma vista la generale povertà visiva, era lecito aspettarsi un aggiornamento granitico dello schermo.
Molto meglio la colonna sonora, che accompagna egregiamente quanto accade su schermo alternando melodie ritmate ed energetiche a motivetti di grande rilassatezza in corrispondenza del calare delle tenebre, e la durata complessiva, che può raggiungere anche la quarantina di ore per coloro i quali si diletteranno con le numerose quest secondarie e con l’ottenimento delle due lettere di raccomandazione facoltative che è possibile conseguire.

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Commento finale

Atelier Firis the Alchemist and the Mysterious Journey rappresenta un titolo sicuramente consigliato a tutti i fan della saga, che apprezzeranno il passaggio ad un open world (sebbene abbastanza embrionale) e il superamento della staticità che da sempre caratterizzava il franchise, ma risulta “solo” un discreto JRPG per tutti gli altri, che su PS4 possono trovare di meglio non solo dal punto di vista della complessità e della profondità di gioco, ma anche da quello meramente estetico, vero e proprio tallone d’Achille della produzione Gust.
Se, in futuro, il team di sviluppo proseguirà su questa strada, svecchiando il comparto tecnico e migliorando le fasi di combattimento, potremmo trovarci dinanzi ad uno sfidante ancora più credibile e pericoloso per i primi della classe.

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