A un anno e mezzo circa dalla pubblicazione di Life is Strange: Double Exposure, che ha richiamato sulle scene l’amata Max Caulfield, adesso ventisettenne, per un’altra avventura ai confini della realtà e oltre, Deck Nine chiude il cerchio con Life is Strange: Reunion. Personalmente non mi sono trovata d’accordo con l’idea di coinvolgere ancora una volta Max già in Double Exposure, perché la potenza e il messaggio dell’originale Life is Strange chiedevano di essere lasciate così: con una decisione che non trovava una vera canonizzazione se non nei fumetti, ma soprattutto insegnava come l’universo trova sempre un modo e ad ogni azione corrisponde reazione – la cui portata è direttamente proporzionale, se non più intensa, al gesto compiuto. Il tornado che minacciava Arcadia Bay aveva un significato ben più profondo del semplice pericolo in sé; era un monito, per Max ma anche per il giocatore, su cosa significasse andare contro le misteriose leggi che regolano l’universo. Non sempre giuste, ma così è.
Double Exposure ha preso questo messaggio e l’ha, a mio avviso, banalizzato ricreando una situazione analoga alla quale però Max sceglie di ribellarsi. In questo modo si sono salvati, almeno all’apparenza, capra e cavoli per quanto riguarda la trama (di cui inevitabilmente andrò a rivelare qualche stralcio per poter parlare di Reunion con cognizione di causa). Uno scenario molto familiare come la scuola, in questo caso università, conflitti interni e due misteri intrinsecamente legati da risolvere: la morte della studentessa Safiya Llewellyn-Fayyad, da un lato, e le vicende che hanno portato al suicidio di Maya Okada prima degli eventi di Double Exposure. In tutto questo, Max deve tornare a fare i conti con i propri poteri ma anche con un’evoluzione degli stessi, senza considerare la presenza di altri come lei – persone dotate di poteri fuori dal comune, non per forza manipolatori del tempo.

Il gioco in sé non mi ha soddisfatto non tanto per il livello di scrittura, che anzi ha contribuito a mettere in scena dei validissimi personaggi, quanto per la riproposizione di dinamiche note e per aver smantellato il significato dietro al primo Life is Strange, semplificandolo fino a ottenere una situazione che poco si accordava con le premesse dell’originale, assieme a una conclusione dove far contenti tutti. Quest’apparente assenza di conseguenze viene ripresa proprio da Reunion, che tuttavia, una volta completato, rafforza tanto la sensazione che la serie voglia poggiarsi sulla gloria passata quanto che Double Exposure fosse un capitolo creato con il solo scopo di essere un trampolino di lancio per questo capitolo conclusivo (si spera) delle vicende di Max e Chloe.
Vive più di bassi che di alti, perché riprende nella quasi totalità l’ambientazione e in parte i drammi vissuti in Double Exposure, con la presenza di Chloe a questo giro e meccaniche già viste dallo spin-off Before the Storm. Insomma, un riepilogo di tutto ciò che ha coinvolto le “partner in time” fino a oggi, condito ancora una volta da una struttura che non lascia spazio a quel dramma così tanto efficace messo in piedi con il gioco originale.
Max e Chloe rubano la scena
Partiamo dalla trama. Reunion permette di impostare personalmente gli eventi precedenti, a partire da quelli di Life is Strange, oppure di far scegliere al sistema. Premesso questo, un anno dopo gli eventi di Double Exposure, Chloe (nel mio caso viva) si trova a fare incubi fin troppo reali in cui vede se stessa morta, Max in procinto di spararle e una ragazza, che noi riconosciamo essere Safiya, consapevole di cosa stia succedendo e perché. Decide quindi di andare a parlare con Max, che non sente da anni dopo la loro rottura, per avere una spiegazione di questo strano fenomeno.
Max, al contempo, rientra da un weekend di successo a New York, che vede la sua carriera di artista prendere il volo, soltanto per scontrarsi con una durissima protesta alla Caledon che si conclude con un incendio e la morte, tra le altre persone, del suo amico Moses. Allo stremo delle forze, Max riesce a usare un proprio selfie, scattato prima della partenza per New York, per tornare indietro di due giorni (in modo simile a quanto fatto nell’originale Life is Strange per impedire la morte del padre di Chloe). Poiché l’uso del suo potere non intacca la sua consapevolezza, Max sa di avere un tempo limitato per risolvere il mistero che si cela dietro la rivolta e il conseguente incendio. Inevitabilmente, Chloe tornerà a far parte della sua vita, riscrivendo ancora una volta il loro rapporto anche a seconda della scelta compiuta dieci anni prima di fronte al tornado.

Dal punto di vista narrativo, Reunion centra tutto, fin troppo, proprio al rapporto tra Max e Chloe. Tutto il resto passa in secondo piano, al punto che i vecchi personaggi vivono soprattutto della caratterizzazione in Double Exposure ma non portano granché in temrini di trama (Safiya in particolare, il cui potenziale c’era tutto), mentre quei pochissimi nuovi non spiccano affatto. Inoltre, ci troviamo di fronte ancora una volta alle stesse dinamiche già vissute nel primo Life is Strange e poi in Double Exposure: la scuola, più misteri da risolvere, la vita di Chloe di nuovo appesa a un filo.
Al terzo giro di giostra diventa stucchevole, senza considerare, come già accennato, il fatto che Reunion indebolisce ancora di più Double Exposure rendendo evidente il suo ruolo di mero giustificativo per la presenza di Chloe grazie alla fusione delle realtà. Se da un lato è vero che non poteva essere tutto inserito in un solo capitolo, dall’altro tanto valeva lasciar stare l’idea di riportarle a schermo, oppure pensare a una soluzione che dapprincipio avrebbe riportato Chloe sullo schermo – senza la necessità di un capitolo di supporto.
E lo dico pur avendo apprezzato davvero molto le dinamiche tra Chloe e Max. Il loro incontro, dopo tanti anni, è difficile e intenso in diverse occasioni, coinvolgente e dolceamaro; lo è persino per me che ho scelto lei rispetto ad Arcadia Bay, quindi non avevo il bagaglio emotivo di averla sacrificata. Su questo c’è poco da dire, la maggior parte delle loro interazioni quando si rivedono funziona ed è ben scritta. Sull’altro piatto della bilancia abbiamo però una crescita, soprattutto per quanto riguarda Chloe, minore rispetto a quanto ci si aspetterebbe dopo dieci anni: per certi versi, lei sembra sempre se stessa, pungente e attaccabrighe in modi che a volte stonano. Max, dal canto suo, pare abbia imparato ben poco dalle sue (dis)avventure, tanto da ripere ancora e ancora gli stessi, banali errori pur avendo, a questo giro, un miglior controllo dei propri poteri nonché una maggior consapevolezza nel merito.

Per quanto riguarda il resto della storia, come accennato, il caso posto in essere non è di particolare interesse e suona come un pretesto per creare una soluzione apparentemente inevitabile. I bivi finali sono poi quelli che lasciano di più l’amaro in bocca: al di là della possibilità di salvare o perdere qualcuno, c’è sempre e comunque modo di avere il finale migliore dove tutti vivono felici e contenti. Ed è proprio qui la rottura di quanto stabilito con l’originale Life is Strange: la possibilità che le cose si chiudano nel migliore dei modi. Gli eventi di Arcadia Bay non davano questo lusso. Certo, potevamo salvare diverse persone che altrimenti sarebbero morte (male) per diverse ragioni, ma alla fine il gioco ci inchiodava lì: a dover perdere, in un modo o nell’altro. Reunion no, trova il modo di salvare la situazione, al punto che il mio finale “a metà” mi è parso il migliore al netto del dispiacere di non aver salvato tutti.
Senza contare che il vero paradosso, ossia l’esistenza simultanea di Chloe e Arcadia Bay, non viene davvero risolto perché a meno che lei non venga sacrificata di nuovo, possono coesistere. Quando in realtà questo sarebbe dovuto essere il vero dramma, in una sorta di chiusa circolare: tornare di nuovo a quella fatidica scelta e valutare se sovvertirla o mantenerla tale, con dieci anni di esperienze e bagaglio alle spalle per Max. Invece, il nucleo centrale dell’uso (o abuso) dei poteri di Max non solo non viene davvero toccato, ma addirittura è messo da parte e può finire in una conclusione perfetta dove tutti esistono e coesistono. Si perde completamente il dramma, e il senso, scolpiti con il gioco originale in favore di un ritorno del quale non si sentiva davvero il bisogno e che, una volta di più, ha il sapore di voler continuare a vivere sulle spalle del successo passato.
E la parte peggiore di tutto questo, quella che sottolinea in modo marcato come Reunion sia un gioco sì pensato per i fan ma solo per un certo tipo, è che Chloe sopravvive a prescindere. Il finale può vedere diverse vittime, altrettanti eventi falliti e anche una rottura tra Max e Chloe, ma quest’ultima è tornata per restare in vita. Indipendentemente dalla scelta compiuta tanto all’inizio di questo gioco, quanto con il capitolo originale. Si tratta, a mio avviso, del peggior tradimento nei confronti della serie e della tragicità delle vicende di Arcadia Bay, perché per quanto io sia stata a suo tempo, e fossi ancora adesso, pronta a sacrificare ancora e ancora per Chloe, rispetto la scelta di chi non l’ha fatto e non trovo rispettoso illuderli al punto da non considerare la possibilità che, di nuovo, Chloe dovesse morire.

Si sente la mancanza di situazioni alla Kate Marsh (chi sa, sa), di una spensieratezza inevitabilmente oppressa da un destino mai davvero evitabile, di cosa significa avere dei poteri che sfidano la realtà ma chiedono sempre un prezzo. Narrativamente, Life is Strange: Reunion è una chiusa, sì, ma estremamente stanca e poco d’impatto nonostante alcuni ottimi momenti tra Max e Chloe. Senza contare il mancato rispetto di cui sopra per una parte della fanbase. E per un gioco che fa della narrativa il suo cavallo di battaglia, e soprattutto di una narrativa cruda e punitiva com’è stato tanto il primo Life is Strange quanto il secondo (per quanto non l’abbia apprezzato, ma per altre ragioni), non è cosa da poco. Senza dubbio i fan della coppia d’oro, sentimentalmente o meno, potranno commuoversi nei confronti di questo ritorno, ma guardando sotto la nostalgia ci sono troppe sbavature perché il progetto cammini a testa alta.
Un gameplay familiare ma troppo semplificato
Per quanto riguarda il gameplay, bene o male si attesta sullo stile dei precedenti: Max ha i suoi poteri a disposizione per riavvolgere il tempo dopo aver ottenuto informazioni od oggetti chiave, sebbene si limiti soltanto a quello e non porti novità o anche solo usi più variegati come si era visto nel primo Life is Strange e anche in Double Exposure – la dinamica delle due realtà non può più esistere per ovvi motivi, ragion per cui si poteva pensare a situazioni che combinassero meglio l’uso del potere di Max con l’ambiente o determinate situazioni.
Dal punto di vista di Chloe abbiamo invece il ritorno alla meccanica delle Sfide di Insolenza, che si svolgono esattamente come in passato (bisogna battere l’avversario dando le risposte più adatte alla situazione, pena perdere informazioni importanti) ma sono in numero talmente esiguo da lasciare, di nuovo, la sensazione che sia soprattutto un cameo e non una vera meccanica di gioco. Chloe non ha poteri, per cui è chiara la limitatezza del suo ruolo rispetto a Max, ma senza dubbio si poteva mettere in scena una componente ludica più coinvolgente: se non per una dinamica nuova, quantomeno per una maggior distribuzione di queste sfide.

Il resto del gioco si svolge tra esplorazione, per giungere alla conclusione su chi abbia appiccato l’incendio fatale e dunque impedirglielo, e ricerca di collezionabili (foto per Max, disegni per Chloe), in un continuo andirivieni tra ambientazioni già viste nella quasi totalità. Ci sono giusto un paio di ambientazioni inedite ma si parla di pochissima cosa, visto che la maggior parte del gioco si svolge nei limiti della Caledon (che già ben conosciamo) più un piccolo accenno alla casa di Max, nota anche quella per chi ha giocato a Double Exposure. E a proposito di questo, Double Exposure è un passaggio assolutamente obbligato se volete giocare a Reunion, perché la scrittura claudicante dei comprimari non li rende ben comprensibili se non si ha il polso di quanto accaduto in precedenza.
Un comparto tecnico tra alti e bassi
Per quanto riguarda il comparto artistico e tecnico, il riciclo di asset è purtroppo evidente. Da un lato, la qualità visiva nuda e cruda si attesta su quello che abbiamo già avuto modo di vedere con il capitolo precedente, e mentirei se dicessi che non ho apprezzato la resa dei modelli poligonali e i notevoli passi avanti nell’espressività facciale: nei momenti più intimi e intensi, i volti comunicano benissimo, aiutando moltissimo l’immedesimazione.
Dall’altro lato, però, non ho potuto fare a meno di notare diverse sbavature che sporcano l’esperienza complessiva. L’illuminazione risulta a tratti sbilanciata e un po’ asettica, privando le ambientazioni – in gran parte già note – di quel calore atmosferico tipico della serie. A questo si aggiungono vari singhiozzi tecnici: fastidiosi pop-in delle texture durante i cambi di inquadratura, sfarfallii sparsi, animazioni a volte legnose e un uso della profondità di campo che spesso fa le bizze, costringendomi a chiudere un occhio su un’ottimizzazione grafica che sembra un po’ lasciata al caso.

Per fortuna, a risollevare nettamente la situazione ci pensa l’immancabile comparto audio. Come sempre, non c’è assolutamente niente da dire: la colonna sonora e il sound design si confermano magistrali. Le tracce selezionate fungono da perfetto collante emotivo tra le varie sequenze drammatiche, regalando anche parentesi di puro relax e malinconia se ci si vuole fermare a riflettere nei momenti più tranquilli del gioco.
Giudizio finale
In definitiva, Life is Strange: Reunion è un’operazione che fatica a giustificare la propria esistenza al di là dell’evidente fan service. Se da una parte riabbracciare Max e Chloe regala momenti di innegabile intensità e va a toccare le giuste corde della nostalgia, dall’altra il prezzo da pagare è lo smantellamento di quell’eredità narrativa cruda e inesorabile che aveva reso il primo capitolo un gioco tanto d’impatto. È un viaggio rassicurante che peraltro non vuole accontentare tutti ma soltanto una porzione di fan, dimenticando però che la vera forza di questa saga risiedeva proprio nell’accettazione della perdita e nell’impossibilità di rimediare a ogni singolo errore. Lo consiglio a chi non ha mai davvero superato il trauma di Arcadia Bay e cerca disperatamente un lieto fine definitivo per le “partner in time”, tuttavia per chi, come me, amava il coraggio tragico dell’opera originale, questa Reunion rischia di lasciare addosso più amarezza che calore.
Voto: 5
