Immagini e significati dei tormenti: il caso Scorn | #Lore+

    scorn

    Da una parte, una critica che non lo sta elogiando troppo in termini di valutazioni – Metacritic si assesta tra il 6,5 e il 7, verdetti numericamente tiepidi; dall’altra, un pubblico ammaliato, che da quasi due mesi si lascia trasportare in teorie, interpretazioni, visioni immaginifiche, una platea tra l’altro non limitata alla comunità videoludica tout court.

    Questo impatto sugli spettatori ne è diventato la forza trainante, e Scorn è probabilmente un instant cult – al minimo, uno dei casi videoludici del 2022.

    Oramai la lore è stata creata, la rete abbonda di video gameplay e di articoli che cercano di spiegare il finale, ed è una discussione che valica il digitale: nelle ultime settimane mi sono trovato più volte a parlare del gioco con diverse persone, al bar o fuori da un concerto. Perché qualcosa, dell’esperienza grottesca e scabrosa di Scorn, non abbandona chi la testimonia, turba l’intelletto, mette di fronte a domande orrorifiche che non vorremmo porci; qualcosa rimarrà nella memoria collettiva videoludica.

    Il lavoro sviluppato dalla serba Ebb Software per Xbox e PC abbandona il giocatore in una palude di non detti, il gioco è muto come il suo protagonista. Un silenzio insopportabile, che stimola la fantasia e il desiderio di conoscere, finendo col generare più parole di quante ne avrebbe potute dire.

    Scorn non si svela totalmente, fa del suo ermetismo un guscio, e lo scioglimento del suo messaggio è possibile esclusivamente ai suoi creatori. Cionondimeno, alcuni temi appaiono centrali.

    NOTA BENE: L’articolo contiene spoiler e pertanto ne consigliamo la lettura soltanto a chi già si è interfacciato con il gioco, magari avendolo anche finito.

    Scorn parla di dolore

    In Scorn tutto è dolore, fin da subito, fin dal principio. La vita viene generata in un imponente muro organico, il Genesis Wall appunto, mediante un atto potenzialmente mortifero, un parto violento al quale molti non sopravvivono: ai piedi di questa enorme parete giacciono file sparse di cadaveri.
    La nascita come trauma, l’intreccio tra vita e morted’altronde si nasce piangendo.
    L’arbitrarietà dell’esistenza è palese: perché sono sopravvissuto io, e non gli altri?
    Perché soffro?

    Non esistono risposte.

    O meglio, a questo genere di domande l’uomo tenta di rispondere invocando il divino; la differenza tra il caso e il caos è un sottile anagramma. Viene da pensare al Muro del pianto, luogo in cui la disperazione si intreccia alla speranza, che era il muro occidentale del tempio di Gerusalemme, la città santa.

    Ed ecco che sul Genesis Wall scorgiamo una figura con quella che intorno alla testa ricorda un’aureola. Che il nostro protagonista, avendo superato la prova mortale della nascita, unico fra la moltitudine, sia un santo? Il Muro del pianto è chiamato dai musulmani Muro di al-Burāq, dal nome del cavallo dei profeti. La nascita senza sesso è l’Immacolata concezione, e il frutto di questo fenomeno è Gesù, la cui religione porrà un elemento alla base della salvezza: il dolore. Cristo ha esperito la sofferenza in tantissimi modi, ma nel momento centrale della sua missione, la croce, il dolore si è manifestato in chiodi e spine, corpi affilati infilzati nella carne, proprio come quelli che il protagonista di Scorn spinge nel proprio corpo per mettere in moto i meccanismi coi quali interagisce. Un dolore necessario per avanzare.

    Nel testo La società senza dolore, Byung-Chul Han mostra come oggi si rifugga il dolore, come vizio di una cultura dell’analgesico. Ma una vita senza sofferenze è una falsità: il dolore è realtà.

    Tutto ciò che è vero è doloroso […] Noi percepiamo la realtà soprattutto a partire dalla resistenza, che provoca dolore.

    Anche i potenziamenti in Scorn sono ottenibili al costo di ferite e sanguinamento:

    Il dolore acuisce la percezione di sé. Esso contorna il sé.

    Così il protagonista procede tra indicibili agonie per sfuggire alle mostruosità che lo circondano:

    Senza la cultura del dolore nasce la barbarie.

    In Scorn quindi tutto è dolore, e il dolore è necessario per progredire, ed è attraverso di esso che il protagonista cerca di realizzare la sua missione.

    Io sono via, verità e vita.

    Scorn parla di energia

    Un aspetto al quale l’analisi di settore non ha prestato la dovuta attenzione è quello relativo alle risorse energetiche. In Scorn non c’è traccia di gas, nessun collegamento elettrico, e neanche una goccia d’acqua: quello rappresentato da Ebb Software è un mondo successivo a una crisi energetica inimmaginabile. Esiste una sola risorsa da impiegare per mettere in moto macchinari e meccanismi, ed è un’energia organica portata ai limiti dell’orrore, in quanto sfrutta il corpo umano come carne da macello: il sangue, i nervi, i muscoli, le ossa, questi sono carburanti.

    Il tema energetico è il perno delle manovre sociopolitiche. Qualsiasi azione è una questione di consumo energetico, e anche quando non ne siamo pienamente consapevoli la nostra quotidianità è influenzata dall’abbondanza o dalla carenza di una determinata risorsa. Le guerre che scoppiano per motivi legati agli approvvigionamenti energetici sono un dato noto, l’attuale conflitto russo-ucraino non è che la manifestazione più immediata. Se non ci sono risorse scoppiano le guerre, e se scoppiano le guerre non ci sono più risorse: dove si colloca Scorn?

    È normale che alcuni commenti indichino un’ambientazione post-apocalittica, le cui cause non risultano determinanti ai fini narrativi: guerre, malattie e produzione non sostenibile sono i cancri del presente, diversi nella forma ma comuni nel risultato, che è l’annientamento dell’umano. In Scorn questo scenario si è verificato da talmente tanto tempo che oramai gli umani – più correttamente, gli umanoidi – hanno intrapreso il percorso che la natura sempre indica: si sono adattati. Non parlano, perché in un contesto post-bellico, che è indissolubilmente post-mortem, non vi può essere altro che desolazione; entrano in simbiosi col parassita che li minaccia; e diventano loro stessi macchine.

    È forse lo svelamento che più fa paura, realizzare che Scorn non parli d’altro che del nostro futuro, i cui prodromi sono sotto ai nostri occhi tutti i giorni.

    Che l’essere umano diventi biomassa è una metafora dai molteplici risvolti. In una società senza alcuna fonte energetica, l’uomo che alimenta il mondo rappresenta la forza più dirompente del pianeta, insostituibile per la sopravvivenza del creato – diametralmente opposto all’uomo inquinante-distruttore che minaccia il pianeta. Ma per far funzionare la tecnologia, i personaggi di Scorn devono mutilarsi, unirsi ai macchinari, addirittura morire per la finalizzazione del lavoro. Questa è invece la simbologia distopica del tardo capitalismo, in cui l’animale/animato viene assoggettato e assorbito dal processo produttivo, ponendo come base morale l’esaltazione del sacrificio, fino alla sofferenza, a costo della vita.

    Il mondo di Scorn è privato delle fonti energetiche, privato della vita, al punto che per sopravvivere la società (se così si può intendere) ha adottato la soluzione dell’autoalimentazione attraverso la carne; non sono più corpi, ma ammassi di organi senza potenza, senza futuro – concetto che viene glorificato nell’ultimo terrificante livello.

    Scorn parla di sterilità

    La sezione conclusiva di Scorn è affascinante e forse la più importante sotto l’aspetto diegetico. La narrazione rimane ermetica (non ci sarà speranza di soluzione) eppure i significanti, divenuti ancora più scabrosi, accendono qualche luce sui significati; non a caso, ci troviamo nella prima ambientazione vagamente luminosa. L’ultima parte del gioco ruota tutta attorno all’atto sessuale e alla sua capacità riproduttiva, ma posta in un limbo tra fattualità e simbolo. Alcune delle fonti d’ispirazione dichiarate dai creatori del gioco continuano a manifestarsi con chiarezza: Clive Barker ha influito con la sua estetica del dolore, la lettura di Sigmund Freud lascia tracce forse soprattutto nel finale.

    Ci guardiamo intorno, e siamo circondati da altissime statue di figure gravide, grembi abbondanti, uno scenario al quale siamo a questo punto disabituati – l’oscurità degli ambienti precedenti ci ha avvilito gli occhi e lo spirito. Distinguiamo finalmente i sessi, ammiriamo le marmoree raffigurazioni carnali, i simboli di fertilità, ma è il materiale di cui sono fatte che tradisce la verità: è pietra, fredda, non è vita. Il sesso è un mito, la gravidanza un sogno, i numerosi riferimenti fallici disseminati per tutta l’avventura stanno proprio a sottolinearlo.

    Hanno la stessa funzione dei cavalli ne L’incontro segreto di Abe Kōbō. Nel romanzo dell’autore giapponese, l’ospedale dove ha luogo la vicenda è tappezzato da quadri raffiguranti cavalli, animali vigorosi dalle misure sessuali generose, bestie che scarseggiano nella terra del Sol Levante: questi dipinti evidenziano la frustrazione, addirittura l’impossibilità erotica del protagonista, e di tutto il popolo nipponico.

    In Scorn la copulazione però a questo punto avviene.
    Una macchina dalle sembianze maschili impugna numerose lame, bisturi – rimando alla figura del medico. È attraverso di lui che avviene il coito, ennesimo momento di trauma, la gestualità è quella della violenza, il nostro seme viene prelevato e siamo collegati a una rete organica condivisa. Tutto riconduce a una ritualità, e forse allora il nostro viaggio era finalizzato a questo momento, a questo atto: Scorn parla di sopravvivenza in un mondo finito, sterile, e la sua missione è la vita.

    Una figura feconda ci prende in grembo, mentre continuiamo a essere torturati nell’addome: non può sfuggire come l’espressione e la posizione del protagonista rimandino alla passione di Cristo tra le braccia di Maria. Davanti a noi una strada, costeggiata da altre altissime sculture, conduce a un altrove ignoto che appare come una fessura verso l’esterno: la libertà/uscita dall’utero? Non scopriremo mai l’ultima meta: il parassita, l’unica altra creatura con la quale abbiamo instaurato un legame, torna per colonizzarci definitivamente. L’ultima immagine è emblematica: immobilizzati dal parassita diventiamo con esso un tutt’uno, un volto al centro di un ammasso di protuberanze che si muovono ricordando la barba di un anziano, e in questa immagine il protagonista è imprigionato dentro al vecchio, che è l’opposto del nuovo, il non-progresso.

    Il viaggio di Scorn è un parto sventurato: la nascita, lo sviluppo nel buio, il ventre florido, il medico, ma un male terribile e comunque intrecciato all’agire dell’individuo ne arresta la realizzazione. Con l’opprimente sensazione che in qualche modo questo mondo mostruoso sia stato creato dalla stessa popolazione che ora ne subisce le torture. E così, il protagonista non supererà il buio, egli stesso diventa simbolo dell’irrealizzabilità.

    È brutto rendersene conto: la nostra avventura è stata inutile.
    Domanda McCarthy ne La strada:

    Che differenza c’è tra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?