Madison | Recensione dell’horror fotografico (PS4)

Da quando Hideo Kojima ci ha deliziato e terrorizzato con il teaser giocabile di Silent Hill, è nato un nuovo sottogenere horror videoludico, il PT-like, basato sull’esplorazione di case infestate in cui avvengono fenomeno paranormali. Di questi titoli ormai ce ne sono davvero parecchi, molti non escono dalla loro bolla, tanti altri sono riusciti a ritagliarsi uno spazio più grande, tuttavia sono rari i casi di PT-like che riescono a farsi ricordare come horror di qualità.

Si parte da prodotti di buonissima fattura – Visage – arrivando a cloni senza né arte né parte – Evil Inside – passando per titoli gradevoli che non fanno gridare al miracolo – Infliction. Normale, quindi, se quando viene annunciato un nuovo horror in soggettiva ambientato in un casa gli occhi si alzano verso il cielo. Lo scetticismo è giustificato, ma non bisogna partire prevenuti perché un piccolo studio con buone idee può ribaltare la situazione.

Bloodious Games è proprio un piccolo studio e le idee ce le ha chiarissime, le ha messe in Madison, il suo PT-like che andiamo a recensire.

Madison: fotografare la morte

Ci risvegliamo in una stanza illuminata solo dallo schermo di un televisore, alla porta un uomo bussa con veemenza, vuole che usciamo, le sue intenzioni però non sembrano innocue. Siamo ancora un po’ rintronati, poi decidiamo di uscire da un’intercapedine per evitare guai. Pian piano cerchiamo di fare mente locale, il nostro nome è Luca e siamo nella casa dei nostri nonni.

C’è un silenzio irreale, quella casa ha più di qualcosa di strano, molte porte sono chiuse da meccanismi che non dovrebbero trovarsi in un’abitazione, la nostra attenzione però viene attirata da una camera in particolare, qui su una solitaria sedia c’è un regalo per noi: una macchina fotografica. La prendiamo ignari che quello sarà l’inizio di un incubo.

Esplorando ci rendiamo conto che la casa sembra viva, qualcuno ha inoltre ritagliato degli articoli di giornale che parlano di Madison Hale, una serial killer uccisa da un’agente di polizia. Madison era brutale, smembrava le sue vittime e poi le fotografava. Ma noi cosa c’entriamo con tutto questo? E in quella casa cosa è davvero avvenuto?

Questa è a grandi linee la storia che mette in piedi Bloodious Games nel suo Madison, un horror in prima persona ispirato P.T. Detta così sembra essere la solita solfa, ma non è così, finalmente siamo al cospetto di un prodotto confezionato davvero bene, ma andiamo per gradi. La narrativa di Madison è un macabro connubio tra satanismo e leggenda, una porta socchiusa che pian piano si apre fino a spalancarsi, mostrando il vero inferno. La storia parte dal racconto di fittizi casi di cronaca di cui veniamo a conoscenza grazie a ritagli di giornale, i particolari sono molto precisi, il team non si è risparmiato e ha cercato di immettere nella mente del giocatore scene verosimili e credibili, per poi allargarsi a un contesto paranormale.

Sia l’introduzione sia il racconto dei delitti ci ha riportato un po’ alla memoria Silent Hill 4: The Room, con Madison Hale nella parte di Walter Sullivan. Le citazioni di cui si nutre Madison non sono poche, ad esempio The Ring, Imago Mortis dal punto di vista cinematografico, Resident Evil e ovviamente Visage da quello videoludico, ma non ci è mai parso di vedere scimmiottamenti o ispirazioni messe alla rinfusa. Anzi, nel caso di Visage abbiamo addirittura visto dei miglioramenti lato meccaniche di gioco.

Madison racconta la storia in modo più accurato rispetto ai suoi simili, grazie a nastri, echi del passato e sezioni in cui si viene letteralmente costretti a fermarsi per ascoltare/assistere a ricordi e allucinazioni. Forse solo in quest’ultimo caso abbiamo qualcosa da ridire: in un paio di momenti, avremmo preferito spiegazioni più stringate, perché rimanere chiusi in una stanza per dei minuti risulta angosciante solo nei primi istanti, poi inizia a diventare noioso. Non è comunque un difetto che inficia la qualità della narrativa di Madison.

Un horror a tutto tondo

Lato gameplay Madison attinge dai prodotti del genere, ma li approfondisce perché se c’è un errore che molti PT-like fanno è quello di pensare che il teaser di Silent Hills fosse semplicemente una camminata in attesa dello script successivo. C’erano anche quelli, certo, ma probabilmente non ricordano che P.T. gli enigmi li aveva eccome e non erano affatto banali, basti pensare all’enigma delle risate del bambino, con tanto di headset da utilizzare in real life per riuscire a superarlo.

Madison non arriva a tanto, ma nonostante viva anch’esso di script, fa in modo che l’esplorazione della casa sia stuzzicante, non relegata al mero senso di orientamento. L’abitazione è piena di meccanismi e di porte addobbate in modo particolare, ad esempio, una di esse ha un quadrante di orologio nella parte superiore, mentre un’altra presenta una foto dei nonni del protagonista. Questa scelta rende caratterizzata anche l’ambientazione che così non è solo un insieme di corridoi e di porte tutte uguali.

Palese l’ispirazione a Resident Evil, non arriva a citare Villa Spencer, ma senza dubbio la casa dei Baker di RE7 è un ottimo metro di paragone. Il backtacking è inevitabile, ma la tensione riesce a smussarlo, inoltre la casa non è affatto grande, pertanto attraversarla non è un fardello pesantissimo. I puzzle non si fermano al prendi oggetto/usa oggetto, ma hanno in alcuni casi connotazioni da avventura grafica molto interessanti. Non ce ne sono di impossibili, però in alcuni casi bisogna fermarsi a ragionare e pensare in modo diverso dal solito. Qui entra in gioco la macchina fotografica.

Questo strumento è utile per avanzare facendo luce con il flash in alcune circostanze, ma soprattutto è la chiave per risolvere gli enigmi. La casa è infestata, niente è come sembra, la maggior parte degli indizi e delle zone interattive sono nascoste all’occhio umano, così scattando foto è possibile vedere simboli, numeri, colori e tanto altro che ci aiutano a risolvere situazioni bloccate. La macchina fotografica attiva anche meccanismi ed è l’unica arma a nostra disposizione. Sì, perché in Madison si può anche morire, non vi sveliamo quando e per mano di chi, ma state all’erta. Il flash allontana i nostri inseguitori un po’ come avviene con i fantasmi in Project Zero (Fatal Frame). Madison è dunque un horror a tutto tondo, non è un semplice simulatore di script. Per portarlo a termine poi non bastano un paio d’ore come spesso accade, non alla prima run almeno, ma almeno 6 se si ha un senso dell’orientamento normale, altrimenti le ore possono diventare 8-9.

Prima abbiamo citato Visage, ebbene, bisogna fare i complimenti a Bloodious Games per non aver stravolto una delle dinamiche più importanti degli horror: l’inventario. In Visage l’inventario era gestito in modo controverso con la necessità di utilizzare i due trigger come fossero le mani del personaggio per tenere due oggetti contemporaneamente. Sicuramente, una scelta dettata dalla volontà di creare tensione e incertezza ulteriori, però alla lunga queste si tramutavano in frustrazione. In Madison, invece, l’inventario si apre in automatico quando è necessario utilizzarlo. Era tanto semplice, no? Non è infinito, si possono portare solo otto oggetti alla volta, in aiuto ci arriva una cassaforte rossa che ha lo stesso scopo del baule dei classici Resident Evil.

Da segnalare alcune difficoltà nelle interazioni causate dall’eccessiva precisione richiesta da un mirino minuscolo.

Rosso di sera…

Esteticamente Madison propone una rappresentazione più o meno fotorealistica di un ambiente familiare, il gioco però dà il meglio con l’illuminazione grazie a giochi di luci e ombre che offrono un’esperienza visiva a tratti allucinogena, con elementi dello scenario che il giocatore può confondere con presenze inquietanti, zone che passano dall’essere illuminate flebilmente all’oscurità totale e viceversa in pochi istanti. Non mancano anche in questo caso omaggi a P.T. con l’ormai consueta luce innaturale che tinge di rosso i corridoi.

Ottimo lavoro anche per quanto riguarda gli effetti sonori che accompagnano l’esplorazione facendo credere al giocatore che ci sia qualcuno che cammina poco più in là, con cigolii di porte, scricchiolii provenienti dalla soffitta, rumori che infrangono i lunghi silenzi.

Tecnicamente siamo quindi in linea con prodotti simili, ma l’attenzione riposta in alcuni particolari pone Madison su un gradino più alto. Non male anche il doppiaggio inglese, ci ha convinto molto soprattutto un personaggio, il prete, che ha lasciato dei messaggi su dei nastri. Segnaliamo che ci sono i sottotitoli in italiano.

Commento Finale

Madison è stata una grossa sorpresa, pensavamo di trovarci di fronte all’ennesimo PT-like senza infamia e senza lode, e invece le lodi se le merita tutte. Un gioco horror in prima persona ispirato che attinge da molte fonti, ma le rimodella e le inserisce in un contesto convincente e interessante. La storia spinge ad esplorare fino in fondo, trattando temi dal fascino magnetico; il gameplay è più ricco di quello presente in prodotti dello stesso tipo, i puzzle sono in grado di impegnare tutti i tipi di giocatore, con la macchina fotografica sfruttata a dovere e vero fulcro dell’esperienza e non semplice orpello.

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