Evil Inside – Recensione (PC)

recensione evil inside

Ogni volta che si comincia la recensione di un gioco horror in prima persona con case infestate, corridoi e porte a profusione, si cercano parallelismi con P.T. che, paradossalmente, non è stato neanche un gioco, ma un teaser giocabile, tuttavia talmente ispirato da aver creato un filone del genere a sé stante.

Si cerca l’erede, ma difficilmente si trova, l’unico ad essersi avvicinato è stato Visage, mentre tanti altri hanno toppato o semplicemente si sono dimostrati giochi carini e nulla più. Premettiamo una cosa prima della recensione di Evil Inside: nell’anteprima del gioco abbiamo scritto di buone sensazioni perché il prologue gratuito su Steam sembrava aver imboccato la strada giusta, ma ci troviamo ora qui a scrivere di un gioco completo che non è poi così diverso dalla demo.

Casa infestata, protagonista smemorato

P.T. riuscì a convincere anche dal punto di vista “narrativo”, nonostante non ci fosse una storia, perché l’atmosfera, le risate del bambino, il riflesso della donna nello specchio, quel corridoio, il risvegliarsi nel seminterrato erano tutti elementi che potevano offrire la possibilità di speculare su una storia che. in realtà. non c’era per un motivo molto semplice: P.T. non era un gioco completo, serviva solo a promuovere Silent Hills (pace all’anima sua).

Da giochi che cercano di emularlo ci si aspetta dunque che facciano almeno un passo avanti dal punto di vista narrativo perché non è tollerabile che un teaser, ovviamente gratuito, sia più emozionante di un titolo completo che invece viene venduto negli store (€12,99 per carità, ma son pur sempre soldi).

La trama di Evil Inside è la stessa degli altri P,T.-like: il protagonista, Mark in questo caso, non è convinto di ciò che è successo alla madre, uccisa, secondo le fonti ufficiali, dal proprio marito, quindi dal padre di Mark, così decide di usare una tavola ouija per scoprire la verità. La cosa gli si ritorce contro, la casa ora è infestata da una presenza demoniaca, Mark stesso inizia a ricordare eventi del passato. Poco altro, davvero.

Se a questa penuria narrativa aggiungiamo che Evil Inside è un’esperienza di circa un’ora di durata, il quadro completo inizia a rivelarsi. Addirittura, se si è abbastanza lesti nel capire le situazioni, mai troppo criptiche, si può riuscire a finire e platinare il gioco in 45 minuti.

Il loop del loop del loop

Dal punto di vista del gameplay, Evil Inside è anche fedele a P.T. con i suoi loop, l’esplorazione di una casa che cambia a ogni ciclo, manifestazioni spiritiche di tanto in tanto, ma si ferma lì, non ha guizzi, non c’è la scintilla.

Durante ogni ciclo, il giocatore deve fare attenzione ai cambiamenti delle stanze per capire su cosa interagire come andare avanti: un cassetto semiaperto, un oggetto interattivo che nel ciclo precedente non presentava alcun tipo di input, un quadro storto, sono tutti indizi su cui concentrarsi.

Tutto fila liscio abbastanza comodamente perché di veri e propri ostacoli non ce ne sono, le stesse presenze non sono letali, ma messe lì solo per creare tensione, fare da jumpscare e far comprendere al giocatore che si sta avanzando nella storia.

Un incentivo sarebbe potuto arrivare dagli enigmi, ma anche sotto questo punto di vista non ci siamo: se si escludono cose tipo cercare una leva per aggiustare il generatore o trovare un buco nel muro previo avviso su un foglio attaccato alla porta, di puzzle veri ce n’è solo uno all’inizio, lo stesso della demo.

Il rammarico risiede anche nel constatare che effetti visivi e sonori, tutto sommato, sono fatti anche bene, soprattutto i secondi. Il sound design in certi momenti sa offrire le sensazioni di un luogo contaminato da presenze di un’altra realtà, tuttavia non riesce a risollevare una produzione troppo anonima, troppo derivativa. Tecnicamente siamo su buoni livelli, ma anche in questo caso non abbiamo notato nulla di così originale e diverso dai titoli dello stesso filone. La posizione di alcuni elementi e l’arredamento in generale sono molto simili a quelli di P.T. ma se non ci metti del tuo, non vai da nessuna parte.

Commento finale

Non c’è molto altro da dire. Evil Inside rimane ancorato alle meccaniche dei prodotti del filone P.T.-like, rimanendovi schiacciato a causa della sua incapacità di offrire qualcosa di diverso. Evil Inside cerca addirittura di proporre dinamiche molto simili a quelle del teaser di Kojima, ma avvicinarsi al sole fa sciogliere le ali di cera e causa una caduta rovinosa. Tutto sa di già visto, enigmi assenti, longevità ridicola, non c’è la scintilla, manca la scossa che possa rianimare il corpo del mostro assemblato dal dr. Frankenstein.

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Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

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