Silver Chains | Recensione (PS4)

recensione ps4 silver chains

Disponibile su PC dall’agosto dell’anno scorso, approda anche su console Silver Chains, horror in prima persona che propone un contesto narrativo e scenico utilizzato più volte nel genere, cioè quello della casa infestata.

Edito da Headup e sviluppato da Cracked Heads Games (PC) e Stage Clear Studios (console), il titolo si basa su esplorazione e risoluzione di enigmi, con echi che rimandano alla serie di Capcom, Resident Evil.

Scoprite leggendo la nostra recensione se Silver Chains riesce a spiccare in modo rilevante su prodotti che ne condividono meccaniche e tematiche.

La magione infestata, ricordi sbiaditi

Da qualche parte in Inghilterra. Siamo Peter e abbiamo appena avuto un incidente stradale, l’unico modo per chiamare aiuto è avvicinarci a una grande casa che dista pochi metri. Arrivati all’ingresso, però, un giramento di testa ci fa svenire. Ci risvegliamo all’interno della casa, non sappiamo come, ma ormai siamo lì e tanto vale esplorare.

La magione sembra abbandonata, ma il dato davvero rilevante è che Peter inizia ad avere ricordi sbiaditi di quel luogo, ricordi che iniziano ad affiorare sempre di più con i documenti e i diari seminati in giro. La narrativa di Silver Chains, infatti, come di consueto in titoli del genere, è affidata alla lettura di fogli e appunti, evitando quasi del tutto l’intervento di cutscene.

La storia di questo gioco horror non si discosta più di tanto dai prodotti che hanno tentato la stessa strada, adottando un cliché abbastanza inflazionato, cioè quello del protagonista che non ricorda nulla e vaga in giro ricordando passo dopo passo, evento dopo evento. La formula funziona perché spinge il giocatore a cercare risposte e, nel mentre, risolvere i misteri del luogo, tuttavia non c’è alcuna trovata che riesca a far spiccare il volo alla faccenda.

Ciò che risalta maggiormente è senza dubbio l’atmosfera che, quando la storia non decolla, riesce spesso a salvare capra e cavoli perché può immergere totalmente il giocatore nelle vicende anche se queste hanno delle mancanze. Silver Chains sfrutta a dovere la cosa grazie a elementi scenici, sonori e di stile che riescono a far percepire la presenza maligna in una casa infestata e abbandonata, così da coinvolgerci per la sua breve durata.

Sì, perché Silver Chains ha una longevità che si aggira sulle 3 ore, massimo 4 se proprio ci si perde tra le stanze. Noi siamo riusciti a terminarlo in un’unica sessione di gioco.

Mother?

Proprio la presenza maligna di cui sopra è al centro delle vicende e del gameplay, prima di parlarne, però, vediamo com’è la struttura generale di gioco. Silver Chains è un horror che si basa su esplorazione e risoluzione di enigmi (più improntati alla ricerca di oggetti che a puzzle veri e propri) calcando un po’ le orme di Resident Evil e, dunque, di quegli indie che ne hanno assunto le meccaniche di base, ad esempio Maid of Sker,

In Silver Chains non c’è una mappa consultabile a piacimento, dovremo dunque fare affidamento al nostro senso di orientamento. I più avvezzi al genere non avvertiranno un livello di sfida particolarmente alto perché, nonostante la casa si estenda su tre piani, molte porte sono chiuse, quelle davvero importanti rimangono ben chiare nella memoria del giocatore, il quale dopo un paio di giri a vuoto riuscirà ad andare dritto verso il percorso giusto. L’unico impedimento è forse l’indicatore delle azioni che, a volte, è poco visibile, soprattutto quando si corre e si guarda distrattamente lo scenario, ma nulla di serio.

Dobbiamo ancora una volta far presente l’utilizzo di cliché, stavolta ludici, che in titoli del genere sembrano un po’ dei riempitivi. Il più palese è quello che chiede al giocatore di trovare un certo numero di oggetti per avanzare nella storia. Dinamica questa che fa molto anni Novanta e forse andrebbe un po’ rivista per non sembrare stantia.

La meccanica più interessante del gioco è sicuramente quella rappresentata dal monocolo, un oggetto che ci permette di vedere cose che a occhio nudo sarebbero nascoste. Purtroppo non è stata sfruttata appieno perché il monocolo non fa altro che facilitare l’esplorazione evidenziando la nostra meta, riducendosi a un “vai lì e recupera l’oggetto, ripeti fino a quando non ti daremo un altro obiettivo”.

Ora veniamo al piatto forte: la donna stalker. Anche in Silver Chains c’è un nemico insistente che non può essere sconfitto, da cui è possibile solo scappare e nascondersi. Dobbiamo fare un plauso al design del mostro che ci ha convinti per la sua “bruttezza”, è terrificante da vedere da lontano e ancor di più rivoltante se riesce a metterci le mani addosso. La tensione durante la sua apparizione si sente, ma anche in questo caso dobbiamo evidenziare alcune cose: il mostro non appare mai casualmente, ma sempre e solo in fasi scriptate, una volta capito l’esplorazione si fa più “tranquilla”; quando è il suo momento la musica si intensifica, dandoci un avvertimento; in ultima istanza, nelle stanze in cui appare quasi sempre c’è anche un armadio in cui nascondersi, dunque basta essere veloci e non sarà mai necessario correre (solo in un’occasione ci è capitato).

Tutte queste cose vanno leggermente a smorzare la tensione, vero un peccato.

Carillon e assi di legno

Dal punto di vista tecnico, la grafica di Silver Chains è piacevole, dà bene la sensazione di lugubre e abbandonato, ma non spicca quasi mai, con elementi molto ben ricreati e altri invece che hanno texture grossolane e raffazzonate. Rimaniamo pertanto su degli standard di medio livello, in linea con produzioni indie dello stesso tipo.

Il sonoro invece ci è piaciuto molto (segnaliamo che non c’è l’italiano, né testi né dialoghi), con musiche d’accompagnamento ben riuscite, malinconiche, liriche e da carillon. Bello anche l’effetto dei passi sui vari tipi di pavimentazione, assi di legno sconnesse e accidentate che scricchiolano, tappeti che attutiscono il suono, etc.

Commento finale

Silver Chains non è esattamente il videogioco horror più incredibile che abbiamo mai giocato con quelle specifiche meccaniche, ha alcune buone trovate non sfruttate sempre a dovere, un’atmosfera molto ben ricreata, un nemico stalker dal design convincente, ma alcune scelte smorzano la tensione. Dal punto di vista tecnico, siamo su standard che non spiccano particolarmente su altri prodotti del genere. Un titolo discreto che tra l’altro dura pochissimo. Una o due sessioni bastano, risultando comunque piacevoli da giocare con la giusta atmosfera in stanza.

Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

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