Una recente notizia di agenzia riaccende un refrain che ritorna ciclicamente: l’industria dei videogiochi avrebbe esaurito la spinta creativa e per questo punterebbe sempre più a remake e remaster.
La realtà è più sfaccettata, fatta di economia dell’attenzione, gestione del rischio e trasformazioni tecnologiche che favoriscono il “già noto”, senza però cancellare l’innovazione.
Nel dibattito si confondono spesso tre categorie: remaster, remake e reboot. La remaster è una ripulitura tecnica dell’originale, pensata per adattarlo alle macchine e agli schermi moderni. Il remake ricostruisce il gioco da cima a fondo, spesso ripensandone ritmi, comandi, interfacce e talvolta anche il disegno dei livelli. Il reboot, infine, riparte da un’idea o un’ambientazione nota per proporre un nuovo inizio. Mettere tutto nello stesso calderone aiuta la tesi del “si fanno solo remake”, ma non restituisce giustizia alla varietà di operazioni creative possibili su una proprietà intellettuale consolidata.
Il motore principale è il rischio. I blockbuster interattivi richiedono team numerosi, anni di sviluppo e investimenti che possono raggiungere cifre da grande cinema. In questo scenario, un marchio riconoscibile garantisce visibilità, una base di fan e un orizzonte di vendite meno incerto. Per gli editori, un remake funge da “ammortizzatore” nel calendario: riempie i vuoti tra un capitolo inedito e l’altro, capitalizza archivi che altrimenti resterebbero fermi e permette di pianificare flussi di cassa più stabili. In più, su piattaforme dove l’acquisizione utente dipende da algoritmi e vetrine digitali, un nome storico performa meglio di una scommessa completamente nuova.
Il valore culturale e tecnico
Esiste poi una dimensione di conservazione. Molti giochi non sono più fruibili in modo agevole: sistemi fuori produzione, licenze scadute, performance inadeguate su hardware moderni. Il remake, se ben curato, è anche un atto di preservazione e, a volte, di reinterpretazione. Non è soltanto alta definizione e frame rate: è ripensamento dell’input, accessibilità, interfacce che rispettano gli standard contemporanei, intelligenze artificiali più credibili, audio spaziale che restituisce profondità a esperienze nate in un’epoca diversa. Quando la riscrittura è consapevole, il risultato può avvicinare il gioco a ciò che la memoria selettiva ricorda, mantenendo intatto il cuore dell’opera.
Dire che “non ci sono più idee” è comodo, ma ignora dove le idee vanno a finire. L’innovazione prospera nelle fasce indie e AA, dove i costi contenuti rendono sopportabile l’azzardo. Negli ultimi anni sono emerse nuove IP e formule ludiche fresche, dall’azione cooperativa reimmaginata alle avventure narrative sperimentali, fino ai survival e ai builder con twist inattesi. Anche nell’AA globale, spesso europeo o asiatico, si vedono approcci originali a generi codificati, con cicli di sviluppo più agili e ambizioni mirate. La grande produzione, invece, filtra l’originalità con griglie severe di marketing, previsioni di vendite e compatibilità con i servizi in abbonamento; non manca la creatività, ma passa per fori più stretti.
L’ascesa degli abbonamenti e delle librerie on demand ha rimodulato gli incentivi: per i titoli “di catalogo” contano retention e engagement, due metriche che un nome noto aiuta a garantire. Anche i titolari di piattaforma usano i remake come tasselli strategici per presidiare trimestri deboli, mostrare capacità tecniche delle nuove console e offrire ai nuovi arrivati un “canone” aggiornato di opere imperdibili. In questo tessuto, l’inedito rischia di perdersi se non sostenuto da campagne mirate o da un passaparola eccezionale.
Se l’obiettivo è vedere più nuove IP grandi e coraggiose, servono leve precise: condivisione del rischio finanziario, strumenti che riducano i costi di produzione senza appiattire lo stile, scoperta editoriale che premi la diversità e non solo la notorietà, metriche di successo che includano impatto culturale e longevità oltre al day-one. Anche i giocatori hanno un ruolo: sostenere con il portafoglio progetti insoliti, dare tempo al passaparola, uscire dalla comfort zone del marchio riconoscibile. L’industria non è a corto di idee; decide piuttosto, ogni volta, dove e come conviene farle crescere. E basterebbe guardare al mondo della narrativa che sforna diversi libri ogni volta in grado di poter far sognare e che si prestano alla trasposizione, basti pensare ai recenti romanzi Trenta cani e un bastardo di Alessandro Morbidelli, Puritia di Bruno Desando e Arcana Taarotorum di Mirko Giacone.
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Non tutti i rifacimenti sono uguali. Alcuni si limitano al restyling, altri ambiscono a reinterpretare tono, ritmo e persino lettura tematica dell’originale. Ci sono remake che usano la tecnologia per affinare il level design, alleggerire la frustrazione, illuminare sfumature narrative rimaste in ombra; altri che dimostrano come un concetto ludico possa vivere due volte, perché gli strumenti per esprimerlo oggi sono maturi. In questi casi, “rifare” diventa anche “capire”: restituire all’opera la forma che forse i suoi autori avevano immaginato, ma non potevano realizzare. La novità è sicuramente meglio.
