Tra platini e trofei: breve storia della funzione che ha cambiato il mondo dei videogiochi

    C’è chi li paragona ad un compito assegnato a scuola o alla lista della spesa da segnare punto per punto man mano che si completa. Per altri invece rappresentano una sfida con sé stessi, un appagamento a livello psicologico ed un modo diverso di approcciarsi ed approfondire un titolo che merita più ore di coinvolgimento di quelle richieste da una normale campagna.

    Indipendemente dalle idee di ognuno, i trofei sono da anni un argomento molto discusso tra i gamers di tutto il mondo.

    Nati negli anni novanta all’interno di specifici videogiochi e popolarizzati durante la prima metà dei 2000 da Microsoft e Valve, al giorno d’oggi trofei e achievement sono onnipresenti.

    Cosa sono i trofei?

    La meccanica dei trofei sbloccabili ha origine già nei primi anni 2000.

    Più precisamente, compare per la primissima volta nel 2005, anno in cui Xbox 360 fa la sua comparsa sul mercato.

    I gamers di tutto il mondo erano così affascinati da tutte le possibilità che questa console sapeva offrire. Ammiravano per la prima volta nella storia i loro titoli preferiti in alta definizione sugli schermi ed inizialmente erano così concentrati sulla novità, che nemmeno badarono agli achievements sbloccabili. Man mano che il tempo passava però, tutti cominciarono a prestare sempre più attenzione al pop-up che compare a bordo schermo ed al celebre suono che lo accompagna.

    Riviste di videogiochi e siti specializzati, sempre più di frequente illustravano i diversi metodi per riuscire a sbloccare i trofei ed i giocatori si impegnavano sempre di più per riuscirci. Pian piano, diventò una vera e propria sfida per molti ed un motivo di vanto.

    La prima grande piattaforma che seguì le orme di Xbox fu Valve, nel 2007, che introdusse così gli Steam Achievements, mostrando anche la percentuale di giocatori che ha ottenuto un determinato trofeo.

    Sony inserì questa meccanica nel suo sistema soltanto nel 2008, con l’arrivo di Playstation 3. Sony fu infatti oggetto di critiche spietate dai fans di tutto il mondo, che, prima del 2008, sentivano di non poter godere dei loro titoli preferiti “appieno”, come invece poteva fare chi possedeva un computer o una Xbox.

    Sony cercò di compensare il ritardo rispetto alle altre console con un sistema di classificazione degli achievements più chiaro ed introducendo l’idea del trofeo di platino per chi completava il titolo al 100%. L’idea funzionò ed accontentò i fans, che cominciarono a collezionare un platino dietro l’altro, investendo sempre più tempo ed energie sulle loro console.

    Per una metà di pubblico questa novità non determinò chissà quale cambiamento e anzi, passò inosservata. L’altra metà invece, in particolare quella amante dei giochi online, ha ricevuto in maniera molto più calorosa questa nuova dinamica.

    La soddisfazione di vedere sul proprio profilo un piccolo riconoscimento (anche se non tangibile e solo virtuale) per un’impresa portata a termine viene valutata positivamente dai giocatori ed il poter mostrare ciò a chiunque a mò di medaglia attraverso i meccanismi social integrati nelle console è un plus non da poco.

    Come si classificano i trofei?

    Rimandiamo nell’ambiente Playstation, antropologicamente importante perché responsabile dei platinum hunters e cerchiamo di costruire un identikit ben preciso alla figura del trofeo.

    Esistono ben 4 tipi di trofei, ognuno associato al grado di difficoltà di un determinato obiettivo

    • Bronzo
    • Argento
    • Oro
    • Platino

    Il numero di ogni tipologia di trofei varia in base al titolo e alle intenzioni degli sviluppatori, chiaramente. Ogni trofeo possiede poi una rarità relativa, legata al numero di giocatori che effettivamente sono riusciti ad ottenerlo sul proprio profilo.

    Sempre in ambito PlayStation questa classificazione così schematizzata:

    • comune
    • raro
    • molto raro
    • ultra raro

    Quali sono i motivi che hanno portato alla nascita dei trofei?

    Molti sostengono che i trofei siano unicamente un motivo di vanto per il videogiocatore o un modo come un altro per mostrare alle amicizie online quanto si è forti (Spoiler: 9 volte su 10 gli stessi amici staranno finendo una campagna di Call of Duty e saranno quanto più indifferenti possibile al numero di giochi platinato; potete restare nella vostra convinzione e pavoneggiarvi nei forum dedicati se vi piace, non siamo qui per giudicare).

    Altri ritengono che i trofei siano come una pacca sulla spalla virtuale, una falsa misura dell’abilità di un giocatore in quanto, spesso e volentieri, ne misurano il tempo speso su quel gioco e non l’effettivo talento. E sono le stesse persone che, quando il platino diventa ostico al punto da innervosire, sostengono sia meglio rinunciare piuttosto che rovinare l’esperienza che il resto del titolo ci ha regalato.

    Un numero piuttosto consistente di giocatori ancora, disprezza l’idea di giocare a oltranza con l’unico fine di sbloccare gli achievements. Trovano in questa meccanica una sorta di anti-gioco: in effetti la vita è già così difficile nel mondo reale, perché complicarsela ulteriormente, anche nei momenti in cui dovremmo rilassarci, mentre si impugna un joystick?

    Da un punto di vista oggettivo invece, si può dire che questo sistema abbia un senso molto preciso proprio legato al marketing. Sebbene il trofeo in sé rappresenti una ricompensa che premia i giocatori alla costante ricerca di sfide, possiamo provare a rintracciare diversi motivi che hanno convinto le software house a introdurre nelle esperienze di gioco questi artifici.

    Per spiegare meglio partiremo da una domanda: vi è mai capitato di attendere con impazienza un titolo, comprarlo al day one, “divorarlo” in due giorni e poi vivere nella scontentezza per settimane perché non è durato abbastanza? I trofei potrebbero essere un modo per risolvere questo problema e donare artificialmente longevità al videogioco!

    Così facendo, si cerca di coinvolgere il giocatore in vere e proprie sfide, che lo terranno incollato al joystick per diverse ore e di costringerlo ad addentrarsi nella trama ancora più in profondità di quanto non abbia già fatto, per completare tutte le quest secondarie ed esplorare tutti quei luoghi e quelle situazioni che normalmente trascurerebbe.

    Non ci si rende conto dei dettagli che perdiamo di vista e del numero di ore che il gioco guadagna con questo sistema, finché non si accetta la sfida e si inizia l’avvincente corsa al platino.

    Un’altra possibile motivazione è legata al concetto di retention, ovvero alla capacità di un prodotto di non far allontanare il suo giocatore dopo la fruizione. Una retention alta significa maggiori possibilità per il titolo di fidelizzare del pubblico, aumentando quindi le possibilità per i giocatori di continuare a pagare per DLC, espansioni o seguiti.

    Le possibilità, in ogni caso, non si fermano qui e ci sono moltissimi altri ragionamenti che si possono fare nell’ambito dei trofei videoludici anche al di fuori dell’universo Playstation