GTA San Andreas: ricordi battono remaster 5-0

gta san andreas, remaster contro originale

Partiamo da un presupposto, io non ho foraggiato l’operazione remaster della trilogia originale di Grand Theft Auto, ho giocato solo San Andreas scaricandolo dal Gamepass perché, nonostante all’annuncio fossi gasatissimo, una vocina ha cominciato a mettermi la pulce nell’orecchio. Di Rockstar mi fido, ma voglio sempre andarci coi piedi di piombo in certe situazioni, non buttarmici a capofitto per poi rischiare di rompermi l’osso del collo. Inoltre, ho una predilezione per i remake che ritengo nettamente più utili e degni di nota dal punto di vista creativo.

A un uomo non devi togliere le certezze, se gliele sottrai quell’uomo può ritenersi perduto per sempre, io ho poche certezze nella vita, una di queste è che Rockstar Games, banalmente, lavora bene. In una top ten delle aziende videoludiche, Rockstar per me salirebbe sul podio, e proprio per questo mi sento scombussolato, è crollata una certezza. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che il lavoro, materialmente, non è stato svolto da Rockstar, bensì da un piccolo studio di sviluppo, Grove Street Games, tuttavia in un delitto se ha grosse colpe chi lo commette, il mandante non è da meno.

L’effetto nostalgia è bellissimo, ti fa scendere una lacrimuccia, ti teletrasporta a quando la vita era più facile, più spensierata, bla bla bla, e purtroppo molti se ne approfittano. La nostalgia è un filtro, una sorta di velo che cade sulla testa offuscando la vista, bisogna essere bravi ad accorgersene in tempo. Anche io ho cominciato la San Andreas Remaster a mille, un sorriso mi si è stampato in faccia quando ho ascoltato la musica dell’intro, mi sono sentito a casa quando in bici ho raggiunto Grove Street facendo mia la tipica frase: si torna sempre dove si è stati felici.

Poi però è scattata la molla che ha fatto volare via il velo, quel filtro maledetto. Andando sempre più avanti il sorriso ha iniziato a sparire lasciando spazio a ciglia aggrottate e un ghigno quasi di dolore, mentre nella mia testa si faceva largo una domanda fondamentale: ce n’era veramente bisogno? Se un lavoro di recupero, di restauro di un’opera così importante deve essere fatto così, allora forse è meglio lasciare i ricordi. Alcune cose sono state rifinite, ma shooting e quality of life generale lasciano ancora a desiderare moltissimo, e sinceramente, alle soglie del 2022, un prodotto anacronistico non può diventare moderno con ritocchi così blandi e distratti.

Non significa essere cinici, è necessario avere un minimo di capacità analitica, altrimenti ci faremmo andare bene tutto e quel tutto verrà livellato sempre più verso il basso. Non possiamo permettere che accada, non ce lo meritiamo e non è giusto nei confronti di prodotti che hanno fatto la storia del medium. Forse non tutti se ne rendono conto, ma la “trilogia classica” della serie Rockstar ha davvero rivoluzionato il modo di fare videogiochi, l’approccio all’interazione in un mondo virtuale. Oggi, si dà per scontata la possibilità di esplorare mondi enormi, tanto che si è generata una certa insofferenza verso i giochi troppo grandi (coff Ubisoft coff), mentre una volta l’open world era l’eccezione. Paradossalmente, oggi sono in molti a chiedere il ritorno a titoli più lineari, meno dispersivi, perché l’open world ci ha stomacato.

L’uscita di GTA III fu una vera epifania, da quel momento il videogioco divenne sinonimo di libertà assoluta in un contesto action, un genere che aveva sempre imposto dei paletti; Vice City rappresentò il completamento di quella nuova visione dell’intrattenimento, un sequel perfetto, mentre San Andreas fu la consacrazione definitiva. Con questi presupposti, vie di mezzo non ce ne potevano essere: o l’operazione remaster avrebbe ridato nuova linfa a titoli indimenticabili o sarebbe diventata lo zimbello dell’anno solare 2021.

E non era semplice diventare tale, visto che quest’anno altri due colossi hanno fatto infuriare i giocatori, ossia Call of Duty Vanguard che non è esattamente il miglior capitolo della serie, mettiamola così, e Battlefield 2042, uscito in condizioni dai più ritenute pietose. Eh sì, perché di questi casi ormai ne stiamo vedendo un po’ troppi, Cyberpunk 2077 (forse è il caso di non inserire date nei titoli, portano sfortuna) ha fatto scuola, ma in negativo.

Le due domande che mi pongo io sono queste: 1. Rockstar aveva bisogno di questa remaster per tirare su due spicci?; 2. Rockstar aveva bisogno di questa remaster per entrare nei cuori dei fan? È un secco ‘no’ a entrambe, perché, nel primo caso, le condizioni economiche di Rockstar farebbero impallidire Tony Stark considerando quanto un singolo gioco, GTA V, sia ancora in grado di macinare introiti dopo anni di distanza. Può certamente dare fastidio la riproposizione di GTA V per ben tre generazioni, ma finché la qualità rimane alta, il problema rimane minimo (sta al singolo giocatore decidere se acquistare o meno), qualità che invece non abbiamo visto nell’ultimo prodotto di casa R.

Nel secondo caso, come ho già accennato prima, per me Rockstar è tra le migliori aziende del mondo, e questo mio pensiero penso sia condiviso da milioni di giocatori che, altrimenti, non comprerebbero tre volte lo stesso gioco. Dunque, perché cercare di guadagnare una fiducia già esistente e fortificata negli anni con una remaster senza né arte né parte. È stato un boomerang perché ora quella fiducia si è affievolita, in modo infinitesimale senza dubbio, generando nel giocatore il dubbio che anche Rockstar possa sbagliare di grosso e, ahinoi, fare cose tanto per.

Questo mi ha colpito maggiormente della San Andreas remaster che ho provato, non la qualità approssimativa del gioco in sé, piuttosto il fatto che Rockstar abbia iniziato ad appiattirsi, cosa che non ritenevo possibile. Prendete queste mie considerazioni come pensieri sparsi di un giocatore, non di un giornalista/critico, poiché a me ha fatto male al cuore tutta questa operazione in quanto gamer, fan decennale di Rockstar, appassionato degli universi narrativi e ludici della compagnia americana.

Il minimo sforzo vorrei vederlo fare ad altri, non mi lamenterei neanche più di tanto, ma con Rockstar sono molto più severo, intransigente oserei dire. I ricordi che ho impressi nella mia mente battono nettamente la remaster, un cappotto, un 5-0 che non può essere ribaltato nella partita di ritorno, a meno che Rockstar la prossima partita non la giochi ricordandosi quel che rappresenta per l’industria, un modello di riferimento, la punta di diamante.


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Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

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