Vi prego, se Abandoned non fosse di Kojima, non boicottate il gioco a prescindere

La faccenda Abandoned sta assumendo connotati surreali, il reveal dovrebbe arrivare domani, ma in questa vicenda di certezze ormai non ve ne sono più. È inutile elencare anche qui le coincidenze, o ciò che le persone credono essere tali, che hanno portato a credere che Abandoned possa essere un horror di Kojima o addirittura Silent Hill, le avete già lette sui social e su altre testate.

Io stesso, all’inizio, pensavo che Kojima ci avesse di nuovo messo lo zampino, speranza che si sta affievolendo (meglio, se dovesse essere davvero un suo gioco, la meraviglia sarebbe ancora più forte), dopo la nota campagna marketing di The Phantom Pain, ma ciò che mi preme dire in questo articolo è tutt’altro, non è un voler alimentare le speranze altrui o volerle demolire, il mio è un appello: non boicottate Abandoned se non dovesse essere quello che credete ora fermamente.

Prendiamo lo scenario più negativo: Blue Box è un piccolo studio che non ha mai visto Kojima, il suo director Hasan Kahraman non sarebbe mai stato preso sul serio se non avesse instillato il dubbio, quindi, facciamo che ci sia stato effettivamente “dolo”, che le mollichine siano state lanciate sul terreno in modo da attirare noi piccioni, addirittura mettiamoci Konami che si prende un po’ gioco dei suoi fan promuovendo merchandising proprio nello stesso periodo di maggior fervore delle teorie più complottistiche riguardo ad Abandoned, ripeto, cerchiamo di immaginare tutto questo fatto con oculatezza, allo scopo di ingannare i giocatori e mettere in moto la macchina del marketing su un gioco indie sconosciuto, saremmo noi autorizzati a essere incazzati come tassi del miele? Ammazza, certo che sì. Saremmo noi autorizzati a boicottare un gioco seppur si dimostrasse di qualità? Ecco, su questo punto io credo che ci sia bisogno di contare fino a dieci prima di fare scelte avventate.

Con “noi” intendo giocatori e recensori, in egual misura. In entrambi i casi, Abandoned, anche nello scenario più pessimista, per me andrà analizzato con cognizione di causa prima di essere giudicato, non può partire con un marchio indelebile sulla fronte. Perché sto affrontando questo punto? Perché sui social mi è già capitato di leggere decine e decine di commenti di questo tipo: “Se non dovesse essere un gioco di Kojima, sai che shitstorm che si prendono?“, “Un piccolo studio indie che si comporta così la potrebbe pagare cara” e, purtroppo, non ho visto solo persone fuori dal mondo dell’editoria videoludica scrivere queste cose, ma anche qualcuno che lavora per testate più o meno grosse.

Il mio appello, dunque, a non sabotare il titolo vale per tutti coloro che potrebbero sentirsi traditi, anche giustamente, da un clamore creato, eventualmente, ad arte dai diretti interessati.

Hasan Kahraman si è mostrato, ma, attenzione, dietro di lui potrebbe esserci Kojima, tipo detective Conan che doppia Goro

Abandoned: da recensire senza pregiudizi

Partiamo con i professionisti del settore, e già nel termine stesso c’è la soluzione. Quando si è professionisti, esistono doveri a cui adempiere (anche diritti, eh) e proprio come accade in qualsiasi altro campo dell’informazione, la cronaca va riportata senza pregiudizi in modo da non contaminarla. Quando racconta un fatto di cronaca nera, il giornalista non può certo puntare il dito contro uno degli indagati perché un mese prima lo ha tamponato in tangenziale, quando si fa la telecronaca di una partita di calcio, il giornalista non può sentirsi in diritto di offendere i giocatori della squadra che gli sta antipatica, ebbene, quando scrive una recensione, il giornalista non dovrebbe permettere a niente che sia esterno al gioco di inficiare il voto finale e il corpo del testo in generale.

Se un’azienda fa una vera e propria porcata che distrugge la qualità di un titolo (inserire microtransazioni a tradimento), allora è più che giusto farla notare in sede di recensione, mentre il comportamento di Blue Box, immaginando sempre lo scenario più negativo, è comunque esterno all’esperienza di gioco. Questa va analizzata pad alla mano, dimenticando ciò che credevamo potesse essere, sviscerandola per quel che è (sarà).

Se poi Abandoned dovesse rivelarsi un indie horror brutto, o quantomeno al di sotto della qualità media di prodotti dello stesso genere, si potrà bastonare senza problemi, perché il lavoro di un critico/giornalista videoludico è anche quello di picchiare forte, metaforicamente, quando ce n’è bisogno, cioè quando l’esperienza di gioco non è soddisfacente, non è all’altezza, non è al passo con i tempi o, più banalmente, presenta problemi tecnici che la rendono impossibile da fruire.

Questo albero è troppo… alberoso, voto 2

Abandoned: da giocare (o non giocare) liberando la mente

Il giocatore ha più libertà, parliamoci chiaro, non ha doveri nei confronti degli altri, se non quello di non infastidirli o etichettarli per quel che giocano o non giocano. Il giocatore può benissimo decidere di non acquistare Abandoned perché infastidito dal teatrino che c’è stato intorno, libertà che però si ferma nel momento in cui vorrà dare giudizi sul gioco senza averlo mai provato.

In un mio precedente articolo, scrissi “no, guardare i gameplay non ti dà diritto di giudicare un videogioco” e lo confermo. Puoi giudicarlo per te stesso, ma non indirizzando l’acquisto di altre persone. Il giocatore che decide di non acquistare Abandoned non può affermare che il gioco faccia schifo perché Kahraman non è Kojima. Lo può pensare? Ovvio, ma sarebbe meglio se se lo tenesse per lui.

Il giocatore che, invece, sceglie di dare una chance ad Abandoned lo dovrà fare liberando la mente. Non significa farselo piacere per forza, ma entrare nel mood adatto a godersi l’esperienza, cercare ciò che Blue Box vuole esprimere e non ciò che avrebbe potuto esprimere Kojima. Non lo deve fare solo per gli altri, ma soprattutto per se stesso perché giocare con risentimento impedisce la giusta fruizione del prodotto, impedisce di divertirsi. E se uno non gioca per divertirsi, che lo fa a fare?

È tempo di dare un segnale come community, eliminando la tossicità che i tempi moderni stanno amplificando attraverso strumenti di diffusione una volta agli albori o sconosciuti. Pensiamo a giocare, il rancore conserviamolo per Fortn…. niente, dimenticate ciò che stavo per scrivere.

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Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

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