The Procession to Calvary | Recensione (Nintendo Switch)

Fin dal liceo, ho sempre avuto la fissa dei quadri.

I miei libri di Storia, pieni di raffigurazioni d’epoca, erano una gioia per i miei occhi: a ogni pagina una nuova battaglia da ammirare, una nuova incoronazione, una nuova scena di vita quotidiana. Forse è per questa mia passione per le immagini che anni dopo ho desiderato scrivere fumetti e di videogiochi, a volte veri e propri quadri in movimento in cui l’immagine è centrale nel raccontare una storia.

E forse è per questo motivo che ho scelto di recensire The Procession to Calvary, delirio indie del britannico Joe Richardson, che per un weekend di follia mi ha portato fra dipinti dell’età medioevale e moderna, ma soprattutto in una stretta micidiale fra due grandi miti della comicità: i Monty Python e Monkey Island.

Preparate le vostre spade, allenate il vostro humor inglese, e seguitemi in un viaggio nell’assurdità più totale fra guerre di religione, santoni impazziti cavalieri assetati di sangue!

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Ma dove diavolo sono finito?!

La risposta alla domanda del titolo è semplice, e straniante: giocando a The Procession to the Calvary saremo dentro un quadro.

Anzi no. Saremo in un universo di quadri, folle mix di elementi figurativi tratti opere d’arte tardo medioevali e dell’età moderna messi insieme e shakerati con maestria in una serie di scenari-collage onirici e dissacranti. Cioè, immaginate cosa voglia dire prendere un quadro di un autore fiammingo del ‘600, usarlo come sfondo, appiccicarci sopra con l’attak La Ragazza con l’Orecchino di Perla, o La Gioconda, o la Venere di Botticelli e fare di esse PNG con le quali parlare e interagire.

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Preparatevi a secchiate di blasfemia

L’idea geniale di The Procession to Calvary si concretizza già solo in questo.
Il team di Richardson, attraverso un progetto kickstarter che trasuda amore da tutti i pori, ha lavorato sul farci entrare in un paesaggio visionario che ricorda per esempio il video Marajà di Vinicio Capossela (ve lo ricordate? In caso, eccolo qui), un mondo fatto di arte, di immagini incrociate e dialoganti.

E questo è già “tanta roba”, come si suol dire.
Se siete appassionati d’arte, se avete studiato queste cose, se come me amavate esplorare con lo sguardo dipinti antichi, vi perderete ore, ore e ore alla ricerca della citazione, del particolare, del dettaglio di quadro non ancora individuato.

Originale, vero?
Certo, ma non è tutto.

Satira e videogioco

Se questa è la superficie, e quel che c’è sotto è un impianto narrativo che è una “ciliegina sulla torta” di grandissimo valore.

Il nostro alter-ego in questo tour immaginifico non ha nome, ma è scritta con un’arguzia e una caratterizzazione che più di una volta hanno fatto cadere il sottoscritto dal letto in preda alle convulsioni: una cavaliera in armatura con un fisico improbabile per una guerriera e una fissa, uccidere.

Siamo in un mondo folle e medievaleggiante (ovviamente), e la grande guerra fra “Sud” e “Nord” è appena terminata. The heavenly Peter (ma mi piace chiamarlo “Pietro il Celestiale”), tiranno del sud, è scappato dalla battaglia finale e la nostra cavaliera vuole passare ai libri di storia come l’eroina responsabile dell’uccisione del nemico del proprio popolo.

Per questo, parte per la capitale nemica in una sorta di missione eroica in solitaria. Il problema però è che la sua missione non è autorizzata, e c’è di più: per decreto divino, solo un’altra uccisione dopo la conclusione della guerra potrebbe portare alla dannazione dell’assassino.

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Il colpo d’occhio è tanto caotico quanto geniale

Ora, è davvero difficile spiegarvi come questa premessa, in termini di scrittura, riesca a creare un gioco comico veramente ben fatto, arguto, dissacrante, colto, ricco di un nonsense levigato con precisione per far sì che la risata non sia semplicemente sentita, ma soprattutto intelligente.

Certo, avvertenza: come un buon film dei Monty Python, The Procession to the Calvary è blasfemo, antipatico, e per taluni può risultare sgradevole nei contenuti. Troveremo battute politically uncorrect, ma anche scene boardline come crocifissioni, squartamenti e un Gesù Cristo in persona trattato malissimo.

In fondo, The Procession to Calvary è a suo modo una costante e pressante presa in giro della religione, della superstizione, del potere assoluto, nonché una beffarda condanna degli orrori che può portare (guerra, repressione politica, fondamentalismo), e a suo modo, seppur sorridendo, riesce a far riflettere e a dare grandi insegnamenti.

Qualora tutto ciò non vi dia fastidio, The Procession to the Calvary vi porterà in un magnifico mondo fatto di citazioni dotte, giochi di parole, frecciatine, tratti di english e black humor mai fuori luogo o fini a loro stesse.

E di qui, l’idea che questo caro Joe Richardson non sia altro che un bravo allievo di Ron Gillbert, di sicuro meno geniale e ispirato, ma tagliente e capace di costruire un’ottima opera videoludica basata sullo humor, cosa per nulla facile.

Dulcis in fundo, la colonna sonora, con brani tratti da una straordinaria selezione di artisti anche in questo caso attivi fra il termine del medioevo e il ‘700, in grado di dare un accompagnamento davvero di classe.

Il teatro dell’assurdo

Se la confezione tecnico-artistica è un bel gioiellino, a livello di gameplay l’invenzione narrativa e visiva di The Procession to Calvary si concretizza in un approccio molto semplice: un punta-e-clicca puro, basato sulla risoluzione di una serie di enigmi concatenati all’interno di un’avventura che potremo finire in tre o quattro ore se abbiamo ben chiaro quali siano i concetti base del genere (dialogo, esplorazione e raccolta oggetti).

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Alcuni scorci sono davvero una goduria per gli occhi

Sul monitor della nostra Switch di fiducia l’esperienza di gioco sarà molto intuitiva e fluida (grazie anche a una mappatura comandi ben fatta), e solo poche sono le occasioni in cui l’avventura sembra diventare davvero “impegnativa”, con picchi di difficoltà mai però stancanti.

Un paio di situazioni potrebbero portarci a dover ragionare per un po’ più di tempo, ma tutto sembra tarato alla perfezione per divertirci ed evitare di frustrarci. In questo, l’umorismo di cui la vicenda è permeata ha un ruolo fondamentale, in quanto voler andare avanti per capire fino a che punto si spingerà la follia dell’avventura diventa un movente perfetto per il giocatore.

Perché in fondo è questo che The Procession to Calvary vuol fare: divertire, nella maniera più  immersiva e spietata possibile, portandoti a non voler più posare la console.

Ovviamente, se vi aspettate un gioco particolarmente elaborato o in grado di darvi un’esperienza di gioco peculiare dovreste ricredervi immediatamente, perché The Procession to Calvary è un prodotto che non fa altro che rielaborare alla perfezione i classici stilemi del genere per spingere il pedale sulla narrazione, la creazione di un’empatia con il giocatore, e anche una chiara e pungente satira politica e religiosa.

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Se quest’esperienza non vi basta, aggiungiamoci anche la presenza di “due” finali”, uno “buono” e uno “cattivo”.

Questo dipende dal fatto che il gioco ci permette di affrontare la storia sbarazzandoci di alcune minacce imbracciano la nostra spada, ma attenzione: ricordiate cos’ha decretato Pietro il Celestiale alla fine della guerra.

Ricordatelo, e pensate alla vostra testa.

The Procession to the Calvary è un piccolo gioiello di design, costruito con cura per creare un solido intreccio di scrittura, confezione elegante (sia da un punto di vista estetico che visivo) e un gameplay non frustrante. Lato artistico e sceneggiatura vanno a braccetto e si servono l’un l’altra grazie a un’impostazione di gioco immediata e semplice, in grado di portarci a non volerci più staccare dalla console, pregando il gioco di strapparci almeno un’altra risata. Un indie perfetto per passare qualche ora immersi in un mondo di arte, blasfemia e follia pura, che difficilmente potremo dimenticare.

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Articolo a cura di Fabio Antinucci

30 anni (anagraficamente, in realtà molti di più) ha alle spalle esperienze come copywriter, redattore multimediale e critico cinematografico, letterario e fumettistico, laureato con una tesi triennale su Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan e una magistrale su From Hell di Alan Moore.
Appassionato di letteratura horror e fantastica, divoratore di film di genere di pessima lega (ma ha nel cuore pezzi da novanta come Kubrick, Mann e Kurosawa), passa le sue giornate fra romanzi di Stephen King, graphic novel d’autore e fascicoletti di Batman.
Scrive (male) da una vita, e ha pubblicato un romanzo breve (Cacciatori di morte) e due librigame (quelli della saga di Child Wood).
Crede che il gioco sia una forma di creazione e libertà, capace di farti staccare la spina e al contempo di far riflettere, ragionare, commuoverti e socializzare. Per questo gioca di ruolo da dieci anni (in particolare a Sine Requie, D&D, Vampiri la Masquerade e Brass Age) per questo adora perdersi di fronte alla sua Play.
È innamorato del videogioco grazie a Hideo Kojima e al primo Metal Gear Solid, al quale ha giurato amore eterno, ma col tempo ha imparato ad amare gli open-world, gli action-adventure, gli rpg all’occidentale, i punta e clicca, a una condizione: che raccontino una bella storia.

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