In Rays of the Light – Recensione PS4

recensione in rays of the light

Nel 2012 Sergey Noskov, autore russo molto legato alla tematica distopica/post-apocalittica (35MM, 7th Sector), pubblicò The Light, gioco ambientato in una versione post-nucleare di Mosca. Oggi, The Light viene riproposto in edizione rimasterizzata, intitolata In Rays of the Light.

Questa versione tecnicamente più moderna, sviluppata da Sometimes You, propone migliorie grafiche molto accentuate soprattutto su PS5 e Xbox Series X, grazie a un sistema di illuminazione completamente rinnovato, ma possiamo assicurarvi che anche su PS4 (e Xbox One) il lavoro svolto è di ottima fattura.

Il resto, invece, è pressoché invariato, tuttavia se non conoscete il titolo originale, In Rays of the Light è il modo migliore per recuperarlo.

Sotto i raggi del sole, l’umanità è distrutta

Ci risvegliamo in un’aula malmessa di quella che una volta doveva essere una scuola, una struttura interamente bianca, dalle forme precise, senza abbellimenti futili; ci troviamo in Russia come possiamo evincere anche dalle scritte in cirillico presenti sui muri, non c’è anima viva, la natura fuori ha preso il sopravvento come accade nelle migliori produzioni post-apocalittiche.

Questo almeno lo capiamo fin dai primi istanti, nonostante il giocatore non possa andare oltre al grande cortile esterno, è chiaro che qualcosa di grande e tragico sia successo, qualcosa che ha messo in ginocchio l’umanità. Per comprendere meglio l’accaduto, il protagonista esplora stanze vuote e silenziose, leggendo documenti, unica strada che ha il giocatore per avere chiare le idee sulla trama di In Rays of the Light.

Sia chiaro, la storia del gioco non è difficile, almeno nella sua parte più superficiale e in vista, ma, come ogni buon indie che si rispetti, c’è un messaggio più profondo, ben celato, attraverso il quale Noskov vuole farci riflettere su concetti più alti, quasi filosofici. Non ci sono cutscene, la comprensione di ciò che ci circonda va di pari passo con il gameplay, con l’esplorazione e la risoluzione di enigmi che rappresentano il fulcro dell’esperienza.

In Rays of the Light, d’altronde, dura circa 2 ore (brevità giustificata anche dal prezzo di €7,99), tempo che il giocatore passerà quasi sempre all’interno della scuola, con sporadiche uscite esterne per risolvere un paio di situazioni, per poi arrivare a una chiosa dall’atmosfera molto differente da quella respirata fino a quel momento, più ermetica e dal sapore quasi mistico. Non vi sveliamo null’altro.

Chiavi e armadietti a profusione

Il gameplay non è particolarmente ramificato e ricco di sfumature, prevedendo la minuziosa esplorazione degli ambienti alla ricerca di oggetti utili per risolvere enigmi sparsi. Ci sono tante fotografie da esaminare, porte da aprire inserendo combinazioni numeriche, armadietti da ispezionare, chiavi da trovare, facendo avanti e indietro per la struttura, abbastanza grande ma non così tanto da spaventare, infatti questa è costruita su due piani più un seminterrato.

Gli ampi spazi permettono di avere sempre una panoramica molto chiara di dove ci troviamo e di quale mossa operare per riuscire ad andare avanti, difatti il gioco non si basa su una fittizia e frustrante dispersività che spesso serve ad allungare il brodo, anzi, a queste fasi esplorative fanno da collante un paio di sezioni narrative, da walking simulator, che rendono tutto più compatto, inserito su binari ben nascosti.

Ciò che colpisce maggiormente del titolo di Noskov è la capacità di trasportare il giocatore in un mondo devastato senza utilizzare i cliché più abusati, puntando tutto su un’atmosfera irreale che, dal punto di vista visivo, può far ricordare addirittura il primo The Last of Us (l’iconica scena della giraffa, per esempio), mentre l’intera vicenda può presentare punti in comune con Everybody’s Gone to the Rapture, in particolar modo il sound design che passa da bellissime melodie, composte da Dmitry Nikolaev, ai suoni della natura. Il vento che passa tra i rami degli alberi, il canto di uccellini, gli stessi silenzi, regalano la sensazione di essere uno degli ultimi rimasti nel mondo.

In Rays of the Light non presenta combattimenti, non ci sono NPC con cui interagire, possiamo contare solo sulle nostre gambe e la nostra voglia di andare in fondo alla vicenda. Ci sono altresì delle sfumature horror, ma si tratta perlopiù di suggestioni create ad arte con ambientazioni buie, in cui orientarsi utilizzando la torcia, la visuale in soggettiva che fa molto Dying Light, e ancora una volta un sound design degno di nota nei momenti più claustrofobici.

Una luce diversa

Dal punto di vista grafico, su PS4 il gioco si comporta molto bene puntando sull’illuminazione che è cambiata davvero tanto dalla versione originale del 2012, miglioramenti che, come abbiamo detto, sono visibili maggiormente sulle console di nuova gen, ma apprezzabili comunque sulle piattaforme sul viale del tramonto.

Il lavoro più pregevole è stato fatto sugli interni che vogliono tendere al fotorealismo, mentre la zona al di fuori dell’edificio, pur offrendo un’ottima visione d’insieme, pecca in alcuni dettagli come la vegetazione non sempre realizzata in modo certosino e delle texture rivedibili. È chiaro che si sia voluta dare maggiore importanza alla scuola che è il vero setting dell’esperienza di gioco.

Ti è piaciuto l'articolo o hai perplessità?
Entra nel nostro gruppo Facebook o sul gruppo Telegram!

Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

Gnosia: come sbloccare il vero finale

far cry

Cos’era Far Cry prima di Ubisoft? Uno sguardo al gioco nel giorno del suo diciassettesimo anniversario