Draugen | Recensione del mystery scandinavo (PS4)

recensione di Draugen per PS4

Draugen è un’esperienza narrativa nata dalla mente di Red Thread Games, casa di sviluppo norvegese composta da ex membri di Funcom, il team, fondato da Ragnar Tørnquist, che diede vita a una della migliori avventure grafiche di sempre, The Longest Journey.

Draugen è un gioco molto diverso da The Longest Journey e da Dreamfall Chapters, il suo sequel, ma come questi punta molto su una storia intrigante e sull’immersione in un mondo che attinge a piene mani dal folklore scandinavo. Vediamo insieme se il risultato finale può far felici gli amanti del genere.

Draugen – I’m not alone

Il titolo completo recita proprio così, Draugen – I’m not alone, cioè Non sono solo, e infatti, non saremo soli. È il 1923. Il gioco comincia con una barca a remi controllata dal protagonista Edward Harden, uomo colto, razionale e disinteressato alle “primitive superstizioni”; con lui c’è una ragazza, Alice, che lui chiama amichevolmente Lissie, dotata di vivace intelligenza. Non conosciamo quale preciso rapporto intercorra tra di loro, tuttavia sembrano molto legati.

Si stanno recando in Norvegia, nel piccolo villaggio di Graavik, alla ricerca di Elizabeth, la sorella di Edward scomparsa misteriosamente. L’uomo ha ricevuto una lettera da parte di Fretland, un ricco possidente della zona che lo convince a cominciare le ricerche proprio da quel villaggio fuori dal mondo.

Graavik sembra davvero non esistere nello spazio e nel tempo, non c’è anima viva (come da tradizione nei giochi del genere), nella stessa abitazione dei Fretland non abita più nessuno, se busseremo alle poche case presenti non risponderà alcun autoctono. Siamo soli… a prima vista. In realtà, il concetto di solitudine di Draugen è insolito, perché durante la nostra esplorazione avremo sempre la sensazione di essere scorti da qualcuno, di essere indirizzati.

Edward e Lissie, infatti, trovano sul loro cammino note, indizi, oggetti che sembrano essere stati posti lì per una ragione ben precisa. La ricerca di Elizabeth andrà a incrociarsi con fatti misteriosi avvenuti nel villaggio e miti norreni: una maledizione aleggia sul luogo?

Camminando per i sentieri della mente

La trama non è tutta lì, tuttavia il gioco non dura tantissimo, circa tre ore, e la vicenda diverrà sempre più chiara in modo precipitoso, perciò sarebbe un peccato spiegare molto più di quello che serve. Dal punto di vista ludico, Draugen è un’esperienza narrativa in prima persona maggiormente accostabile a un walking simulator piuttosto che a una vera e propria avventura grafica.

I comandi da gestire sono pochissimi, potremo camminare per i bellissimi sentieri di Graavik, richiamare l’attenzione di Lissie (della quale non prenderemo mai il controllo attivamente) con il tasto R1, correre con R2, interagire con X e scegliere opzioni di dialogo e di investigazione con i tasti frontali del joypad. Non c’è un inventario, tutti gli oggetti raccolti verranno commentati sul posto o usati nelle immediate vicinanze.

Non aspettatevi enigmi da classico punta e clicca e neanche quella sensazione di non saper dove andare. Draugen non è quel tipo di gioco. Il nostro scopo è seguire la storia, questa ci prenderà per mano e ci indirizzerà, come da tradizione dei titoli story driven. Quando avremo un indizio tra le mai, appariranno i tasti da tenere premuti per far partire una considerazione o un ragionamento, ma non dovremo mai sforzarci, saranno Edward e Lissie a farlo per noi.

Il mood generale ci ha ricordato molto The Vanishing of Ethan Carter, tuttavia il gioco di The Astronauts presentava vere e proprie “scene del crimine” da esaminare, in Draugen è tutto più guidato, meno gravoso. Altro titolo equiparabile è What Remains of Edith Finch, anche in quel caso però avevamo un gameplay con una struttura più variabile e una maggiore interazione. Il maggior numero di punti di incontro Draugen li ha con Dear Esther, uno degli antesignani del genere walking simulator, proprio per la sua natura più intimista.

Red Thread Games vuole convincere il giocatore ad ascoltare le asserzioni e i contrasti dialettici dei due personaggi principali, a fermarsi su una scogliera a guardare i fiordi. Il villaggio di Graavik, d’altronde, è davvero piccolo, correndo per cinque minuti è possibile vedere tutto ciò che ha da offrire, dalla chiesa alla costa da cui i pescatori procacciano (o procacciavano) il cibo per sé e le proprie famiglie.

Un dipinto da esplorare

Draugen è esteticamente meraviglioso. Vi invitiamo a usare spesso il tasto share del joypad per rendervi conto delle potenzialità fotogeniche del titolo di Red Thread Games. Sembra di entrare in un dipinto di Monet e di poterlo esplorare. I colori pastello non offrono una sensazione di fotorealismo, piuttosto fanno sì che la natura prenda vita dopo essere stata immaginata e trasposta su tela da un impressionista.

Ruscelli, cascate e il gelido mare che circonda la costa rappresentano i punti più alti della figurazione scenica. L’atmosfera solinga è accentuata da un sonoro composto da voci bianche, musiche strumentali in cui i violini la fanno da padrone e liriche che accompagnano l’intimo peregrinare dei pensieri dei personaggi. Sottolineiamo, inoltre, che non è disponibile la lingua italiana né per il doppiaggio né per i testi.

Commento finale

Draugen è un walking simulator investigativo improntato sulla storia e sull’immersione del giocatore nel mondo di gioco. La sua scarsa durata, la mancanza di veri enigmi e un percorso già tracciato che va solo seguito potrebbero scoraggiare chi è alla ricerca di un mystery che dia filo da torcere al proprio sesto senso. Nonostante ciò, Draugen rimane un’esperienza da coltivare per la sua storia intrigante, i dialoghi ben scritti e un’estetica eccezionale.

Consiglio del redattore

Procuratevi una macchina fotografica per immortalare i bellissimi scorci del villaggio di Graavik.

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Articolo a cura di Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopro la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il mio più grande amore e così decido di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la mia forma finale.

Per me i videogiochi sono una forma d'arte e guai a dirmi il contrario.

Appassionato di tutto ciò da cui sgorga sangue: cinema horror (registi preferiti Argento e Romero), letteratura gialla e dell'orrore (autori preferiti Christie, Poe e Lovecraft) e ovviamente i videogiochi del genere (Silent Hill e Resident Evil sopra ogni cosa).

Il mio videogioco preferito di sempre è Fahrenheit che ho finito un numero non precisato di volte, da lì scaturisce la mia ammirazione per tutti i lavori di David Cage.

La mia "carriera" videoludica è segnata da un marchio da cui non sono mai riuscito a staccarmi: PlayStation! In circa 20 anni di gaming, ho completato più di 600 titoli.

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