Taranto è di nuovo al centro del dibattito: tra sirene di fabbrica all’alba e balconi impolverati, la storia dell’acciaio italiano riparte da una domanda semplice e scomoda. Chi deve prendersi la responsabilità di un impianto strategico che da anni brucia soldi, fiducia e salute?
Michele De Palma, segretario generale della Fiom, non gira attorno al tema. Chiede di fermare lo spreco di soldi pubblici e di seguire la via della nazionalizzazione. Cita la Francia e il Regno Unito come bussola. E risponde al ministro Adolfo Urso, che ha detto “basta” a nuovi esborsi: “Li avete spesi male”. Il punto non è solo politico. È industriale. E, più a fondo, civile.
A Taranto l’ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia) era un colosso europeo. Capacità teorica sopra i 8 milioni di tonnellate l’anno. Produzione reale crollata intorno a 2-3 milioni negli ultimi anni. Migliaia di posti in bilico. Un indotto fragile che vive di commesse a singhiozzo. E un contesto sanitario segnato da dati epidemiologici pubblici che parlano chiaro: qui l’aria pesa più che altrove. Chi lavora e chi abita lo sa senza cercare numeri.
Si è parlato di Baku Steel come nuovo acquirente nel 2023. Gli annunci sono rimbalzati. Ma a oggi non esistono atti pubblici definitivi che lo confermino: trattativa evocata, non certificata. Intanto lo Stato ha continuato a mettere risorse, tra prestiti, garanzie, commissariamenti. E il conto cresce senza una rotta stabile.
Perché la nazionalizzazione torna tema
De Palma guarda fuori confine. In Francia e nel Regno Unito i governi hanno scelto interventi forti per tenere in casa asset strategici. Non sempre si è trattato di piena “nazionalizzazione” classica dell’acciaio: spesso si è usato un mix di ingressi pubblici temporanei, salvataggi in amministrazione straordinaria, aiuti condizionati a piani di decarbonizzazione. Eppure il messaggio è passato: lo Stato entra se serve e impone direzione, tempi e investimenti.
Qui sta il nodo italiano. L’ingresso pubblico c’è stato, ma senza una governance univoca. Miliardi messi a tappare falle. Pochi vincoli credibili su qualità dell’aria, sicurezza, tempi dei forni, investimenti sui forni elettrici ad arco e su nuove preriduzioni. Nessuna regia che unisca lavoro, salute, innovazione. È questo “speso male” di cui parla De Palma: denaro senza missione.
Un esempio concreto? In Europa diversi impianti hanno già un piano finanziato per passare a produzioni più pulite, con milestone verificabili e sanzioni se si sgarra. Qui si discute da anni se tenere acceso un altoforno o aspettare. Nel frattempo i tecnici vanno via, i giovani scappano, i pezzi migliori si rompono perché nessuno li sostituisce in tempo. È la deriva lenta che tutti conosciamo.
Taranto tra lavoro e salute
Nell’area industriale lo vedi dai turni che si accorciano e dagli occhi di chi esce al cambio. La fabbrica non è un simbolo astratto: è scuola, rate del mutuo, bar pieno alle sei del mattino. Ma è anche polvere sui panni stesi e finestre chiuse d’estate. Per questo la parola “strategico” deve valere in doppia direzione: occupazione e ambiente.
La proposta di nazionalizzazione non è una bandiera nostalgica. È un modo per dire: decidiamo. Mettiamo lo Stato al volante con un mandato chiaro, tempi brevi, un piano pubblico-privato misurabile su tre cardini: qualità dell’aria, produzione stabile, filiera dell’acciaio che serva l’industria nazionale. Senza questo, ogni “basta soldi” suona come un arrivederci al prossimo decreto.
Forse la domanda più sincera è un’altra: vogliamo che Taranto diventi il primo grande cantiere italiano della transizione industriale, o preferiamo guardare altrove mentre la ruggine fa il suo lavoro? La risposta, in fondo, è già nell’odore del mare che arriva fin dentro la fabbrica. E aspetta un sì che sia finalmente operativo.