Death Stranding: i giocatori amano… urinare di fronte alla casa di Conan O’Brien!

Death Stranding, Conan O'Brien

Sappiamo tutti che uno degli obiettivi di quell’artista fuori controllo di Hideo Kojima è di fare del videogioco qualcosa di più di un semplice passatempo. Con Death Stranding, forse, è riuscito in un piccolo “esperimento sociologico” non da poco: fin quasi dal day-one uno dei prepper (abitanti delle lande isolate di DS) che il nostro Sam Porter Bridges può incontrare, dall’iconico nome di “Cosplayer”,  è letteralmente perseguitato da giocatori che arrivano di fronte alla sua capanna e… e fanno sì che i loro PG lascino un ricordino a base di urina sulla soglia di casa. Perché? Secondo alcuni ciò sarebbe dovuto alle fattezze del prepper, incarnato dal comico e sceneggiatore americano Conan O’Brien, e da una generica antipatia verso di lui.

Sì, avete capito bene:  i giocatori amerebbero “andare a pisciare” (scusate la brutalità) davanti alla casa di Conan O’Brien, e la cosa sarebbe diventata in breve una sorta di “tradizione”. Come lo sappiamo? E’ presto detto. Per coloro che non hanno ancora messo le mani su Death Stranding ricordiamo che il titolo è giocabile online e che parte fondamentale del gioco consiste nel lasciare “tracce”, “segni” e strutture di supporto agli altri giocatori attraverso un sistema di multiplayer asincrono. Arrivando di fronte all’abitazione del PNG-O’Brien è dunque possibile trovare le tracce dei recenti bisogni di altri PG, nonché un grande cartello per segnalare che tal pratica è vietata, accompagnato da svariati “like” (sempre nel multiplayer asincrono DS è possibile lasciare segnali di questo tipo, come appunto quello di “divieto di urinare”, e lasciare “like” di apprezzamento per quelli degli altri, ndr). 

Hideo Kojima e Conan O'Brien
Kojima e O’Brien assieme in un vlog di lavorazione di Death Stranding

Kojima colpisce ancora

Lo sappiamo, la notizia è tanto strana da far sì che stiate sgranando gli occhi e pensando “Oh, ma che cavolate sto leggendo?!”, quando invece a)è tutto vero e documentato b)potrebbe non essere un fatto da relegare a stupido gossip videoludico.

Tutti sappiamo che uno degli obiettivi storici di Kojima è quello di abbattere la “quarta parete” fra giocatore e gioco, di far sì che pezzi della nostra realtà entrino all’interno mondo digitale che stiamo visitando e ne diventino un elemento narrativo fondamentale. Del resto stiamo sempre parlando di un autore che già nei primi anni 2000 aveva profetizzato l’avvento dell’età della comunicazione digitalizzata e di tutte le sue problematiche in Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty. 

Potrà sembrare un discorso “hipster”, “troppo sofisticato”, o ancora di pura “devozione” verso un autore (cosa falsa nel caso di chi scrive, che a due mesi dall’uscita trova difficoltoso finire un gioco per lui ostico, criptico e poco empatico). Tuttavia, l’idea che episodi del genere danno è  che Kojima abbia vinto la sua sfida, ovvero ricordarci come in un mercato sempre più refrattario alla vera innovazione possa esistere un titolo tripla A in grado di “giocare col giocatore” e di renderlo partecipe non solo a una grande storia, ma soprattutto a un costante “dialogo con l’opera” in grado di scatenare esiti “sociali” del tutto inediti.

Che ne pensate?

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