Di statistiche e professioni: quando il “minmaxing” diventa un lavoro

minmaxing

“Ciao Francy, come stai?” “Bene, caro, te?” “Bah, settimana stressante, sai: tanto lavoro, zero tempo libero, qualche ora di svago al sushi con gli amici e poi la sera un’oretta di incontro online con il coach…” “Online? Forte, cos’è, un programma di fitness attraverso webacam?” “Nono, è il mio game coach, mi aiuta a prepararmi per WoW” “… scusa?” “Eh sì: un’ora di lezione su come migliorare le skill, perfezionare l’equipaggiamento, condurre i raid… è conveniente e tutto sommato divertente e… pronto? Claudio? Claudio?”.

Tranquilli, l’autore non è andato fuori di testa (affermazione opinabile), ma ha voluto cominciare in maniera divertente la sua esplorazione di un nuovo ambito professionele che forse potrebbe diventare parte integrante del mondo del gaming: fantascienza o concreta possibilità?

Il guru di NASCAR Heat 4

Cos’è stato a ispirare lo strano interrogativo alla base di questa story? Senza dubbio una serie di “segnali” che accenneremo nel corso dell’articolo e che si sono diffusi nel mondo del gaming negli ultimi anni, ma soprattutto un articolo redatto da Polygon nel quale Owen S. Good ha trattato il tema delle personalizzazioni e customizzazioni volte a migliorare le performance tecniche delle proprie auto da corsa nel popolare Nascar Heat 4. Per farlo Good ha scelto di intervistare Kyle Arnold, un famoso pro-gamer del circuito del titolo di Monster Games (quarto capitolo della serie), che fa parte del team Germain Gaming, team professionista nato nel marzo 2019.

Un’intervista interessante, per due motivi. Da un lato perché ribadisce ancora una volta la profondità e la complessità del mondo degli e-sports ribadendo la necessità di “professionismo” e di “competenza” che esso richiede: ore di lavoro spese non solo nell’allenamento alla propria disciplina videoludica preferita, ma anche, nel caso dei giochi di corse, nella ricerca della combinazione perfetta di componenti delle proprie vetture virtuali per una migliore performance “su strada”-ma si tratta di una “filosofia” applicabile a tutti i giochi che abbiano come fondamento personalizzazione e ottimizzazione dei propri avatar virtuali.

D’altro canto, però, a sorprendere abbastanza è il fatto che un’intera community di giocatori necessiti di quello che in effetti è un consulente professionista per realizzare una performance videoludica quanto più possibile valida e decisa.

Una screen da Nascar Heat 4
Nascar Heat 4, il terreno di gioco di Kyle Arnold.

“Forza, tieni più su quel pad!”

Mai come negli ultimi anni e mai come negli esports il videogioco ha dimostrato di poter vivere e dimostrare la propria forza attraverso meccaniche interne che, facendo leva su realismo, alta competività e profondità di gameplay, richiedono una fortissima “atletizzazione” del giocatore.

E’ infatti quasi banale per chi è avvezzo al videogioco affermare che buona parte dei giochi di massa di ultima generazione, dagli sportivi agli fps arrivando sino ad alcuni action-rpg (come i Souls) richiedano per essere goduti appieno di molto allenamento volto a fortificare sia istinti reattivi necessari ad affrontare le sessioni di gioco più frenetiche sia a sperimentare combinazioni di equipaggiamento adatti ad affrontare le varie sfide. In poche parole, parte dell’industria del videogioco ha puntato sulla realizzazione di titoli che fossero divertenti da giocare e soprattutto “totalizzanti”, che necessitavano di un’immedesimazione che non si limitasse alla sfera emotiva, ma richiedesse anche una vera e propria “forma mentis”, come in una vera e propria disciplina sportiva.

Come spesso accade, i principi di queste “discipline” hanno anche bisogno di una teorizzazione e, addirittura, di una divulgazione mediante degli “insegnanti” o degli atleti abbastanza bravi da allenare i novizi o dare consigli, esattamente come al momento fanno tanti youtuber, ricompensati dalle entrate generate dalle visualizzazioni. La domanda è, tuttavia: e se queste figure diventassero “professionali” in tutto e per tutto?

Una screen da Dark Souls
Provocazione: paghereste un coach affinché vi alleni a diventare sempre più forte a Dark Souls?

Fra coaching e influencer

E’ a questo punto che il discorso si fa più interessante e ricco di piccoli spunti, nonché senza dubbio più vasto di quel che è stato finora.

Poniamo caso che siate dei giocatori novellini alla prima uscita in un torneo e-sport del vostro titolo preferito. Poniamo che non vogliate fare brutta figura, e soprattutto che puntiate in alto, altissimo, e anzi vogliate anche fare del vostro gioco una professione (non facciamo moralismi: l’esport può essere un lavoro e anche buono, in questo contesto). Avete bisogno di un punto da cui partire, ma sapete di non essere abbastanza pronti; spendereste allora i vostri soldi per pagare qualcuno che può insegnarvi come correre meglio od ottimizzare la vostra vettura in NASCAR? Occhio, perché la risposta non è scontata, se volete far sul serio.

Da un altro punto di vista c’è inoltre il problema “filosofico” sul fronte degli sviluppatori: sicuri che essi avessero previsto la possibilità di “dare lavoro” a qualcuno come “game coach”, creando potenzialmente un mercato? Sarebbe giusto sfruttare la creazione di altri per costruirsi una professionalità?

Non abbiamo risposte, chiaramente: sono processi spesso ancora in fase seminale e in parte gli esempi proposti sono speculazioni fatte partendo da esempi con dinamiche simili (per esempio l’emergere di siti web e blog con i famosi “how to”), ancora lungi dall’attecchire, ma, pensando a quanto il mondo del gaming si sia sviluppato in senso “industrializzato” negli ultimi anni, sicuri sia solo fantascienza?

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FONTE Polygon

Articolo a cura di Fabio Antinucci

30 anni (anagraficamente, in realtà molti di più) ha alle spalle esperienze come copywriter, redattore multimediale e critico cinematografico, letterario e fumettistico, laureato con una tesi triennale su Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan e una magistrale su From Hell di Alan Moore.
Appassionato di letteratura horror e fantastica, divoratore di film di genere di pessima lega (ma ha nel cuore pezzi da novanta come Kubrick, Mann e Kurosawa), passa le sue giornate fra romanzi di Stephen King, graphic novel d’autore e fascicoletti di Batman.
Scrive (male) da una vita, e ha pubblicato un romanzo breve (Cacciatori di morte) e due librigame (quelli della saga di Child Wood).
Crede che il gioco sia una forma di creazione e libertà, capace di farti staccare la spina e al contempo di far riflettere, ragionare, commuoverti e socializzare. Per questo gioca di ruolo da dieci anni (in particolare a Sine Requie, D&D, Vampiri la Masquerade e Brass Age) per questo adora perdersi di fronte alla sua Play.
È innamorato del videogioco grazie a Hideo Kojima e al primo Metal Gear Solid, al quale ha giurato amore eterno, ma col tempo ha imparato ad amare gli open-world, gli action-adventure, gli rpg all’occidentale, i punta e clicca, a una condizione: che raccontino una bella storia.

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