Astral Chain, nuovo titolo di Platinum Games in uscita quest’oggi (rimanete sintonizzati: la nostra recensione in arrivo), segna il ritorno di uno degli studi creativi più autoriali nel panorama dell’action contemporaneo con un titolo che si prospetta come uno sci-fi dal comparto tecnico di tutto rispetto, ma atteso soprattutto per un altro motivo. Il suo art design è infatti stato curato da Masakazu Katsura, nome ormai leggendario del manga giapponese: con all’attivo titoli come Zetman e Video Girl Ai, ha infatti impresso la sua impronta sul genere fra gli anni ’80 e i ’90, con uno stile peculiare e una grande versatilità.

Al contrario di quanto potremmo pensare, tuttavia, Astral Chain non è il primo gioco curato artisticamente dal mangaka giapponese.
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Astral Chain: fantascienza prima di tutto!

Ambientato in un mondo futuristico post-apocalittico, Arca, nel quale impersoneremo un ufficiale del Neuron (corpo speciale della polizia impegnato nella lotta alle Chimere, creature extra-dimensionali che minacciano il pianeta), Astral Chain si prospetta come un action dall’apparato artistico di tutto rispetto, a partire dall’ambientazione.

Astral chain

La città futuristica nella quale l’umanità sembra aver trovato rifugio è a tutti gli effetti una sorta di summa di tutto ciò che il manga e l’animazione fantascientifica giapponese hanno creato negli ultimi quarant’anni: ambiente urbano ultra-tecnologico, motociclette futuristiche che alla lunga sembrano strizzare l’occhio a classici come Akira, apparati robotici che, sappiamo, non mancheranno di appagare il nostro sense of wonder.

Conoscendo la sua vasta opera, ci sentiamo abbastanza sicuri di poter dire che Katsura non poteva che essere uno dei candidati ideali a curare artisticamente questa visione.

Pur avendo un setting e uno tono diverso da quello dell’ultima fatica di Platinum, Zetman, una delle sue opere più famose, è un manga action che punta tutto su un’estetica pop-action molto peculiare, che ha dimostrato il talento di Katsura per la creazione di universi narrativi che fossero, fin dal design, immediatamente riconoscibili.

Attraverso il coinvolgimento di Katsura, quindi, Astral Chain sembra avere tutte le carte in regola per intercettare il gusto di un pubblico molto variegato, che va al di là di quello del videogioco e punta invece al cuore degli appassionati di narrativa popolare giapponese.

Katsura: fantastico fra serialità e autorialità

Nato nel 1962, protagonista di una stagione entusiasmante del manga, Masakazu Katsura è un autore iconico, capace di concepire mondi e storie senza dubbio pop e ben inserite all’interno dei generi, ma anche e soprattutto di travalicare questi ultimi e di giocare con essi.

Fin dal suo esordio, Wing-Man (1983), Katsura tenta un approccio molto ironico a uno dei generi peculiari della narrativa pop giapponese degli ultimi decenni, ovvero quello del supereroe: Kenta, il protoagonista appassionato di serial giapponesi incentrati su vendicatori mascherati, tenta a sua volta di divenire supereroe, ma incappa in una serie di strane dinamiche sentimentali che lo fanno apparire più un eterno wanna-be che ciò che vorrebbe essere. Un approccio a suo modo innovativo, a suo modo originale, a un genere all’epoca fin troppo sfruttato dai creativi nipponici.

Un approccio che Katsura continua a proporre anche nei passi successivi della sua carriera: nonostante Zetman rappresenti un approdo a un fumetto più canonico, incentrato sulla lotta contro il male attraverso il racconto della guerra fra i player (misteriosi esseri creati in laboratorio dalle pessime intenzioni), e una nutrita resistenza capeggiata dal supereroe che dà il nome alla serie, Video Girl Ai, l’altro classico del mangaka, torna sulla strada della pura ironia, senza però dimenticare l’amore per le storie fantastiche.

Serie romance a tutti gli effetti, VGI mette infatti in scena le avventure del liceale Yota, alle prese con le sue problematiche di cuore e lo stile di vita “da sfigato” fin quando, entrato in possesso di una misteriosa videocassetta porno, non si ritrova la protagonista del video, Ai, fuori dallo schermo domestico, accampata in casa sua e motore di una serie di imprevisti ovviamente assurdi.

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Video Girl Ai (1989-1999)

Una serie ormai storica: irriverente, originale, tenera. Ed è proprio questo classico a condurci di fronte all’altro approdo al videogioco da parte del mangaka.

1999: Love & Destroy (e l’ombra di Video Girl Ai!)

Sviluppato nel 1999 da Arc Entertainment e Inti Creates, visto col senno di poi Love & Destroy, primissimo videogioco dal design curato da Katsura, ha una trama che sembra combinare, in maniera curiosa, elementi del setting di Astral Chain e dinamiche “fantasentimentali” di Video Girl Ai: in un contesto futuristico, eravamo chiamati a vestire i panni di un eroe chiamato a pilotare un mech corazzato dotato del S.E.E.D. (Synchronized Energy of Emotive Dynamics), ovvero un trio di intelligenze artificiali sotto forma femminile col quale il protagonista sviluppava una sorta di love-story.

Tornava, insomma, l’approccio ironico, anticonformista e dissacrante alla fantascienza già portato avanti da Katsura con VGI, senza paura di infrangere le barriere fra i generi e di risultare assolutamente stravagante e insolito, anzi premendo sull’acceleratore dell’assurdo.

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Love and Destroy (1999): beh, se quella non è Ai…

Quando il fumetto diventa videogioco

Date le premesse estremamente seriose di Astral Chain, non ci aspettiamo che l’assurdità di Love & Destroy troverà spazio nel prodotto Platinum (anche se certe scollature dei modelli femminili non possono non far andare il pensiero all’erotismo ironico dei manga dell’autore), e pensiamo che il talento sfruttato da Katsura in quest’occasione sia più quello della capacità visionaria e della capcità di costruire mondi vivi e graficamente impressionanti.

Anche se rimanesse a livello grafico, tuttavia, l’apporto di Katsura confermerebbe l’interessante apporto del fumetto, arte di narrativa visiva per eccellenza, al videogioco.

Andando oltre la mera ricostruzione grafica della realtà, il character design fumettoso riesce a elaborare un mondo con una precisa identità, una stilizzazione autoriale molto marcata, un altro modo di riflettere la realtà, più artistico e senza dubbio più sfizioso.

Un bel banchetto per l’immaginazione, non trovate?

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