Mentre qualcuno versa amare lacrime legate all’assenza di un abbonamento netflixiano per Google Stadia e le altre aziende si combattono a colpi di pass e servizi di streaming, sembra che il colosso di Mountain View abbia ancora qualcosa da dire nel mondo degli abbonamenti grazie ad una tipologia di offerta tutta nuova.

Secondo le ultime indiscrezioni raccolte dal sito google play pass, Google sta plausibilmente testando un servizio in abbonamento chiamato Play Pass legato allo store che anima il sistema operativo Android. L’obbiettivo di tale abbonamento sarebbe quello di offrire a tutti i suoi acquirenti una serie di prodotti in modo gratuito, lasciando da parte tutte le pubblicità.

Un abbonamento per domarle tutte (le applicazioni).

Il Play Pass è un abbonamento made in Google che è stato leakato sul sopracitato Android Police e che dovrebbe diventare la risposta made in Android ad Apple Arcade, il servizio di Apple realizzato per il mondo iOS annunciato durante il mese di marzo che non ci aveva fatto proprio impazzire.

Secondo le immagini che sono trapelate il Play Pass avrà un costo mensile di quasi cinque dollari (quattro e novantanove per la precisione) e permetterà agli utenti paganti di avere accesso a centinaia di applicazioni e videogiochi di carattere premium senza bisogno di fare acquisti aggiuntivi, togliendo (nel frattempo) tutte le pubblicità veicolate attraverso Google ad. Non è tutto perché, secondo le indiscrezioni trapelate il Google Play Pass avrà anche una sua versione gratuita e da una versione per famiglie; per entrambe queste opportunità i costi ed i numeri non sono ancora stati chiariti dal colosso americano.

È importante notare come il servizio non finirà per includere soltanto videogiochi al suo interno ma sarà espanso su più fronti; una delle pagine informative leakate sul sito riporta dichiarazioni come

“esplora un catalogo curato che parte dai puzzle games fino alle applicazioni di musica “premium” potendo usufruire di tutto ciò che c’è in mezzo! Dai videogiochi action ai tracker per l’attività fisica ed il fitness, con Google Play Pass puoi avere accesso a centinaia di applicazioni premium e a centinaia di videogiochi senza doverti preoccupare della presenza di pubblicità, di costi legati al download o senza dover compiere acquisti all’interno dell’app stessa”

Nonostante non siano stati fatti grandi nomi da Google stessa alcuni screenshot lasciano presupporre la presenza, all’interno del passo, di titoli come Stardew Valley, Marvel Pinball, Monument Valley, Star Wars: Knight Of The Old Republic e Limbo; cinque titoli tra indie e mainstream capaci di riscuotere un grande successo che potrebbero rappresentare in modo abbastanza onesto la direzione che l’azienda di Mountain View vuole prendere con tale abbonamento.

Cosa vuole fare Google con questo nuovo servizio?

 

È lecito pensare che Google abbia intenzione di azzeccare i costi di pagamento delle app ed i costi di utilizzo delle stesse, rimuovendo tutti i blocchi mentali che sono connessi alla spesa di denaro non fisico attraverso le carte di credito; un concetto praticamente opposto a quello delle microtransazioni che ottenere gli stessi risultati del gioco d’azzardo stimolando gli stessi recettori.

Mentre Apple ha per il suo Apple Arcade un impressionante serie di publisher come Lego, Annapurna Inteactive, Cartoon Network, Sega pronti a rilasciare in esclusiva titoli, Google non ha dichiarato niente a tal riguardo; è lecito aspettare che al Play Pass non verrà associato nessun investimento videoludico in tal senso e che il pass funzionerà semplicemente in base alle scelte della compagnia.

Il problema principale legato a questo pass è in realtà relativo alla tipologia di giochi che è possibile trovare all’interno del Google Play Store: parliamo di videogiochi indipendenti e di titoli dalla scarsa durata che cozzano mortalmente con le revenue generate secondo un programma ad abbonamento. La cosa era stata già analizzata con dovizia di particolari dal nostro Marco in un articolo specifico; i videogiochi indipendenti hanno una rigiocabilità ed una longevità generalmente bassa dovuta ai fondi con cui sono stati costruiti, motivo per cui un sistema di revenue basato sul numero di ore giocate potrebbe premiare altre tipologie di giochi come quelli tripla a.

In tal senso, secondo quanto dichiarato da Teddy Dief una monetizzazione classica come quella che si basa sul numero di copie vendute ancora rimane la migliore per il mercato indipendente. Peccato che tale tipo di sistema di ripartizione ricavi non sia semplicemente compatibile con il mondo degli abbonamenti.

google opinion reward google play pass

Le prime avvisaglie dell’abbonamento in made in Google erano nell’etere già da mesi e mesi; i primi rumour risalgono al giugno 2018 quando il developer Kieron Quinn trovò all’interno dell’APK del Play Store dei riferimenti ad una funzione chiamata per l’appunto Play Pass; già allora lo sviluppatore suggerì che tale funzione potesse essere il nome del servizio in abbonamento di Google.

Qualche mese dopo gli XDA Developers misero insieme una serie più corposa di prove che si andavano già a sommare a vari frammenti trovati in giro per il web. Secondo quanto dichiarato da Quinn, uno dei suoi amici durante l’estate del 2018 ricevette un sondaggio di Google (attraverso Google Opinion Rewards) riguardante l’eventuale inclusione di un abbonamento all’interno dei servizi dell’azienda. Tale servizio, chiamato genericamente pass veniva descritto come in grado di offrire migliaia di dollari di videogiochi e applicazioni all’utente previo pagamento di una quota mensile.

Perché Google ha tanto lavorato per ottenere un simile risultato?

play pass

Nonostante la piattaforma di Google registri, trimestre per trimestre, record sempre nuovi sulla quantità di download che vengono fatti, non può fregiarsi di un simile risultato su di un altro parametro, molto più importante dal punto di vista monetario: i soldi spesi sulle singole applicazioni. Un servizio in abbonamento potrebbe mettere in contatto un pubblico molto vasto con una serie di applicazioni dotate, al loro interno, di qualche sistema di monetizzazione.

Secondo delle ricerche fatte da siti come AndroidAuthority nonostante il Play Store abbia, più o meno, il doppio di download rispetto all’app store, genera la metà dei ricavi e pochissime applicazioni riescono ad essere veramente remunerative da questo punto di vista.

Su 2.6 milioni di applicazioni esistenti sullo store, “soltanto” 1697 applicazioni sono riuscite a portarsi a casa, nel corso del 2017, almeno un milione di dollari; di queste soltanto 330 sono riuscite a raggiungere l’ambito traguardo dei dieci milioni di dollari di ricavi nel corso di un anno. Parliamo di applicazioni come Netflix e poche altre.

In prospettiva soltanto qualcosa come lo 0.00013% delle applicazioni sono riuscite ad essere particolarmente remunerative; con l’arrivo di un abbonamento nasce la possibilità per moltissime altre applicazioni di incontrare un eventuale pubblico pagante.

Google Play Pass riuscirà a risolvere i problemi legati alla monetizzazione delle applicazioni?

Il problema più grande a cui si può pensare avendo in mente la stazza del Play Store è legato al dover far accettare, nuovamente, ad una grandissima quantità di publisher e di sviluppatori dei termini d’uso e servizio rimodellati. Queste modifiche andranno fatte in modo da permettere a chiunque di far parte del sistema d’abbonamento Play Pass.

Sono mesi che l’azienda di Mountain View sperimenta metodi alternativi per poter portare a casa qualche soldo in più o per aumentare il numero di euro/dollari spesi sulle singole applicazioni. In Giappone (nazione dove si spende moltissimo pro-capite sulle semplice applicazioni), ad esempio, Google ha introdotto i Google Play Points, ovvero un sistema di punti che si ottengono acquistando dal play store servizi e applicazioni.

L’azienda aveva già provato, durante la scorsa estate, ad inserire un sistema di demo riguardante i videogiochi a pagamento presenti sulla piattaforma; con l’arrivo di un sistema da abbonamento tutte quesete neo funzioni potrebbero smettere di avere valore all’interno della piattaforma.

 

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