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1924 – DARKWATER ISLAND, NEI PRESSI DI BOSTON, MASSACHUSETTS.

Mi sono svegliato tardi, come mi capita sempre più di frequente.
Ho dormito male, e il sonno è stato frammentato. Gli incubi, poi. Non ne parliamo.

La signora Whitaker, povera donna, è stata così gentile da lasciarmi del surrogato di caffè sui fornelli della cucina, o almeno credo che sia surrogato. Ci intingo delle croste di pane, quelle che ho tagliato via dal sandwich di tacchino e uova sode con cui ho cenato ieri. Ho ancora un saporaccio in bocca, come di pesce rancido, che mal si sposa con il Pepsodent che qui usano come dentifricio. Sputo. Un filo di sangue nel lavandino. Grugnisco.

Più nauseato che assonnato, tiro fuori il rasoio da un cassetto del bagno; una dozzina di passate sul liso cuoio della coramella, una veloce insaponata e cerco di restituire una sembianza d’umanità alla mia faccia tirata, che oggi sembra più gialla del solito. Qualche spruzzo di lozione alcolica, e una generosa dose di tonico sui capelli non proprio pulitissimi.

Il sacrilego miscuglio di odori, profumi e fetori mi assale come un pugno di un irlandese, dritto alla bocca dello stomaco. Rigetto la colazione, la cena della sera precedente e il pranzo del Ringraziamento dell’anno scorso.
Non posso uscire in queste condizioni.

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Metto a scaldare dell’acqua non troppo limpida sulla stufa, per prepararmi un bagno. Fisso lo specchio cristallino in cui, pian piano, iniziano ad emergere mondi d’argento, globi luminosi che collidono tra loro, si distruggono a vicenda, e si uniscono a formare bolle sempre più grandi che increspano la superficie dell’acqua.

Nuovi, antichi mondi che emergono dalle profondità.
Emetto il secondo, o forse il terzo grugnito della giornata. Il mento mi prude fastidiosamente: probabilmente il rasoio ha bisogno di avere di nuovo un rapporto intimo con la liscia, nera e stranamente affascinante pietra d’ardesia che dovrebbe essere in qualche mobiletto del bagno.

Il sibilo del bollitore mi chiama a sé con la sua voce acuta, fastidiosa e profondamente familiare.
Riempio d’acqua fredda la tinozza in legno, una memoria d’epoche passate e più semplici, e la miscelo con il contenuto del bollitore finché spire di vapore s’innalzano verso il soffitto ammuffito come placidi fantasmi. Mi spoglio. Inizia a prudermi anche la schiena, terribilmente. Dio, sto da schifo.
Lentamente m’immergo nell’acqua ancora troppo calda, ma detesto il freddo. E anche le uova sode. Un sospiro: stavolta niente grugniti. Mi siedo sul fondo della tinozza, e appoggio la testa contro il legno rigonfio.

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Mi ritrovo a fissare le macchie d’umidità sul soffitto, che disegnano strane guglie sproporzionate, piani inclinati, e poi edifici titanici talmente immensi che non posso non fantasticar sui loro abitanti: dovrebbero essere dei colossi, rispetto a noi. Ma è solo muffa, in fin dei conti.

Il prurito si è calmato, finalmente. Sbatto più volte le palpebre, per cercare di calmare le pulsazioni che avverto all’interno degli occhi, e che distorcono la mia vista già imperfetta. A ogni battito del cuore, a ogni palpito che viaggia lungo le purpuree arterie fino a martellarmi fastidiosamente dietro le pupille, le macchie d’umidità si muovono leggermente, assumendo forme ancor più fantastiche e strane.

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Colonie di miceli diventano viali delineati da immani funghi verdastri; infiltrazioni d’acqua diventano lividi laghi che si uniscono a formare oceani dalle spiagge cerulee, come il soffitto della casa vittoriana che la vedova Whitaker ha trasformato nell’unico albergo di questa palude sperduta nel Nord-Est degli Stati Uniti d’America. I pensieri si rincorrono, si afferrano, si sbranano a vicenda, e a volte il vincitore non sembra più neanche una cosa nata dalla mia mente. La vita è una serie di fotografie scattate dal cervello, e non c’è differenza tra le immagini reali e quelle partorite da un’immaginazione troppo fervida.

Che quel che si è innalzato possa affondare, e che quel che si è inabissato possa emergere.

Scuoto la testa, per scacciare queste parole che non desideravo pronunciare, né pensare.
Chi le ha messe lì?

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Mi accorgo che l’acqua calda ormai è men che tiepida, quasi fredda.
È tempo di riemergere. Grugnisco una specie di abbozzo di risata, tra me e me.
Raccolgo le energie, mi appoggio al legno ormai fradicio, e spingo per tirar fuori dalle acque il mio corpo, non più giovanissimo nonché nudo come un verme strisciante.

Non succede niente.
Le pulsazioni dietro gli occhi sono più forti di prima? Oddio, non posso muovermi. Che succede?
Respiro più rapidamente. Cerco di calmarmi. Mi esplode un tremendo mal di testa proprio dietro il sopracciglio destro, solcato da una vecchia cicatrice.

Riprovo ad alzarmi e ad uscire dall’acqua ormai fredda.
Un rantolo, più che un grugnito, sfugge dalle mie labbra.
Non riesco a calmare il respiro. Risucchio aria dalla bocca con avidità, seccandomi la gola, come se fossi appena tornato a galla dopo una lunga immersione.
Che succede? Dall’unica finestra della stanza non entra più luce: il cielo è del colore della cenere fredda. Respiro sempre più velocemente. Il dolore alla testa si fa lancinante.

 

Call-of-cthulhu-quinto-spoiler-criptatoStrizzo gli occhi per cercare di bloccare i battiti martellanti, e vedo soltanto un velo scuro, venato di porpora, che ondeggia allo stesso ritmo del mio cuore impazzito. Li riapro.
Provo a chiamare la signora Whitaker, ma dalle mie labbra livide viene fuori appena un grugnito strozzato. L’acqua nella tinozza si increspa con delle onde, anche se io sono immobile, mio malgrado.
Devo andarmene di qui. Ora.

Posso muovere soltanto gli occhi. Guardo la finestra, tra le pesanti tende scure. Con un guizzo sposto lo sguardo verso l’acqua stranamente tremula, e infine i miei occhi pulsanti si posano sul soffitto.
L’ancestrale, ciclopica città di guglie disumane si apre davanti a me, e mi chiama. L’acqua della tinozza, un freddo brodo che blocca in una morsa un rettile tremante a cui è stata strappata via la possibilità di evolversi, pare riflettere sul soffitto una luce cerulea, che proviene dalla città stessa; muffa e umidità ora sono strade, viali e antichi, maestosi, terribili, meravigliosi edifici mai toccati da mano umana, che giacciono sotto le onde e di rado vengono sfiorati dal calore e dalla luce dell’astro morente che alcuni chiamano Sole.

Voglio poggiare i miei piedi, nudi e resi rugosi dall’acqua, sulla viscida pietra ciclopica di quella empia città di morte, in cui strani esseri dormono da eoni: un sonno privo di vita ma non di sogni, con cui chiamano a sé i propri folli servitori.

Le prime parole che pronuncio in questo fausto giorno, nonché le ultime sillabe che le mie cianotiche labbra formano in questo mondo, sono «Iä! Iä! Cthulhu fhtagn!».

Poi il buio. La fredda, opprimente, confortante tenebra dell’oblio. Un oblio in cui risuona soltanto un sottile e monotono lamento di flauti blasfemi che giungono da stanze inconcepibili, senza luce, di là dal Tempo; la detestabile cacofonia al cui ritmo danzano lenti, goffi e assurdi, i giganteschi, tenebrosi ultimi dèi.

Disclaimer

Questo articolo è di nostra iniziativa ed è dedicato al nostro amore per le opere Lovecraftiane.

Avrete inteso che il testo nella copertina e le immagini sono scritte in un cifrario con un font speciale, sta a voi capire cosa ci è scritto.

Indizio per gli investigatori: ricordate la lingua del popolo di Sheshach e di trovare “il font adatto”.

Altrimenti.. basterà attendere la recensione il 30 Ottobre 2018 alle ore 10:00 per avere la soluzione a tutti gli enigmi

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