Before We Leave | Recensione (PC): colonizzare è un po’ come un puzzle

È l’alba di un nuovo giorno sul tuo pianeta: dopo un non meglio precisato disastro che ha distrutto la tua civiltà, i tuoi abitanti cominciano a uscire fuori dal rifugio sotterraneo per tornare a vivere in superficie.

No, non stiamo parlando di un nuovo Fallout, ma di Before We Leave, un titolo strategico indie sviluppato da Balancing Monkey Games che fu pubblicato già nel 2020 su Epic Games Store con un discreto successo, ma che ora arriva su Steam forte della partnership con Team17.

Before We Leave viene presentato al pubblico come un “city builder non violento“, una descrizione che, effettivamente, calza a pennello ma… è anche un po’ fuorviante.

I cultori degli strategici 4X, dei Civilization e dei vari giochi Paradox, potrebbero trasalire davanti a questa definizione; dov’è la sfida e dov’è il senso di onnipotenza se non posso conquistare altri popoli o se non posso cancellare dall’esistenza altre civiltà?

Ammetto di aver pensato anch’io una cosa del genere.

Eppure, già dai primi istanti di gioco è stato chiaro che la difficoltà e quel “senso di onnipotenza” tipico degli strategici sono elementi perfettamente inclusi in Before We Leave, semplicemente questi non si trovano nelle solite meccaniche di combattimento, diplomazia e conquista.

Sono fuori dal bunker

Partiamo dalle premesse narrative.
Dopo anni (secoli?) di vita nei bunker sotterranei, gli abitanti cominciano a uscire allo scoperto e a reclamare il territorio abbandonato dagli “antichi“. In questo contesto, il giocatore deve cercare di ripopolare il pianeta, diviso in diversi continenti che il gioco chiama “isole“, riscoprendo man mano le antiche tecnologie sotto forma di risorse colorate che un tempo l’umanità usava per prosperare, e sfruttando le rovine e i ruderi della vecchia civiltà di un tempo.

Il pianeta abbandonato di Before We Leave

Ma allora che senso ha il titolo “Before We Leave” (“prima di andarcene“)? Dove devono andare questi abitanti se sono appena tornati a ripopolare il pianeta?

Beh, non siamo mica soli nell’universo: da un lato abbiamo altri pianeti colonizzabili con le loro isole e i loro biomi, dall’altro abbiamo una minaccia incombente che in modalità di gioco avanzate può darci davvero del filo da torcere… e che ci apre una finestra su quanto accaduto in passato agli antenati che si sono confinati in un bunker.

“Prima di andarcene” quindi assume una doppia sfumatura: da un lato indica gli immensi e lunghi preparativi per spostarsi su nuovi pianeti, e dall’altro si riferisce ai motivi per cui gli antichi, prima di noi, avevano deciso di nascondersi in rifugi sotterranei.

Ad ogni modo, non è solo la minaccia aliena a costringere il giocatore a lasciare il pianeta, anzi, la presenza o meno di tale elemento di gioco è opzionale nella configurazione delle partite, e ciò che più spingerà gli abitanti a cercare una nuova casa è il gioco stesso con le sue meccaniche.

Razzo in partenza in Before We Leave

Uno strategico ̶4̶X̶ 3X

Nell’introduzione dicevamo che la descrizione ufficiale di Before We Leave qualifica il gioco come city builder non violento, ma noi aggiungiamo che l’intera struttura di gioco è un lungo puzzle game: l’albero della ricerca con i vari edifici da sbloccare, le risorse artificiali prodotte da noi e quelle tecnologiche da raccogliere dai depositi degli antichi abitanti, il piazzamento degli edifici sulla griglia esagonale “alla Civilization”, tutto è bilanciato in modo che una cosa sia propedeutica all’altra, e in modo che tutto avvenga in contemporanea con l’esplorazione.

Per accedere a una risorsa in particolare, per esempio, bisognerà per forza atterrare su un nuovo pianeta, e per viaggiare verso la nuova casa, sarà necessario uno sforzo incredibile in termini di investimento di spazio e risorse. Pian piano ogni tassello di questo enorme puzzle fatto di meccaniche a incastro va a combaciare fino a formare un’esperienza di gioco sì rilassante, ma incredibilmente divertente per il grado di sfida.

Isola quasi del tutto occupata in Before We Leave

Non è semplice già di suo cercare di far combaciare gli edifici giusti nel poco spazio disponibile senza rendere infelici (e improduttivi) gli abitanti, figuriamoci quando dopo aver perlustrato tutto il pianeta scopri che devi migrare verso un altro, e che per farlo hai bisogno di mettere in moto una grande quantità di attività.

Pur avendo un piglio immediato e di semplice utilizzo, Before We Leave nasconde una profondità di gioco soddisfacente, acuita proprio da questo sapiente incastro di sblocchi propedeutici. Si potrebbe considerare quasi un 4X, se non fosse che una delle quattro X è assente (Explore, Expand, Exploit, ̶E̶x̶t̶e̶r̶m̶i̶n̶a̶t̶e̶), a meno che non si consideri lo sfruttamento barbaro dei pianeti la componente di sterminio mancante.

Isola innevata di Before We Leave

Ovviamente non poteva non essere presente una componente ambientalista in un gioco del genere: inquinamento, sfruttamento compulsivo delle risorse, deforestazione e così via, sono tanti elementi che cercano di comunicare al giocatore l’importanza (e la quasi impossibilità) della convivenza con la natura con uno stile di vita dedito allo sfruttamento totale delle sue risorse.

Prima di andarcene

Una delle cose più interessanti dell’intero gameplay di Before We Leave è la componente esplorativa. Al di là della grafica dei pianeti e delle celle esagonali che, diciamocelo, hanno il loro fascino, ciò che il gioco tenta di comunicare sottilmente tramite l’esplorazione è che il progresso della civiltà è fine a sé stesso.

Albero della ricerca di Before We Leave

In teoria, gli abitanti di un’isola potrebbero tranquillamente vivere con il grado tecnologico raggiunto senza andare a cercare nuove risorse. Il giocatore potrebbe tranquillamente vivere di sostentamento, lasciando gli abitanti sull’unica isola a disposizione con le sole tecnologie necessarie conosciute. È solo esplorando che il giocatore trova altre risorse e, di conseguenza, trova anche un motivo per progredire con la ricerca scientifica che porta alla scoperta di nuove tecnologie sempre più inquinanti.

Esplorazione, costruzione e dinamiche puzzle sono esaltate dalla bellissima grafica di gioco. Basta davvero fare screen in un qualunque momento in partita per trovarsi davanti a una stupenda immagine evocativa di uno strano mondo post-apocalittico dove tecnologie antiche e futuristiche si mischiano continuamente, il tutto rappresentato quasi come se fosse un tabellone di un gioco da tavolo dalla forma sferica, con tanto di pedine-abitanti e animali.

Abitante solitario su una piccola isoletta

Anche gli effetti grafici contribuiscono ad esaltare la già ottima figura che fa il comparto visivo di Before We Leave. Luce, meteo e nuvole sono tutte componenti dinamiche che arricchiscono sia l’esperienza di gioco in fase di costruzione e ragionamento, sia nei momenti di esplorazione. Se proprio dobbiamo trovare il pelo nell’uovo, personalmente le grafiche dell’interfaccia non mi fanno impazzire. Con un titolo del genere, forse qualcosa di diverso avrebbe elevato ancora di più la già ottima grafica.

Anche il comparto audio è ottimo, soprattutto per quel che riguarda i suoni ambientali e di gioco. Peccato per le musiche che, per quanto ottime e sempre azzeccate, risultano subito ripetitive visto che le sessioni di gioco sono davvero molto lunghe. A proposito di lunghezza, non aspettatevi partite mordi e fuggi su un gioco come Before We Leave, dove anche il tutorial può rubarvi almeno 5 ore di gioco.

Before We Leave è un atipico strategico con dinamiche da puzzle game. L’assenza di popoli da assoggettare e combattere non deve trarvi in inganno: il titolo, grazie alla sua immediatezza e alla sua grafica originale, vi calerà in un universo rilassante, ma ciò non significa che l’esperienza di gioco non possa essere piena di insidie, a partire dal poco spazio a disposizione da ottimizzare fino ad arrivare a giganti minacce aliene.

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Articolo a cura di Alessandro Colantonio

Game designer in erba e chitarrista a tempo perso. Nasce all'ombra del Vesuvio nel 1991, muove i suoi primi passi nel mondo dei videogiochi su un Windows 95 all'età di 5 anni, e diventa presto un Allenatore di Pokémon.

Bazzica tra radio web e band durante i suoi studi universitari tra Napoli, Roma e Milano, per diventare un mittente di mail professionista per annunci di lavoro che non avranno mai risposta.

Prima di approdare a Player.it si è distinto nella fan-community di Pokémon Millennium diventandone rapidamente editorial supervisor e simultaneamente PR, garantendo alla redazione del portale un flusso costante di videogiochi per Nintendo Switch da recensire.

I suoi generi preferiti sono i gestionali, gli strategici, i tattici e i GDR. Tuttavia, essendo un accumulatore seriale di videogiochi, cerca sempre di giocare ogni titolo che gli capita sotto mano.

Ha una perversione per le pratiche fandom, i cani e la birra artigianale. Adora D&D, va in ira e carica.

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