Monkey King: Hero is Back (PS4) | Recensione

la recensione di Monkey King: Hero is Back


Come ogni videogiocatore sa benissimo, i tie-in sono le operazioni più rischiose in cui una software si possa imbarcare. Produrre un videogame su licenza è sempre un azzardo, soprattutto se l’opera di riferimento è una delle pellicole più celebri e di successo degli ultimi anni. Per chi non lo sapesse, Monkey King: Hero is Back, uscito nelle sale cinematografiche cinesi nel 2015, è stato il film di animazione capace di vantare i più alti incassi in Cina, superato soltanto da Zootropolis e Kung Fu Panda 3.

Proprio per questa ragione, THQ Nordic ha deciso di realizzare un adattamento videoludico al film di Tian Xiao Peng, incaricando HexaDrive di trasformare il sogno di tanti appassionati in realtà. Lo sviluppatore ha scelto la strada della fedeltà all’opera originale, trasponendo quanto di più bello si è visto nella pellicola.

Tuttavia, occorre dirlo, nonostante le premesse fossero decisamente buone, ciò che ci siamo trovati tra le mani non ci ha soddisfatto, lasciandoci una sensazione di amaro in bocca, tipico delle occasioni sprecate. Nelle righe che seguono, cercheremo di spiegarvi cosa non ha funzionato in videogame che sembrava avere tutte le carte in regola per ritagliarsi il suo posto in questo periodo ricco di uscite.

Recensione Monkey King: Hero is Back | Un tuffo (non riuscito) nel passato

la grafica di monkey king: hero is back
Il viaggio di redenzione di Dasheng.

Sembra proprio che questi giorni subito precedenti ad Halloween ci vogliano catapultare indietro nel tempo, facendoci tornare a quasi 20 anni fa, in un’epoca in cui i platform in 3D spopolavano. Se sulla prima e fortunatissima console Sony i capisaldi del genere erano rappresentati da Croc, Gex, Spyro the Dragon, Crash Bandicoot, Medievil (di cui ora possiamo apprezzare il remake), il genere toccò lo zenith soltanto con l’avvento di Playstation 2.

Sulla nuova console, infatti, Ratchet and Clank e, soprattutto, Jak and Daxter andarono a ridefinire gli standard dei platform, alzando il livello qualitativo di lì agli anni a venire, sterzando anche verso lidi più action. Tuttavia, come purtroppo sappiamo, i platform sembrano essere passati di moda, ed il gameplay proposto sembra sempre più sentire il peso delle quasi due decadi trascorse dai loro “anni di gloria”.

la grafica di monkey king: hero is back
Il fulcro del gioco, inutile dirlo, sono i combattimenti.

Sotto questo aspetto, Monkey King: Hero is Back cerca di prendere il meglio che questi piccoli capolavori hanno offerto, e agli amanti della prima ora del genere non potrà non tornare alla mente Tai Fu: Wrath of the Tiger, forse il titolo che più si avvicina al gioco THQ Nordic.

Il videogame ci fa ripercorrere la storia di Sun Wukong, lo scimmiotto più famoso della cultura nerd, e del suo “Viaggio ad Occidente”, capace di influenzare la mano di Akira Toriyama, creando uno dei personaggi più amati della cultura giapponese: Goku. Il nostro eroe, dopo un “sonno” di 500 anni, sarà risvegliato da un giovane monaco, che lo informerà che, da quando è scomparso, i demoni sono cresciuti di numero ed hanno iniziato ad attaccare i villaggi degli uomini.

Starà a Dasheng, il nostro “saggio” protagonista, riscattare il suo burrascoso passato, guadagnando il posto che gli spetta tra gli Dei e recuperando, poco alla volta, i suoi immensi poteri.

Un lungo (e faticoso) viaggio ad Ovest

il voto di monkey king: hero is back
I modelli e le ambientazioni usate sono decisamente belle, e fedeli al film da cui è tratto il gioco.

Come è facile intendere, il gameplay di Monkey King: Hero is Back è prevalentemente incentrato sul combattimento. All’inizio, la tipologia di colpi su cui potrete contare non sarà elevatissima, ma col passare del tempo riuscirete a sbloccare sempre più poteri, che vi consentiranno di abbattere praticamente qualsiasi nemico. Sotto questo aspetto, dobbiamo dire che il gioco è piuttosto piacevole: combattere contro i nemici sarà sempre un gradevole passatempo.

Ciò che non ci convince è, praticamente, tutto il resto. Se, da un punto di vista grafico e realizzativo, i modelli e le ambienti di gioco riprendono in tutto e per tutto quanto visto nell’omonimo film, i vari stage che affronteremo sono piuttosto vuoti, ripetitivi e, soprattutto, presentano un’interazione prossima allo zero.

Le uniche cose che potremo fare saranno, in ordine sparso: distruggere vasi, raccogliere materiali, usare panche e sassi per combattere con i nemici, trovare oggetti per risolvere pochi e semplici enigmi. Tutto questo nella decina di ore scarse che vi separeranno dallo scorrere dei titoli di coda.

L’impressione di fondo è quella di trovarsi di fronte ad un titolo fondamentalmente datato, che avrebbe fatto fatica ad essere notato anche un paio di generazioni fa. A riprova di quanto stiamo dicendo, non possono non essere sottolineati i lunghi e frequenti tempi di caricamento, che vi “accompagneranno” non solo tra uno stage e l’altro, ma spesso anche tra una stanza ed un’altra, e le snervanti sezioni di collegamento tra i vari livelli, in cui saremo costretti a camminare lentamente (MOLTO lentamente) ed a sorbirci dei lunghi e piattissimi dialoghi.

Giudizio Finale

Volendo tirare le somme di questa nostra esperienza, dobbiamo dire che, nonostante le ottime premesse, Monkey King: Hero is Back non ci ha divertiti. Nonostante la notevole fedeltà usata dallo sviluppatore nella sua trasposizione, il titolo è fondamentalmente piatto, poco profondo e, di base, tanto ripetitivo. Il titolo THQ Nordic sente tutto il peso dell’età del suo genere di appartenenza, a cui si aggiunge il non aver aggiunto praticamente nulla di nuovo rispetto ai suoi illustrissimi antesignani.

Se siete dei fan sfegatati del film e desiderate giocare ad un suo adattamento senza troppe pretese, date una possibilità alla fatica di HexaDrive. Se invece il vostro desiderio è approfondire i capolavori del platform, vi consigliamo di rispolverare la vostra Playstation 2 e di provare sulla vostra pelle il vero “effetto nostalgia”.

 

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Articolo a cura di Claudio Albero

Nasce a Torre del Greco, una piccola metropoli alle falde del Vesuvio, nei favolosi anni ’80, che già però non avevano più niente di favoloso. Provano ad educarlo con Beatles e musica classica sin dalla più tenera età, ma lui, di tutta risposta, si appassiona all’ heavy metal ed ai videogame , spendendo un piccolo patrimonio in sala giochi, quando queste due parole erano ancora slegate dalle slot machine.

Dopo aver mosso i primi passi su Sega Master System II con Alex Kidd, il Super Mario con le orecchie a sventola, si innamora dei platform, degli action/adventure e degli RPG, con particolare attenzione alla saga di Final Fantasy.

Inguaribile sognatore con le radici saldamente ancorate nel passato, scopre la sua passione per la scrittura quasi per caso, in uno dei tanti pomeriggi passati tra i corridoi della Facoltà di Giurisprudenza di Napoli, dove si laureerà giusto qualche anno dopo, con una tesi in Diritto d’Autore basata sull’opera multimediale.

Dopo aver scritto di attualità e musica su Lacooltura.it , Road TV Italia e Federico TV , approda sui lidi di Player.it , in cui comincia sin da subito ad apprendere e fare domande, guadagnandosi rapidamente il titolo di “ redattore rompiscatole del mese ”. Nonostante sia legatissimo alla grande famiglia di Player, non sono rare alcune sue incursioni su portali come Gameplay Café e Spazio Rock .

Musica, videogame, concerti, boardgame, modellismo, fumetti, cinema e serie tv: tanti hobby diversi tra loro, ma collegati da un fil rouge che li unisce tutti: il divertimento . È proprio questo che cerca in un videogame, è proprio questo sentimento che muove le sue dita, ed è sempre il divertimento la sensazione che cerca di infondere nei suoi articoli.

Al di fuori del mondo del gaming, indossa giacca e cravatta per mimetizzarsi nel mondo degli avvocati, esercitando la professione forense, con lo scopo di conoscere a fondo le “ regole del gioco ”, nonché di minacciare di far causa a chiunque al minimo pretesto.

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