Broken Age – Recensione


Recensione di Gianluca “DottorKillex”Arena

Finanziato con successo tramite Kickstarter, piattaforma che ha saputo dare vita ai sogni di milioni di appassionati di generi videoludici di nicchia, come appunto le avventure punta e clicca, Broken Age giunge su piattaforme Playstation nella sua versione completa, in contemporanea con il lancio del secondo episodio su PC, dov’era stato pubblicato, precedentemente, anche il primo.
Tim Schafer avrà perso il tocco o saprà ancora deliziare gli utenti di tutte le età?


Shay e Vella

Protagonisti di Broken Age sono Shay e Vella, due adolescenti invischiati in altrettante situazioni poco felici, la cui determinazione li porterà a evadere dalla loro grigia quotidianità.
Shay viene trattato come un infante troppo cresciuto da un’intelligenza artificiale iperprotettiva, che incarna lo spirito della madre e che lo coinvolge, ogni giorno, in avventure fittizie all’interno dell’astronave, annoiandolo a morte.
Ogni giornata uguale, tra una gara di abbracci e lo stesso giro sull’ottovolante, nella soffocante sicurezza di una navicella a zonzo per la galassia, alla ricerca di un pianeta con condizioni di vita ideali per la razza umana.
Vella non se la passa certo meglio: designata tra tante per essere offerta in sacrificio a Mog Chothra, un colossale ammasso di tentacoli di lovecraftiana memoria, tenta in tutti i modi di liberarsi dalle catene del suo destino, aiutata solo dai borbottii di suo nonno, l’unico che sembra d’accordo con lei.
Il problema, infatti, è che tutti gli altri abitanti del suo villaggio, compresi i genitori, ritengono che l’annuale sacrificio umano sia lo scotto da pagare per placare l’ira del mostro, ed evitare così che devasti l’intero abitato: lo stridente contrasto tra i sorrisi onorati dei genitori e l’espressione terrorizzata della protagonista è solo una delle scene che rendono l’intero cast di Broken Age così empatico e vivido.
A livello puramente narrativo, Tim Schafer, padre di alcune tra le più belle avventure punta e clicca di tutti i tempi, sembra non aver perso smalto, regalando al giocatore dialoghi, situazioni e intrecci degni di un libro di grande qualità, che spingeranno spesso a insistere nonostante qualche intralcio a livello di gameplay, pur di conoscere il prosieguo delle vicende.

Qualità incostante

Purtroppo, alle meritatissime lodi riguardanti il comparto narrativo, si accompagnano diversi appunti al gameplay, che, pur non rendendo l’avventura ingiocabile, ne limitano l’appeal e ne frenano le ambizioni.
Il grosso dei problemi di Broken Age  emerge nella seconda metà dell’avventura, quella, per intenderci, che l’utenza PC ha ricevuto da pochi giorni, in contemporanea con il lancio del pacchetto completo per console.
Se durante le prime ore di gioco si viene rapiti da personaggi ben scritti e scambi di battute credibili e inventivi, giunti più o meno a metà del percorso si storce il naso di fronte al massiccio riciclo di ambientazioni, all’appiattimento dei puzzle proposti e ad una dose probabilmente eccessiva di backtracking.
Nonostante esista una giustificazione a livello narrativo, il riutilizzo di asset e location non può non disturbare, perché toglie respiro all’avventura e smorza il gusto della scoperta che invece aveva caratterizzato le prime ore, quando, rapiti da quadri apparentemente dipinti a mano, si gironzolava per il puro gusto di vedere cosa c’era dietro una data porta.
Discorso analogo per la componente puzzle del gioco: il team di sviluppo, durante il primo atto, era riuscito a trovare una via di mezzo tra l’astrusità di molti degli enigmi che avevano caratterizzato questo genere videoludico e l’accessibilità che oggigiorno si richiede ad un videogioco, così da proporre enigmi affascinanti, mai troppo difficili ma, nel contempo, mai troppo ovvi.
Le ultime tre ore circa propongono invece una serie di varianti dello stesso tipo di puzzle, come se Schafer e soci avessero finito con il fiato corto: dimenticate l’inventiva richiesta dalle prime ore, perché una sana dose di trial and error sarà più che sufficiente per proseguire.
In ultimo, il backtracking, altra componente essenziale delle avventure punta e clicca vecchio stile, quasi del tutto assente durante le prime ore di gioco, assurge a coprotagonista durante la seconda metà, sbilanciando l’equilibrio raggiunto in precedenza e lasciando un po’ di amaro in bocca.
Tutto il buono che c’è in Broken Age, considerate queste problematiche, proviene quindi dall’eccellente lavoro di sceneggiatura e dalla capacità di coinvolgere emotivamente il giocatore, sinceramente interessato al destino dei due giovani eroi: se si fosse mantenuto il livello qualitativo delle prime due – tre ore per tutta la durata del titolo (completabile in circa sette ore), staremmo a parlare di un altro capolavoro da aggiungere ai suoi antenati.

A mano libera

Oltre che a livello di trama, Broken Age spicca anche per la maestria con cui è confezionato a livello puramente artistico, con uno stile incantevole che sembra unire il gusto fiammingo per certi colori e pennellate e l’animazione europea di una ventina di anni fa.
Di certo, al momento di scrivere questa recensione, lo stile dell’opera Double Fine è unico nel suo genere e si distanzia con forza da tutto quello che avete visto finora sulle vostre Playstation 4.
Il set di animazioni è ampio e credibile, l’espressività dei personaggi ai massimi livelli, grazie anche ad un doppiaggio (in inglese) che può contare su nomi di un certo richiamo, come Elijah Wood nei panni di Shay.
A parte sporadici rallentamenti in occasione dei salvataggi automatici o dell’ingresso in nuove aree, non ho notato significativi problemi di performance sulla console Sony, nemmeno se confrontata con la versione PC.
Per quanto commisurato alle aspirazioni artistiche della produzione, il prezzo di circa 25 euro appare un po’ eccessivo se rapportato alla durata complessiva, ai problemi succitati e alla scarsissima rigiocabilità.

Commento finale

Il pacchetto che gli utenti Playstation si troveranno a giocare scaricando Broken Age è meno coeso ed uniforme di quanto non ci si vorrebbe far credere: a fronte di una prima parte ispirata, deliziosamente scritta e divertente, l’ultima fatica di Tim Schafer si accartoccia su se stessa a metà percorso, subendo un vistoso calo in quanto a qualità degli enigmi proposti e freschezza generale.
Cionondimeno, se siete avidi lettori disposti a passare sopra a qualche magagna nelle dinamiche di gioco pur di gustarvi una storia gradevole, il prodotto Double Fine potrebbe fare al caso vostro.

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Articolo a cura di Redazione Player.it

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