Assassin’s Creed Infinity è la follia definitiva di Ubisoft

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La notizia è arrivata lentamente per poi affiorare con forza e travolgere tutto, come una valanga. All’inizio con un report di Jason Schreier su Bloomberg, che parlava di un Assassin’s Creed non ancora annunciato.

Poi è arrivata la bomba: colta sul fatto, Ubisoft ha confermato ufficialmente la notizia con un post pubblicato sul suo sito ufficiale, e ha raccontato qualcosa in più del progetto, nome in codice Assassin’s Creed Infinity. Un gioco concepito come una piattaforma online “as service”, con l’intenzione di sviluppare il futuro del franchise con un approccio diverso, che inglobi diverse esperienze all’interno di un unico prodotto.

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Che cos’è Infinity?

Il progetto è sviluppato in collaborazione dai team Ubisoft di Quebec e Montreal, che si sono alternati con le uscite principali di Assassin’s Creed per diverso tempo.

Unity, Origins e Valhalla sono stati portati avanti da Ubisoft Montreal, mentre Syndicate e Odyssey sono stati guidati da Ubisoft Quebec. Il team che sta sviluppando Assassin’s Creed Infinity è una sorta di santa alleanza fra i due dipartimenti.

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Tanti i nomi di peso dell’universo AC coinvolti.

Alla guida del progetto c’è Marc-Alexis Côté di Ubisoft Quebec, che è stato il direttore creativo di Assassin’s Creed Syndicate ed è stato anche coinvolto nello sviluppo di Brotherhood e Odyssey. Insieme a lui c’è Étienne Allonier di Montreal, che è stato il brand director della serie per dieci anni. Nel frattempo, Julien Laferrière di Ubisoft Montreal, che ha lavorato sul franchise fin dal suo primo capitolo lanciato nel 2007, è stato nominato senior producer del progetto.

Sul lato creativo delle cose, Jonathan Dumont e Clint Hocking del Quebec e di Montreal sono stati nominati come capi creativo. Dumont è stato direttore mondiale su Syndicate e direttore creativo su Odyssey. Hocking è stato invece direttore creativo di giochi come Far Cry 2, Splinter Cell: Chaos Theory e Watch Dogs: Legion.

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Non si sa ancora per quali piattaforme questo gioco uscirà o quando uscirà, ma visto che è in fase di sviluppo iniziale, è probabile che questi dettagli non saranno condivisi solo più in là. Non sappiamo neanche se il gioco sarà free-to-play o sarà necessario l’acquisto.

Ora, chi scrive sa perfettamente ciò che molti di voi stanno pensando “Oh mio Dio, no!”.

Ed ecco perché, a questo punto, è necessario ragionare su una delle notizie più bomba e controverse di questo 2021 videoludico.

Per farlo, andrò per punti, tentando di dar voce a qualche pensiero e ragionamento sparso di una persona che sì, non gioca più AC da anni e anni, ma si rende conto perfettamente di dove è andato e dove può andare uno dei re del videogioco mainstream.

Che cos’è Assassin’s Creed oggi? Come sarà domani?

Assassin’s Creed, nel 2021, è semplicemente una delle migliori e più oleate macchine per far soldi dell’industria del videogioco. Questo lo sappiamo tutti, e le testimonianze sono davanti a noi e molteplici: Ubisoft lo usa come clava per aumentare i suoi ricavi di anno in anno, il franchise si è espanso transmedialmente in modo convincente, i giochi escono con un decente intervallo di circa due anni a titolo, permettendo ai team di sviluppo di curarlo discretamente senza cadere di nuovo nella trappolona dell'”Un Assassin’s Creed all’anno”.

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Non è più l’AC delle origini, ovvero un action/stealth inserito in location aperte ma non troppo grandi, è un modello di gioco che può contare su mappa enormi che si basa su elementi mutuati dal free-roaming duro e puro e dall’RPG, una svolta chiave arrivata con la crisi seguita a Syndicate a metà della scorsa generazione e che ha portato il brand a rigenerarsi.

Al momento, Assassin’s Creed può contare su un modello produttivo efficace nonostante il rischio di cadere in una sorta di bulimia di contenuti (ce ne parlava Graziano in quest’articolo), su un buon approccio narrativo (anche se l’originalità comincia a risentirne) e su una confezione sempre di alto livello (anche se “popolare” e non eccelsa). In tutto questo AC si è affacciata di nuovo all’universo della transmedialità con nuove pubblicazioni e con una serie Netflix in cantiere, che dovrà far dimenticare il deludente film del 2016 e conquistare l’interessante pubblico degli affezionati di serie TV.

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Come sfruttare questo tesoro? Come renderlo al massimo? Seguendo un modello molto simile a quello dei social network: creando un punto in rete in cui i giocatori si incontrino, costantemente, interagiscano, giochino, creino le loro avventure e, perché no, acquistino online nuovi contenuti per mandare avanti la baracca.

Sappiamo già che nel gioco avremo a disposizione più mondi collegati in cui immergerci, che avranno di tanto in tanto nuovi contenuti e sfide e che probabilmente metteranno i giocatori tanto nella posizione di dover collaborare per raggiungere un obiettivo quanto in quella di darsele di santa ragione.

Insomma, una sorta di Fortnite, ma in Assassin’s Creed.

Questi i fatti. Ora veniamo alle opinioni.

Perché Assassin’s Creed dovrebbe diventare un live service?

Una prima risposta alla nostra domanda potrebbe essere semplice e quasi banale: perché potrebbe rendere parecchio.

Qualora l’idea di una gigantesca piattaforma in cui gli appassionati di AC possano incontrarsi e vivere infinite avventure (vedi il titolo) è potenzialmente un ragionamento corretto che può portare a un potenziamento e perfezionamento di una formula seriale che già oggi fa big numbers.

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Riunire questo modello in un’unica grande piattaforma cooperativa, sempre in attività e sempre aggiornata, con un approccio narrativo che garantisca ai giocatori l’idea di essere all’interno di giocare diverse storie in diverse epoche “contemporaneamente”, sembra evidentemente a Ubisoft un’eccellente idea, e in effetti una fanbase affezionata esiste e potrebbe decidere di lanciarsi in quest’universo di gioco.

A questo aggiungiamoci, da un punto di vista produttivo, la possibilità per Ubisoft di concentrare gli sforzi del suoi studi su un unico grande progetto, riducendo ancor di più il rischio dispersione delle forze o risorse per massimizzare i risultati.

In tutto questo, aggiungiamoci il tentativo di “rendere social” Assassin’s Creed, dando ai giocatori uno spazio virtuale in cui non spacciare solo gli acquisti in-game, ma soprattutto far circolare sempre più il brand e veicolare iniziative editoriali parallele come la promozione dell’annunciata serie Netflix, o di un ipotetico gioco app modello Pokémon Go/The Witcher Monster Slayer.

Un modello simile a quello al quale punta Sony, con la sua collaborazione con Epic Games e Fortnite.

Un chiaro level-up per un brand che ha fatto del marketing e dell’identità un punto fondamentale del suo successo.

Perché Assassin’s Creed NON dovrebbe diventare un live service?

Sulla carta, ragionando solo con in mano elementi di sociologia e marketing, la mossa sembra dunque vantaggiosa e vincente, non fosse per un piccolo dettaglio: che un cambiamento del genere rischia di toccare il DNA di una saga ultradecennale, costruita sull’affinamento di un modello attraverso concept azzeccati, tentativi riusciti, passi falsi, la costruzione di una linea ben precisa.

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Intendiamoci, non sarebbe la prima volta che Assassin’s Creed cambia muta e già col passaggio da Syndicate a Origins (2017) la saga ha azzardato dei cambiamenti molto radicali che hanno avuto successo.

Tuttavia, in quel caso i punti forti dell’operazione erano più solidi: occorreva rivedere completamente l’impostazione di un gameplay ormai asfittico dopo dieci anni e soprattutto i cambiamenti non intaccavano la filosofia della serie, che si vedeva aggiunti pezzi senza che venissero rimosse le premesse della serie.

Qui il caso è diverso, Ubisoft rischia di danneggiare il suo stesso modello di successo e di creare malcontento in una fanbase da sempre molto orgogliosa e “criticamente conservativa”. Il risultato ideale sarebbe quello di lavorare sulla stessa lunghezza d’onda e filosofia degli AC fin qui portati avanti, ma introducendo con parsimonia la nuova impostazione.

Ci riuscirà? Domanda fondamentale.

In tutto questo, ragioniamo anche sul fatto che l’esperienza Ubisoft in termini di giochi “social” non è mai stata delle più brillanti, dato che al di fuori dei discreti esperimenti di The Division la multinazionale ha ormai da anni legato la sua fortuna al rigido approccio single-player, e se modificare quest’approccio richiede tempo, studio e capacità, portare un nuovo paradigma al successo sembra un’impresa titanica.

Scommessa con la morte

Alla fine dei giochi, difficile è capire cosa ci ritroveremo di fronte e in che modo.

Se il cambiamento di paradigma sarà tanto radicale e spietato, le ambizioni tanto grandi, i rischi sulla carta potrebbero essere davvero parecchi. Ubisoft potrebbe perdere parte degli ottimi risultati ottenuti, disperdere la sua fanbase e creare fratture più o meno profonde. L’operazione è delicata e ricca di incertezze.

Eppure, qualcosa non torna in questo apparente piano suicida. Tutti sappiamo che Ubisoft può prendere cantonate pazzesche. Tuttavia, rischiare di distruggere il modello Assassin’s Creed in questo modo apparirebbe assolutamente incomprensibile.

E allora, che sia arrivato davvero il momento di un Assassin’s Creed Infinity? Che Ubisoft abbia intuito qualcosa che a noi manca?

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FONTE GamingBolt

Articolo a cura di Fabio Antinucci

30 anni (anagraficamente, in realtà molti di più) ha alle spalle esperienze come copywriter, redattore multimediale e critico cinematografico, letterario e fumettistico, laureato con una tesi triennale su Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan e una magistrale su From Hell di Alan Moore.
Appassionato di letteratura horror e fantastica, divoratore di film di genere di pessima lega (ma ha nel cuore pezzi da novanta come Kubrick, Mann e Kurosawa), passa le sue giornate fra romanzi di Stephen King, graphic novel d’autore e fascicoletti di Batman.
Scrive (male) da una vita, e ha pubblicato un romanzo breve (Cacciatori di morte) e due librigame (quelli della saga di Child Wood).
Crede che il gioco sia una forma di creazione e libertà, capace di farti staccare la spina e al contempo di far riflettere, ragionare, commuoverti e socializzare. Per questo gioca di ruolo da dieci anni (in particolare a Sine Requie, D&D, Vampiri la Masquerade e Brass Age) per questo adora perdersi di fronte alla sua Play.
È innamorato del videogioco grazie a Hideo Kojima e al primo Metal Gear Solid, al quale ha giurato amore eterno, ma col tempo ha imparato ad amare gli open-world, gli action-adventure, gli rpg all’occidentale, i punta e clicca, a una condizione: che raccontino una bella storia.

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