Oh, finalmente un videogioco con classificazione PEGI 18 non potrà più essere venduto a un minore. Questo il pensiero di molte persone dopo la notizia rimbalzata nelle ultime ore che voleva la modifica del regolamento che disciplina la classificazione dei videogiochi.

Molte testate hanno riportato la news asserendo che il PEGI non sarebbe stato più un’indicazione, un semplice consiglio per i genitori, ma sarebbe diventato una legge vera e propria, andando a impedire a un negoziante di vendere un gioco per adulti (PEGI 18) a un minore. In realtà, la faccenda è stata equivocata e riportata in modo erroneo. Va fatta, quindi, più di una precisazione.

Iniziamo col capire come sia nata questa “fake news”.

L’intervista rilasciata da AESVI

Thalita Malagò, direttore generale dell’Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani (AESVI), ha rilasciato un’intervista a dday.it in cui ha parlato di alcune modifiche apportate al sistema PEGI. Queste le parole precise:

La Legge Cinema del 2016 ha fissato il principio generale, ispirandosi al sistema PEGI; dopo circa tre anni, siamo pervenuti a un regolamento vero e proprio che disciplina la materia della classificazione, firmato dall’Autorità Garante delle Comunicazioni e scritto in collaborazione con gli operatori del settore, tra cui AESVI, all’interno di un apposito tavolo di co-regolamentazione. Questo recepimento verrà sancito definitivamente per legge, in ossequio al principio generale di obbligo di classificazione dei videogiochi distribuiti sul mercato italiano”.

pegi 18La frase sottolineata è probabilmente quella che ha tratto in inganno molti siti che si occupano di videogiochi e non. L’intervista, infatti, è stata ripresa da più testate che hanno intitolato tutte più o meno allo stesso modo: “Il PEGI diventa legge”, “Vietato vendere giochi per adulti ai minori”. Si sa cosa succede poi nell’era dei social, basta che una singola persona parli di un tema e questo diventa virale se ci sono tutti i presupposti. In questo caso, c’erano eccome perché quello della classificazione PEGI è un argomento che di tanto in tanto fa capolino spaccando in due l’opinione pubblica.

È giusto limitare la vendita dei titoli che riportano il numero 18 sulla confezione, quindi, considerati per adulti, e sanzionare i negozianti scoperti a venderli ai minori? C’è chi non ha dubbi e ritiene che sia necessaria una regolamentazione più drastica e precisa che imponga il divieto di vendita ai minori dei giochi PEGI 18. C’è invece chi considera più appropriato che la scelta venga fatta responsabilmente dagli acquirenti stessi e, soprattutto, dai genitori, i quali hanno ad oggi tutti gli strumenti per capire se un videogioco è, o meno, adatto ai propri figli.

La prima fazione era in netta maggioranza e molti si sono detti soddisfatti della decisione di AESVI di far diventare legge il PEGI. Se non fosse che non è assolutamente vero. Non solo questa decisione non è mai stata presa, ma non è neanche al vaglio perché l’associazione parlava di tutt’altro.

Il comunicato di rettifica

AESVI ha pubblicato nella giornata di oggi un comunicato stampa in cui ha voluto rettificare il contenuto dell’articolo di dday.it poi ripreso da altri quotidiani online. Due i concetti più importanti:

Come prima cosa il regolamento a cui ci siamo riferiti nell’intervista non è né di AESVI né del PEGI, ma è un regolamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), già approvato a marzo scorso con delibera 74/19/CONS, che disciplina la classificazione di opere audiovisive per il web e videogiochi.

Insomma, AESVi non ha assolutamente preso alcuna posizione in merito, ma ha solo riportato un regolamento di AGCOM che, tra l’altro, è già stato approvato e, cosa ancor più essenziale, non vieta in alcun modo a un minore di acquistare giochi per adulti. Infatti, il secondo stralcio del comunicato spiega perfettamente la situazione:

Il regolamento in oggetto introduce per la prima volta in Italia l’obbligo di classificazione per i videogiochi distribuiti sul mercato italiano, che prima non era previsto. Obbligatorietà della classificazione significa che non potranno essere resi disponibili in Italia videogiochi privi di classificazione e quindi di indicazioni utili per orientare in modo consapevole le scelte di acquisto dei consumatori e dei genitori. Non significa invece prevedere un divieto o una sanzione per la distribuzione di videogiochi adatti ad un pubblico di età superiore ai 18 anni a minori. Questo è un tema che rimane nella decisione e nella responsabilità dei consumatori, e dei genitori, come peraltro succede per tutti gli altri prodotti di intrattenimento.

Detto in modo ancora più semplice: un videogioco deve avere sempre il numero che indica l’età CONSIGLIATA (non obbligatoria) e le icone che indicano i contenuti del prodotto (violenza, uso di droghe, linguaggio scurrile, etc.). Un videogioco che non riporta queste informazioni non può essere venduto. In caso contrario, può essere commercializzato senza problemi e acquistato da chiunque, anche minori.

Con questo articolo abbiamo voluto fare brevemente chiarezza su una situazione che stava creando un po’ di confusione. Non abbiamo volutamente esprimere un parere su quanto potesse essere giusto o ingiusto vietare i giochi per adulti ai minori. Lo domandiamo però a voi: sareste stati più felici, se la notizia iniziale si fosse rivelata effettivamente vera? Ditecelo nei commenti.

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