Recensione testuale a cura di Giulia Ambrosini

Dopo le recenti sperimentazioni fatte nel campo dell’intrattenimento horror, di cui è stato un eccellente esempio Alien Isolation, ci troviamo di fronte ad un titolo che invece sceglie di guardare al passato sotto diversi aspetti. The Evil Within (Psyco Break originariamente), è l’ultima opera partorita dalla mente di quel genio che ha segnato la storia dei videogiochi con la serie di Resident Evil, almeno fino al quarto capitolo. Stiamo naturalmente parlando di Shinji Mikami, che dopo aver abbandonato Capcom si è unito ai ragazzi di Tango Gamerworks per produrre un titolo che raccogliesse una serie di ispirazioni destabilizzanti con meccaniche fuori dai tempi.

SANGUE, SANGUE E ANCORA SANGUE!
L’intento degli sviluppatori ci sembra decisamente riuscito anche se la scelta alla base ha certamente riservato qualche problema. L’approccio a The Evil Within non è dei più rosei; il gameplay si dimostra fin da subito piuttosto macchinoso con tutti i limiti del caso, e occorre qualche istante per riabituarsi ad uno stile ormai messo da parte da anni. Il gioco ci mette nei panni del detective Sebastian Castellanos che assieme alla sua squadra si reca sulla scena di un crimine terribile presso il Beacon Metal Hospital. Qui il protagonista, osservando le registrazioni della telecamera di sicurezza, scopre con orrore che le altre unità di polizia giunte sul posto erano state brutalmente uccise da una presenza sinistra. Pochi istanti dopo egli stesso viene catturato e trasportato in quello che ha tutta l’aria di essere un incubo deciso a perseguitare il detective. Egli dovrà cercare di sopravvivere alla spietata furia omicida di un folle armato di motosega tra i corridoi angusti di un mattatoio. Mikami sembra aver voluto puntare soprattutto sulle suggestioni visive per destabilizzare i giocatori piuttosto che sul tipo di azione da compiere. L’ossessione per il dolore e per le visioni raccapriccianti dei corpi mutilati sono un leitmotiv che accompagna tutta l’avventura, ma che difficilmente riesce davvero a spaventare per la sua crudezza. Tutti gli ambienti di gioco traboccano di segni di violenza e degrado; pavimenti in legno marciscente intrisi di sangue e tende dai tessuti laceri e sporchi arredano le cascine abbandonate nel bosco. L’immaginario creato per questo titolo tenta disperatamente di suscitare sentimenti di angoscia e paura ma sfocia spesso in situazioni trite con numerosi cliché piuttosto prevedibili, come porte che insistono nel richiudersi alle spalle del personaggio ma che possiamo decidere di sfondare con un calcio rovinando l’atmosfera.


RICORDI ORMAI SBIADITI
Non mancano comunque alcune introduzioni necessarie per il genere che contribuiscono ad arricchire le meccaniche di gioco, come l’utilizzo del tasto R1 per accucciarsi e proseguire in modalità stealth, dove però l’interazione con l’ambiente è inesistente e le coperture vengono sfruttate in modo superficiale. Sono stati introdotti anche diversi nascondigli per permettere al giocatore di sfuggire agli spiritati se messi alle strette. L’esplorazione dell’ambiente, che si rivela piuttosto libera senza un ordine prestabilito, è un fattore chiave per l’avanzamento poiché permette di scovare e raccogliere armi e oggetti indispensabili. Uno dei pregi di questo genere è proprio l’interesse che viene suscitato nel giocatore quando viene messo di fronte ad un ambiente ricco di risorse che è suo compito scoprire. Le altre sequenze purtroppo appaiono fortemente scriptate, con percorsi a corridoio in cui spesso i nemici si incastrano e in cui è necessaria una nostra azione per far proseguire la scena. Sarebbe stato apprezzabile un compromesso meno rigido tra innovazione e stile classico, al fine di offrire un gameplay più libero seppur con le tipiche sequenze di climax. Oltre alle sequenza di fuga e di lotta, ritroviamo anche degli enigmi e puzzle ambientali da risolvere, che tuttavia aggiungono davvero poco all’esperienza. Il gioco è dotato del classico sistema di salvataggio presso punti specifici; se in passato il giocatore doveva andare alla ricerca di una macchina da scrivere, qui dovrà prestare attenzione ad un particolare specchio che riporterà il protagonista alla clinica dove è ricoverato. Una volta raggiunta la reception con l’infermiera fantasma, dovremo attendere alcuni secondi per poter salvare i nostri progressi. Presso l’ospedale è presente anche una stanza dove potremo potenziare il nostro personaggio aumentando ad esempio la barra della salute o la resistenza nello scatto. E’ presente un sistema di crafting non particolarmente elaborato dove potremo potenziare le armi e ottenere munizioni più potenti come i dardi esplosivi per la balestra. L’utilizzo delle armi giuste è fondamentale per spuntarla con le creature mostruose, e spesso sarà necessario rinunciare a sparare un colpo di pistola in favore dell’utilizzo delle trappole disseminate pressoché in ogni stage. I proiettili infatti, anche alle difficoltà più basse, non saranno mai sufficienti per affrontare tutti i nemici, perciò occorrerà giocare d’astuzia.


PIU’ OLD-GEN DEL DOVUTO
Le perplessità sul titolo purtroppo non si limitavano solamente alla natura strettamente Old Gen del gameplay. Se ad animazioni poco fluide, muri invisibili e alcuni bug ci si abitua, resta comunque il grande limite di un comparto tecnico sotto la media anche prendendo in considerazione solo i titoli Cross-Gen. La scelta di adottare le bande nere per rendere l’inquadratura cinematografica ci sembra più verosimilmente un pretesto per nascondere una scarsa pulizia di immagine e texture poco nitide. La telecamera ci sembra inoltre poco azzeccata poiché il protagonista riempie quasi interamente la schermata impedendo al giocatore di osservare con cura l’ambiente in cui si muove. La modellazione poligonale di ambienti e nemici è abbastanza grezza; gli stessi elementi vengono ripetuti continuamente per cercare di riempire un ambiente altrimenti troppo spoglio, e a parte il protagonista (che presenta un livello di dettaglio maggiore), i personaggi secondari hanno animazioni poco convincenti. Parlando di framerate abbiamo riscontrato numerosi cali, e un ritardo generale nel caricamento delle texture e addirittura di alcuni elementi. Il sistema di illuminazione non riesce a creare la giusta atmosfera e alcuni scenari senza saturazione risultano poco piacevoli anziché essere suggestivi. Una nota positiva va invece al doppiaggio italiano, che a differenza di molte altre produzioni qui si rivela più che discreto. Nonostante i numerosi difetti che abbiamo segnalato comunque, il gioco possiede anche delle caratteristiche vincenti e in più di un’occasione riesce nel suo intento, ossia quello di spaventare e sconvolgere. Alcune scene particolarmente riuscite riescono a risollevare le fila di una narrazione incespicante, e alcuni nemici particolarmente ostinati sapranno mettere in difficoltà il giocatore aumentando il livello di ansia. Tra di essi vi sono ad esempio delle creature capaci di diventare invisibili, e per cacciarli sarà necessario prestare molta attenzione al rumore provocato dagli oggetti che sposteranno. Sono presenti anche numerosi boss che andranno eliminati con procedimenti particolari, molti dei quali diventeranno chiari solo dopo aver fallito diverse volte. La campagna, affrontata in modalità Inesperto ha una durata di circa 15-20 ore ed aumenta alle difficoltà più alte.


CONCLUSIONE
The Evil Within parte da premesse convincenti ma estremamente rischiose. Il team di sviluppo non disponeva di risorse illimitate e ciò si riflette in una cura per i dettagli decisamente altalenante e un sistema di gioco che non riesce ad innovare il genere come invece ha saputo fare The Last of Us, da cui il gioco stesso riprende alcuni elementi come la componente stealth. Chi è alla ricerca di un titolo horror vecchio stile, con i suoi pregi e i suoi difetti, non rimarrà deluso ma non possiamo considerare The Evil Within un titolo davvero incisivo. I temi ricorrenti sono decisamente poco originali e chi è avvezzo al genere difficilmente troverà qualcosa di veramente nuovo.

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