THE SCOPE: Intervista a Fabrizio “Bode” Tavassi


Sapevate che esistono pro-gamer italiani? Uno di questi è Fabrizio Tavassi, che sotto lo pseudonimo di “Bode” si è fatto conoscere nell’ambiente (e non) come uno dei migliori professionisti del picchiaduro Namco-Bandai.
Abbiamo avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con questa leggenda vivente e il risultato è stato più che sorprendente.
Godetevi l’intervista qui di seguito, ma prima vi lasciamo al video del match contro il venezuelano “El Negro Piripicho” che gli ha permesso di conquistare il secondo posto, dietro al coreano JDCR, all’Ultimate Tournament di Parigi.
Parliamo subito del tuo ultimo successo: il secondo posto all’Ultimate Tournament XIV. Com’é andata?
Secondo posto dietro al coreano JDCR, considerato attualmente un top player mondiale, a mio avviso fra i pochissimi in grado di poter vincere tutto.
Il video ritrae il combattimento avvenuto prima di quello contro JDCR, si tratta del giocatore considerato Top Player in Venezuela (El negro Piripicho).

Per arrivare alla finalissima ho dovuto fare una scalata di dieci match, uno più difficile dell’altro. Fra gli ultimi ho incontrato tre venezuelani, considerati tutti e tre dei macigni, e uno dei giocatori più forti del Nord America, NYCFab. La soddisfazione è che tutti questi risultati oscillavano tra il 3-0 e il 3-1… Contro il coreano invece ho perso 4-1 ma soprattutto nei primi match me la sono giocata abbastanza bene, a detta di molte persone, come se fossimo sullo stesso piano (poi ha messo un punto!).
Un ottimo risultato! Torniamo indietro nel tempo però, com’è cominciata la tua passione per Tekken?
La passione è nata nello stesso periodo in cui giocavo in sala giochi a Street Fighter 2 Turbo. Un mio carissimo amico mi suggerì di passare a Tekken 3, dunque ad un 3D che mi scombussolò la vita per via di una meccanica decisamente diversa. Dopo i primi tornei locali e regionali, ottenni un interessante terzo posto al FutureShow di Bologna del 1997.

Dopo quel torneo, cominciò l’effettiva scalata “tekkeniana”, costituita da tornei ben più complessi. In realtà nel ’97 non conoscevo assolutamente la meccanica dei fotogrammi, e giocavo con l’istinto. Con il tempo partecipai a molti tornei, fra i più importanti ci sono sicuramente i BTC di Berlino e l’Absolution del 2004 di Londra dove sconfissi Ryan Hart che è una celebrità (dunque in casa sua, fu un successo).




Secondo te qual’è la ricetta che ti ha permesso di diventare campione di Tekken? Tu ti occupi anche di pallavolo, secondo te questo ha influito?
L’insieme di elementi deve comprendere: una conoscenza base delle mosse, con tanto di scrematura per scegliere quelle ritenute migliori; conoscenza del concetto dei frames, per cui bisogna studiare a memoria i numeri che compongono le mosse; la pratica che può avvenire tanto a casa quanto in luoghi di ritrovo, ma necessariamente occorre l’esperienza dei tornei (gli elementi ansia e competizione sono importantissimi)

Secondo me un giocatore, deve avere più interessi e non fossilizzarsi troppo solo sul videogioco. Tutto quel che è studio, concentrazione, movimento fisico, elasticità mentale, secondo me portano un giocatore ad essere anche più dinamico nel videogame. Conosco comunque diverse personalità, e fra i top player non ho mai visto persone con vite facili… Intendo dire vite troppo lineari, c’è sempre un che di complesso in tutte queste personalità (sarà che a me piace vederla così ma ho notato una pluralità di particolari).
Parlando appunto delle personalità con le quali sei venuto a conoscenza: ci sono particolari differenze tra la community italiana e quelle estere?
Decisamente! Parlando in generale, la community italiana si può dire che ha sempre vantato di un numero più cospicuo di giocatori di livello medio alto. A detta di diversi giocatori stranieri, un torneo italiano e’ decisamente più complesso di un torneo straniero. Se controlli una qualsiasi classifica di un torneo parigino dove si son presentati gli italiani, vedrai che fra i primi 16 ci sono almeno 5 italiani, in alcuni casi di più. Una volta andammo a Francoforte in 3 facemmo primo, secondo, e terzo posto… Resta il fatto che all’estero si allenano molto di più di noi, le capitali estere trovano infatti una concentrazione di giocatori superiore che qui in Italia è più rara perché siamo in città diverse.
Come si spiega allora l’interesse limitato per i tornei italiani?
Nonostante ci siano molti tornei italiani (i più importanti in media ogni 2 mesi) il problema è che c’è molta pigrizia da parte dei giocatori italiani come se si presentassero solo per vincere. E’ la passione che deve muovere i giocatori il premio più o meno è sempre lo stesso: modesto (un buono da €300 e una coppa). Mentre prima abbiamo assistito a tornei con cinquanta, settanta, cento persone, attualmente sembra che si faccia fatica a vedere 30 persone. All’ultimo torneo si son presentati grosso modo 22 giocatori, e si è svolto nella capitale… e’ assurdo! Un torneo parigino conta NON meno di 64 giocatori, quando va male e propongono 800 euro di primo premio, ma invitano i coreani che fanno piazza pulita, per cui vincere è quasi impossibile. La Corea ha i giocatori più forti in assoluto perché giocano in sale giochi con 100 persone concentrate nello stesso luogo, forti più o meno allo stesso modo e questo li fa crescere di livello in modo assurdo.

Tu hai scritto un libro: “Il mio nome è Bode. Viaggio nel mondo dei videogiochi tra competizione e dipendenza“. Cosa ti ha spinto a scrivere il libro, e perché hai voluto parlare di dipendenza?
Sono entrato in contatto con la casa editrice Iuppiter parlando del torneo che organizzavo in quel periodo, e mi hanno chiesto successivamente di scrivere un saggio sulla mia esperienza. Il rischio di dipendenza è altissimo specialmente nei giochi online, dove il livello è proporzionale e subordinato al numero di ore di gioco come in World of Warcraft, che impone una grande costanza.

Per evitare di “cadere nel tunnel” bisogna appunto tornare nel discorso della pluralità degli interessi. Chi ha una vita lavorativa solida, piena di interessi e sfaccettature, non ha il tempo di dedicarsi troppo al videogame. L’applicazione più grande sicuramente la si può avere da piccoli, ma suggerisco sempre che vi sia un collegamento sociale con la vita del videogiocatore: una sala giochi è meglio della solitudine di casa. Purtroppo stanno chiudendo tutte, per dare spazio alle maledette slot!
Concludiamo parlando del futuro di Tekken. L’ultima novità è il free-to-play introdotto in Tekken Revolution, tu cosa ne pensi?
Tekken Revolution l’ho soltanto visto e ancora ho paura di giocarci. Non so quanto possa essere bello come gioco ma ve lo farò sapere presto…

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Articolo a cura di Redazione Player.it

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