Molte volte si è assistito al salto mediatico da gioco di ruolo cartaceo a videoludico di un brand. I più famosi? Senza dubbio Neverwinter Nights, Shadowrun e Vampire: the Masquerade – Bloodlines.
Ma raramente si assiste al fenomeno opposto.
È il caso di Dragon Age, saga videoludica targata Bioware, che per mano di Chris Pramas e di Green Ronin, giunge sulle tavole dei nostri salotti, chiedendoci di armarci non più di pad o mouse, ma di dadi e matite.
Un’occhiata al manuale
Cominciamo subito con una nota positiva: il manuale, unico, comprende sia una parte generica, che guida dalla creazione del personaggio alle meccaniche, sia una riservata al solo game master, con regole, bestiario ed informazioni a lui riservate: un sicuro pregio in un panorama in cui la manualistica si fa sempre più frammentaria e sottile.
Dragon Age con le sue oltre 400 pagine completamente a colori è una gioia per gli occhi. Le tavole realizzate come intermezzo del manuale sono senza dubbio in tema con lo stile del videogioco e la struttura del manuale stesso lo rende una lettura ordinata e nient’affatto pesante, a patto di avere un po’ di dimestichezza con il genere.
Il regolamento: narrativa vs azione
Il gioco prevede l’utilizzo del classico d6, che risulta fondamentale nell’intero sistema. Ad una prima occhiata il regolamento sembra niente più che una versione modificata del classico D&D: come in quest’ultimo sono presenti caratteristiche che delineano le capacità di un personaggio e degli “Ability Focus” che si comportano in modo speculare alle specializzazioni di D&D “Next”. Tuttavia leggendo bene le caratteristiche ci si accorge già delle prime differenze, con l’introduzione di parametri meno consoni come “Communication” e “Magic”, accanto ai classici “Dexterity” e “Strenght”.
La prima vera novità sono i “Backgrounds”. Questi non solo delineano il passato del personaggio, ma determinano restrizioni per la scelta della razza e delle capacità speciali uniche del proprio alter ego, divenendo di fatto più simili alle carriere della seconda edizione di Warhammer Fantasy Roleplay, che non alle classi del D&D.
Inoltre, i bonus derivanti da essi derivano da un mero tiro di 2d6, rendendo possibile la creazione di personaggi con il medesimo background e la medesima razza, ma con foci totalmente diversi. Per quanto riguarda, invece, le classi vere e proprie, queste sono soltanto tre, e rispettano gli archetipi del videogioco: Warrior ( guerriero ), Mage ( mago ) e Rogue ( furfante ), ciascuna con i suoi poteri, talenti e specializzazioni.
Le specializzazioni acquisibili da ciascuna classe, anche queste riprese dal videogioco, non aggiungono però una varietà significativa alle singole classi, con il rischio di rendere i combattimenti, estremamente prevedibili e simili tra loro.
Forse è questo il maggior difetto del regolamento: una profondità della crescita dei personaggi limitata e un utilizzo marginale delle specializzazioni, rendono i combattimenti e le fasi d’azione decisamente meno epiche e più lineari rispetto a molti altri giochi di ruolo. In generale si può dire che il regolamento predilige un approccio più narrativo alle possibili situazioni di gioco ( tramite “Focus” ed “Ability check” ) rispetto ad uno strategico e d’azione.
Ambientazione e narrazione
Difficile non rimanere affascinati dall’ambientazione di Dragon Age, seppur molti concetti risultino già noti in altri mondi (lo stesso concetto di “Fade”, rimanda a quello di Warp di Warhammer). La tetra oscurità in cui versa il mondo di gioco, viene resa perfettamente dalle pagine del manuale, narrandolo in modo abbastanza esaustivo, delineando usi e costumi di ogni regione e razza, oltre ai pericoli comuni o meno che vagano per le lande del “Thedas” e lasciando un ottimo margine di manovra al master per la creazione delle sue avventure.
Inoltre grazie ad un’impaginazione più che sensata, si può facilmente recuperare i costumi del “Thedas” o la struttura del “Fade”, senza dover scorrere pagine e pagine di manuale inutilmente alla ricerca dell’informazione desiderata.
Tuttavia l’eccessiva schematizzazione delle informazioni rende la lettura di un neofita decisamente più macchinosa e faticosa rispetto ad un fan della serie.
In poche parole
Dragon Age è sicuramente un prodotto destinato ai fan del videogioco. Difficilmente si può infatti pensare di venirne a conoscenza senza aver precedentemente giocato ad uno qualsiasi dei tre videogames targati Bioware. Sicuramente è un manuale ben fatto, in una fascia di prezzo modesta (circa 60$, dal sito di Green Ronin), e ricco di pagine e illustrazioni che ben accompagnano la lettura. Tuttavia, la presenza ridotta di classi e un sistema di gioco concentrato più sulla narrazione che sul combattimento, possono scoraggiare l’acquisto da parte degli utenti abituati ai giochi di ruolo più noti, e da parte di coloro che in generale cercano un’esperienza meno cinematografica e più strategica alle battaglie.
Tuttavia la varietà narrativa generata da ogni possibile combinazione di background, focus e classe possono rendere l’esperienza decisamente divertente, sopratutto per coloro che cercano un piacevole e rilassante intermezzo alle campagne dei giganti del settore, senza però perdere profondità e maturità narrativa.

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