Un giornalista non è per forza un bravo videogiocatore

Non tutti i videogiocatori sono giornalisti e non tutti i giornalisti sono videogiocatori. Questa è una realtà di fatto piuttosto semplice e lineare. Non è però raro che un videogiocatore sia anche un giornalista e che, con un po’ di fortuna e determinazione, riesca a coniugare la propria passione con il proprio lavoro, facendo dei videogiochi il proprio principale argomento di discussione sulle pagine delle testate per cui scrive.

Fra le mansioni che un giornalista che scrive di videogiochi si trova a ricoprire sono tutt’altro che rare le recensioni, articoli in cui si è chiamati a dare una propria opinione ragionata su un titolo che si è provato, con cui ci si è confrontati e che si è analizzato con occhio critico.

Da un paio di settimane a questa parte, le pagine dei principali social media si sono colorite con una pletora di commenti riguardo una recensione in particolare, quella di Dean Takahashi di Gamesbeat su Cuphead (clicca qui), verso la quale il pubblico dei giocatori ha mostrato poca o alcuna pietà per come il giornalista ha svolto il suo lavoro.

Il lavoro del giornalista

Ci si aspetta che un giornalista sappia di che cosa sta parlando, che sia immerso nel proprio settore e che lo viva sulla sua pelle e l’etica professionale di certo lo impone. Tuttavia non tutti i campi di lavoro sono uguali e diversi settori richiedono esperti con competenze specifiche per essere seguiti a dovere.

I videogiochi sono certamente uno di questi settori e, fra di essi, uno dei più vasti in termini di competenze richieste data la grande varietà di titoli e tipologie a disposizione.

Dopo la pubblicazione della propria recensione sul titolo indie in uscita a fine settembre 2017 (clicca qui), Dean Takahashi è stato oggetto di dure critiche da parte dei lettori e successivamente messo alla berlina sul web per il video di quasi 27 minuti nel quale mostra la sua esperienza diretta con Cuphead.

Nel corso del video, Takahashi da sfoggio di assoluta incapacità nel misurarsi con il titolo targato MDHR, arrivando a vette di pura assurdità per gli occhi di un videogiocatore mediamente esperto nel genere degli sparatutto a scorrimento.

Dean Takahashi Cuphead

Per il primo minuto e mezzo infatti, il personaggio principale del videogioco controllato dal giornalista rimane bloccato davanti a un banale salto che Takahashi non sembra assolutamente in grado di eseguire, nonostante si tratti di un semplice tutorial (o proprio perché si tratta di un semplice tutorial. Chi vuole intendere, intenda).

Successivamente, nel corso dei restanti 25 minuti, Takahashi da sfoggio di un’assoluta inabilità a coordinare i movimenti del personaggio, mostrando una profonda imprecisione nell’orientare la direzione di fuoco del personaggio rispetto ai nemici, una lentezza di riflessi poco credibile per un videogiocatore e un’assoluta assenza di concentrazione, tanto da spingere chi ha visto il video a chiedersi se non lo stia facendo di proposito.

La risposta è semplice: non è dato saperlo. Molto più, non è rilevante saperlo. Che Takahashi non sia effettivamente in grado di giocare a Cuphead o a qualunque titolo dello stesso genere non ha alcuna importanza ai fini dello svolgimento del suo lavoro di giornalista, chiamato ad esprimere la propria opinione sul videogioco.

Nella veste di autore della recensione, contano i suoi 18 anni di esperienza giornalistica nel campo videoludico e i suoi 25 anni nel settore della tecnologia, che gli permettono di affrontare il suo assoluto fallimento nel test del gioco con autoironia, sfruttandolo per colorire l’articolo e producendo una recensione che, nei limiti delle possibilità di una breve demo, parla del prodotto in maniera ragionata dopo averlo provato e ne valuta con occhio critico i pregi e i difetti.

Nonostante l’approccio assolutamente disastroso infatti, Takahashi rende bene le ragioni di quel pubblico che attende con impazienza da sette lunghi anni l’uscita di Cuphead, aprendo subito con un’affermazione che fa felici tutti i videogiocatori di vecchio stampo:

Anche se la mia performance catturata nel video è piuttosto vergognosa, visto che non ho nemmeno finito il livello, penso che mostri molto bene perché Cuphead sia divertente e perché creare giochi difficili che dipendano dall’abilità (del giocatore) sia un’arte perduta”.

Ciò che conta e ciò che non conta

La performance di Takahashi fa schifo. Non ci sono mezzi termini per dirlo e se uno che gioca così ci capitasse in squadra durante una partita di un qualunque videogioco competitivo ci avrebbe probabilmente mandato su tutte le furie, annegandoci nella frustrazione che ad alcuni è comunque salita a livelli inaspettati solo guardando il suo video.

Ciò detto, essa non inficia in alcun modo la sua capacità di valutare il titolo per ciò che è, osservandone tutti gli aspetti rilevabili da una breve demo priva della componente della trama e sottolineandone i punti di forza.

Non tutti i videogiocatori sono giornalisti e non tutti i giornalisti sono videogiocatori, ma quando sei videogiocatore e giornalista e devi scendere sul campo di una manifestazione di alto profilo come il Gamescom di Colonia sono tantissimi i fattori che possono pesare su una “semplice” partita di prova.

La stanchezza per il viaggio da un continente all’altro, lo stress di dover inseguire un titolo alla volta ogni anteprima, anche quelle noiose e insignificanti, solo per raccogliere gli elementi necessari per poter scrivere il proprio articolo a dovere. Poi c’è la necessità di provare ogni videogioco, anche quelli che non appartengono al genere che ami, per “toccare con mano” la qualità di un prodotto anche se non è di tuo gusto e trarne la recensione più accurata possibile.

In conclusione, per quanto possa spesso essere divertente e piacevole, quando un giornalista è incaricato di seguire un evento non è come quando un videogiocatore prende il bagaglio e va a godersi una fiera di settore da semplice visitatore.

Mettere in discussione la professionalità di Takahashi sulla base della sua abilità di videogiocatore, non è un argomento valido. Lo è ancora meno sulla base di una sola recensione, autoironica, chiara e, in fin dei conti, anche piacevole da leggere.