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198X | Recensione | Giocare ai videogame per essere ciò che si vuole

È passato circa un mese dall’uscita di 198X, un videogioco indie che è riuscito a raggiungere il suo obiettivo su Kickstarter e ora disponibile su PC e, in futuro, su console. Io l’ho recuperato solo ieri sera e l’ho terminato in un’unica sessione, perché dura davvero poco, circa un’ora. Va subito rimarcato il fatto che non siamo di fronte a un titolo perfetto, a causa non solo della brevità ma anche di una storia striminzita che non preme mai il piede sull’acceleratore. Si tratta, invero, del primo atto di quella che, nelle intenzioni di Hi-Bit Studios, dovrebbe diventare una serie videoludica a episodi.

Questa recensione vuole essere diversa, un po’ perché arriva postuma, un po’ perché la mia volontà è quella di analizzare il gioco maggiormente dal punto di vista contestuale che non ludico e di gameplat nudo e crudo. Il videogioco in esame, nonostante sia stato rilasciato circa un mese fa, sembra essere uscito dai mitici anni Ottanta.

198X è, infatti, un omaggio accorato ai videogame arcade da cabinato, una porta con insegna al neon che conduce in una luminosa e piacevolmente rumorosa sala giochi. Non è solo questo, perché il titolo indie racconta anche una storia, un drama che, per certi versi, ha molto in comune con tanti videogiocatori, non solo quelli che hanno vissuto l’era delle sale giochi, ma anche quelli più giovani.

Il peso delle aspettative

La storia di 198X ci mette nei panni di Kid, un ragazzo che sente ogni giorno di più il suo corpo stretto in una morsa. Abita a Suburbia, un quartiere dell’indefinita città di City, e la sua vita scorre lenta, senza emozioni particolari. Il suo incedere lo porta sempre negli stessi posti, la scuola non lo stimola e a casa non viene apprezzato da una madre che ha riposto su di lui molte aspettative, disattese.

Questo peso, però, diventa una piuma quando le sue gambe, nel cuore della notte, lo portano nella sala giochi di Suburbia. La scoperta dei videogame dà nuova linfa alla sua vita perché per la prima volta nessuno gli chiede di essere qualcuno che lui non vorrebbe diventare. Per la prima volta è Kid a decidere chi essere.

198X si snoda intorno a cinque capitoli, ognuno caratterizzato da un videogioco arcade dal titolo inventato, ma ispirato a giochi reali degli anni ’80. Il primo capitolo ci vede impegnati in un beat’em up, Beating Heart, ispirato ai mostri sacri del genere, Streets of Rage e Final Fight. Man mano che procediamo nella storia di Kid, con intensi monologhi che fanno da sottofondo, prenderemo i comandi di una navicella spaziale nello shoot’em up Out of the Void, ispirato a Gradius, vestiremo i panni e indosseremo la maschera del ninja protagonista di Shadowplay, un videogioco a piattaforme simile a Shinobi, ma più frenetico, saliremo a bordo di un’auto a caccia del record mondiale di Runaway, un chiaro omaggio a Out Run e, alla fine, entreremo nel labirinto di un RPG, Kill Screen, che ci dà un compito d’altri tempi: “Uccidi tre draghi per scappare dal labirinto“.

La peculiarità di 198X sta nel fatto che il giocatore non ha mai la possibilità di interagire direttamente con Kid, ma solo ed esclusivamente con i videogame arcade. Kid, in quei momenti, non è più Kid, è il pilota di Out of the Void, è il ninja di Shadowplay che deve affrontare un’oscura minaccia che lo insegue durante il tragitto, è un amante della velocità in Runaway (il livello notturno è talmente avvolgente da valere l’intero gioco).

In questa atmosfera un po’ da teen drama e un po’ cyberpunk, Kid deve affrontare una vita che gli sta stretta, che non produce in lui più alcun tipo di effetto o di sorpresa. Battere un record e arrivare a un boss finale sono diventate le uniche emozioni davvero vivide dentro di lui. Più volte, soprattutto nel capitolo di Kill Screen, ho avvertito un’aria opprimente che mi faceva pensare: “Adesso smetto, devo fare i comp…“, “Ma che sto dicendo, ho trent’anni e lavoro per un sito di videogiochi“. Non sono io a dover smettere, ma Kid, ma lui di smettere non ha voglia, perché significherebbe rituffarsi in una routine senza sbocchi.

Ovviamente, 198X non vuole essere un inno al gaming patologico che assorbe la vita dell’individuo, anzi, rincorre l’obiettivo contrario: riconoscere i videogame come valvola di sfogo, ancora di salvezza quando tutto intorno sembra volerti fagocitare per poi sputarti nella forma che più si confà agli standard della società. Kid ha trovato nei videogame il suo modo di essere migliore, ma seguendo le sue regole e non quelle posticce degli altri.

Un racconto personale adatto a tutti

Il fatto che il protagonista sia un “kid” e abiti in una “city” fa sì che ognuno di noi possa immedesimarsi o meno nella scoperta di se stesso e della proprie passioni. 198X non è un prodotto circoscritto ai nostalgici, agli over 30, ma può essere apprezzato anche dai giocatori più giovani, affascinati o semplicemente incuriositi da un’epoca che ha segnato in modo indelebile la storia dei videogiochi.

La tematica delle troppe aspettative che schiacciano le ambizioni e mettono un freno alle passioni, che agli occhi altrui sembrano frivolezze, non trova posto in uno spazio e in un tempo specifici, è purtroppo universale e coinvolgerà tutti, prima o poi, in un modo o nell’altro. Non nego che io stesso, autore di questo articolo, giocando al titolo di Hi-Bit Studios, abbia riscontrato degli aspetti in comune con Kid, e proprio per questo ho saputo andare oltre a evidenti lacune del gioco.

198X è adatto a tutti anche per un altro motivo e questa volta è una motivazione prettamente ludica e non narrativa/esperienziale. I giochi arcade inseriti propongono uno o due livelli ciascuno e sono nettamente facilitati rispetto alle loro controparti reali. Out of the Void, per esempio, lascia un bel checkpoint prima dello scontro con i boss, ricaricando da lì la partita anche in caso di esaurimento delle tre vite. In Runaway il livello notturno vi concede più di 200 secondi di tempo per superare il record e avanzare nella storia. Il picco di difficoltà si raggiunge solo in Shadowplay che presenta più schermate e necessita di riflessi prontissimi per essere portato a termine.

Questa semplificazione vuole mettere in risalto la natura story driven di 198X che non è concepito per essere un contenitore di giochi arcade (per quello esiste il MAME) o per offrire un livello di sfida frustrante e identico a quello originale, ma per condurre il giocatore in una storia che parla, sì, di videogame e di un gamer, ma anche e  soprattutto di una persona che ha trovato nei videogiochi una via di fuga.

Questo giro di parole, comunque, non può esimerci dal dare dei voti, essendo questa una recensione, diversa come già accennato, ma comunque una recensione.

Michele Longobardi

Laureato in Lettere moderne, scopre la passione per il giornalismo quasi per caso. I videogiochi sono il suo più grande amore e così decide di coniugare le due cose. Il giornalismo videoludico diventa la sua forma finale.

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