Spec Ops The Line – Video Recensione


Recensione di Valerio De Vittorio

Solitamente uno sviluppo particolarmente travagliato, che magari porta un titolo addirittura a sparire dalle scene per diverso tempo, si traduce in un prodotto che fallisce gli obiettivi iniziali. Spec Ops: The Line fu annunciato nel 2009 per poi ritirarsi negli studi tedeschi di Yager e far perdere le proprie tracce, fino a che qualche mese fa se ne è finalmente tornato a parlare. Il titolo 2K si propone come uno sparatutto in terza persona canonico nel gameplay ma che basa l’intera esperienza sulla forte carica emotiva, allontanandosi dal machismo e dai protagonista alla rambo per tentare di raccontare una storia di soldati più credibile, cruda e a tratti persino grottesca. La missione non si può dire del tutto compiuta, ma Spec Ops: The Line riesce a farsi notare per il coraggio di osare qualcosa di fresco in un panorama spesso considerato piatto.

L’orrore della guerra
In Spec Ops: The Line saremo il Capitano Martin Walker, alla guida della squadra di ricognizione Delta inviata nella devastata Dubai per recuperare il Colonnello Konrad e capire cosa è accaduto al trentatreesimo squadrone da lui stesso comandato. Una tempesta di sabbia senza precedenti, ha trasformato la città in un deserto, distruggendo grattacieli ed uccidendo centinaia di persone ed è proprio per questo che i militari americani di Konrad si erano recati a Dubai, nella speranza di trovare e salvare qualche superstite. Giunti tra le rovine, questa missione diverrà anche la nostra, mentre troveremo ad attenderci militari rinnegati, la CIA oltre a fazioni indigene intente a farsi la guerra, con sullo sfondo il Colonnello Konrad le cui ragioni appariranno sempre più confuse.
L’intreccio narrativo è insieme il punto forte e più debole della produzione grazie alla capacità che ha di coinvolgere ed incuriosire il giocatore, spingendo molto sul dramma che accompagna la guerra, ricordandoci ad ogni occasione che uccidere un uomo non è un gioco. Allo stesso tempo la sceneggiatura si aggroviglia su se stessa, lasciando per strada qualche pezzo e, nonostante il riuscito epilogo che mette insieme diversi pezzi, permangono diversi buchi. Difficile anche immedesimarsi in un protagonista non del tutto accattivante, anche se i suoi dilemmi morali e la lenta discesa nella follia ci hanno intrigato, mostrando uno spessore raro in questo genere di titoli. Lo stesso vale per i compagni di squadra, i cui continui scambi di battute ed il tangibile aumento di tensione contribuiscono a mantenere credibile ed efficace l’esposizione del plot. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalle scelte morali, momenti precisi durante i quali saremo chiamati a prendere una decisione spesso molto difficile, non necessariamente tra due opzioni antitetiche, ma piuttosto optando per il male che ci pare più sopportabile. Salvare un soldato per ottenere preziose informazioni o lasciarlo in balia dei torturatori per precipitarci a soccorrere dei civili, piuttosto che consegnare ad una morte rapida un militare alleato anziché lasciarlo alle fiamme e così via. Non vi sono dei veri e propri bivi nella trama, ma le nostre decisioni influenzeranno alcuni avvenimenti o dialoghi successivi creando una discreta continuità ed accentuando il senso di orrore verso la guerra che il gioco riesce a creare. Inoltre questo elemento spinge a riprendere in mano la campagna per scoprire le varie alternative ed i finali presenti, allungando una longevità altrimenti non proprio sconvolgente (parliamo di circa sei ore di gioco).

Alla fine dobbiamo comunque ammazzare un mucchio di gente
Lo scopo principale del titolo 2K è chiaramente raccontare la sua storia e farci sentire male ogni volta che pianteremo un proiettile in testa a qualcuno, obiettivo che stride in parte con la natura di sparatutto e con la quantità di anime che una volta terminata la campagna avremo mandato al creatore. In questo senso si sarebbe potuto lavorare di più sul personalizzare i nostri avversari, che alla fine risultano essere comunque sempre e solo la classica carne da cannone da sterminare per sbloccare il livello e procedere verso il prossimo checkpoint, volti tutti simili tra loro senza un nome né tanto meno una personalità.
Messe da parte le velleità da titolo impegnato, il cuore dell’esperienza palesa un gameplay da TPS tradizionale alla Gears of War, per intenderci, con sistema di coperture, un inventario che può ospitare solo due armi e tre tipi di granate alla volta ed energia vitale che si ripristina nel tempo. Arricchiscono e donano un minimo di personalità al titolo alcuni accorgimenti, come la possibilità di impartire semplici comandi ai compagni di squadra, alcuni contestuali come il lanciare una granata stordente piuttosto che rimettere in sesto un collega caduto, mentre in ogni momento potremo chiedere di concentrare il fuoco su un bersaglio preciso. Yager ha cercato di rendere gli scontri a fuoco credibili, implementando un arsenale fatto di bocche da fuoco reali, dotate di un rinculo sensibile e differenziato per ogni arma, mentre basteranno pochi colpi se non un unico headshot per eliminare i nemici meno corazzati. Attenzione però perché lo stesso varrà anche per noi e così già dal livello di difficoltà medio, negli ultimi capitoli non sarà facile avere la meglio sugli avversari, i quali non si faranno scrupoli nel muoversi da un riparo ad un altro per avvicinarsi piuttosto che stanarci con granate. Queste ultime si sono rivelate essere il nostro peggior nemico visto che non è possibile rispedirle al mittente, mentre la goffaggine e lentezza del protagonista renderà la fuga un’opzione tutt’altro che sicura. Gli sviluppatori in questo senso hanno cercato di donare ai soldati una certa fisicità, sicuramente allo scopo di mantenere l’azione credibile e la tensione elevata, anche se spesso vi ritroverete frustrati da una serie di morti non del tutto meritate. Non aiutano certi picchi nel livello di difficoltà e alcuni checkpoint posti troppo lontani fra loro.
Spec Ops: The Line inoltre sembrava volesse puntare sull’introduzione di interessanti dinamiche ambientali legate alla sabbia, alleata da sfruttare a nostro vantaggio ed insieme ostacolo. A prodotto finito, purtroppo, ci siamo ritrovati a poter distruggere determinate vetrate per seppellire i nostri avversari in pochissime occasioni, mentre le tempeste di sabbia sono scriptate ed arriveranno in determinati momenti. La sensazione è che questa, come altre caratteristiche, siano cadute vittima di limiti di budget o di tempo, così che il prodotto sugli scaffali appaia come un’opera non del tutto compiuta. Un altro sintomo è l’assenza di una modalità cooperativa, che vista la presenza quasi costante di compagni di squadra, sarebbe calzata a pennello al titolo, così come i pochi ed approssimativi comandi che è possibile impartire.
Spec Ops: The Line, incentrando la maggior parte delle attenzioni sulla narrativa, sotto il profilo del multiplayer non propone nulla di trascendentale, con sei mappe da giocare in una manciata di modalità. Sono presenti perks ed equipaggiamenti da sbloccare, ma la standardizzazione dell’offerta oltre ad un gameplay non perfettamente fluido e rifinito difficilmente permetteranno al titolo di affermarsi tra gli amanti dell’online.


Un Unreal Engine insabbiato
Nonostante un design piuttosto personale, alla base di Spec Ops: The Line vi è ancora una volta l’Unreal Engine, adattato per dar vita a scenari ed ambientazioni davvero convincenti. Il punto forte del comparto estetico del titolo è infatti rappresentato dai livelli, spesso sviluppati in verticale e al quanto ricercati nel design, in particolar modo per quanto riguarda gli ambienti esterni. Una buona illuminazione e vari effetti grafici, infine, impreziosiscono il quadro. Di contro, i vari personaggi soffrono un dettaglio un po’ scarso, con texutre poco dettagliate, probabilmente retaggio di uno sviluppo troppo prolungato.
Nulla da eccepire sotto il profilo sonoro, che grazie ad una scelta sapiente di brani conosciuti ed alcune composizioni originali, riesce a sottolineare sempre con gusto i momenti salienti della campagna. Buono il doppiaggio in italiano, anche se nella versione in inglese Walker è interpretato da Nolan North, ovvero l’originale Nathan Drake, in forma davvero smagliante, fattore che ci ha fatto preferire l’attore americano all’interprete nostrano.

Dopo più di tre anni di sviluppo Spec Ops: The Line arriva ai nostri banchi di prova con diversi elementi riusciti ed intriganti ed altrettanti non del tutto compiuti e funzionali. Il punto forte rimane la narrazione, nonostante alcuni limiti, ma fortunatamente il gameplay, nonostante rimanga ancorato ai cardini del genere, risulta solido ed appagante. Permane il rammarico per quello che sarebbe potuta essere un’esperienza davvero memorabile e matura, “La sottile linea rossa” del mondo videoludico. Spec Ops: The Line è comunque un titolo da provare per gli appassionati del genere poco interessati all’online, vista la mediocrità dell’offerta, soprattutto in un periodo povero di uscite come questo.

VOTO: 7,5

Articolo a cura di Redazione Player.it

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