Pubblicato in: Giochi di ruolo

[Mindgames] Affittasi Dungeon Master: sogno o eresia?

Qualche giorno fa è apparso sul quotidiano online dell’ABC di New York un articolo titolato:
Un uomo di Brooklyn guadagna 100 dollari l’ora giocando a Dungeons & Dragons”.

Timm Woods in una foto del 2017

La storia è quella di Timm Woods, trentenne che, all’età di dieci anni, ha avuto la sua personale epifania imbattendosi nel manuale del Dungeon Master, restando folgorato dall’idea che con quel libro relativamente piccolo avrebbe potuto creare qualsiasi cosa.

Dotato di uno stile di mastering che potremmo definire recitativo e versatile, Timm Woods spende due ore di preparazione per ogni tre ore di campagna che dovrà far giocare. Si occupa principalmente di introdurre al gioco quei gruppi di giocatori newyorkesi che vorrebbero iniziare, ne hanno sentito parlare ma non sanno da dove cominciare, e in aggiunta porta il gioco di ruolo dai piccolissimi, con feste a tema, one-shot e l’animazione che tutto questo comporta.

L’anno scorso Timm è stato anche protagonista di un articolo su Wired, in cui ha riconosciuto la “fortuna” necessaria a poter fare della propria passione una fonte di guadagno.

La questione dei DM “in affitto”

A prescindere dalla storia dell’individuo e dalla passione comune che ci muove tutti, l’articolo è stato sufficiente a generare una lunga discussione in redazione.
Perché?

Perché è un tema delicato e un terreno pericoloso, fertile per la crescita spontanea e rigogliosa di flame, troll e nosense. È una di quelle poche cose che spacca in due la comunità di giocatori di ruolo almeno quanto le opinioni su GoT.
Tutti ne hanno sentito parlare, qualcuno conosce qualcun altro che, qualcuno addirittura lo è… ma il discorso a proposito dei Master a pagamento polarizza le idee dei giocatori attorno a due spiacevolissimi estremi. Si passa da “è giustissimo m4garye ank io!!”, “#tuttainvidia!”, “il master dovrebbe essere pagato kuanto kualsiasi altr artista!” e si arriva al: “vergogna!”, “se è un gioco dovrebbe essere aggratis!”, “vai a trovarti un lavoro vero!”.

Corriamo un rischio a parlarvene? Inizierete a scornarvi tra caotici malvagi e legali buoni? No.
Cerchiamo, piuttosto, di analizzare razionalmente l’argomento.

Da un punto di vista sociologico andremo sia a discutere di cosa, nella nostra società, è considerabile un lavoro, sia dei motivi e delle ragioni dietro questa polarizzazione. Ma soprattutto cercheremo di spiegare che, essere un Master a pagamento, non significa semplicemente giocare.

Lavorare giocando: si può?

Sì, si può. Dire il contrario significherebbe sabotare la categoria dei giochi di ruolo.

Nel nostro tempo c’è gente che vive di e-sports, gente che vive di sola animazione, gente che vive di streaming… siamo in quella che più volte è stata definita “economia creativa”, non solo perché tocca inventarsi un lavoro e reinventare se stessi ad ogni scadenza di contratto, ma principalmente perché viviamo in un’epoca in cui il superfluo di qualità, anche e soprattutto se “ludico”, è oggetto di scambio e consumo.

Si può discutere sul fatto che il master sia o meno un “game designer”, visto che la maggior parte delle volte sfrutta meccaniche di un gioco che non ha inventato personalmente. Si può discutere, in questo caso, se non sia più simile ad un regista, per la paziente opera di worldbuilding e preparazione che ha effettuato per creare la “sua” ambientazione, la “nostra” avventura, i “suoi” dialoghi, i “suoi” png. Le sue storie.
Se anche dovesse sfruttare un’ambientazione già pronta o addirittura un’avventura pre-made (premesso che difficilmente riuscirebbe a farsi pagare per una cosa del genere) si potrebbe discutere sul perché il master non dovrebbe essere un lavoro e l’animatore, invece, sì.

Ci sono persone che si fanno pagare per gestire escape-room, gente che si fa pagare per costruire cacce al tesoro elaborate, prestigiatori più o meno bravi sempre pronti ad animare una festa di compleanno ed associazioni di larp che, per ovvi motivi, non potrebbero gestirsi senza sporadici pagamenti da parte degli associati o dei partecipanti.

Non si può dire, insomma, che alla figura del master manchino le basi per produrre un qualche tipo di guadagno. Quali sono, allora, le resistenze che questa realtà incontra quando si va a toccare la sfera della professionalità?

Una questione di prospettiva

Il problema, spesso, è che quando parliamo di master ci viene naturale pensare al “nostro” master. Non è detto che lei (o lui) non abbia le qualità necessarie a farsi pagare per quello che fa, anzi. Spesso sentiamo, da qualche parte in fondo all’anima, che il nostro master è “il” master. Può esistere qualcuno più bravo di lui ad emozionarci come quella volta in cui…? E quell’altra in cui… e poi c’era quella che… no va beh, ma vi ricordate quando? Ci siamo capiti.

Premesso che, per la legge di Qui-Gon Jinn, c’è sempre un pesce più grosso (o più bravo, in questo caso), ci resta comunque difficile immaginare il “nostro” master che, a fine sessione, ci dice: “Oh, sganciate ‘sti cento euro così me ne posso andare a casa”.

E allo stesso tempo, se il nostro master ovviamente non ci facesse pagare (siamo amici, da quanto… le elementari?) ed iniziasse a farsi pagare da altri gruppi per giocare, cosa diventeremmo noi? Clienti privilegiati? O scrocconi?

Scritta così, come una chiacchiera al tavolo di un bar, può far sorridere, sembrare estremizzata o non completamente condivisibile. Ma era meglio parlarne in questi termini anziché tirare fuori la scienza sociale che, nelle dinamiche dei gruppi, ci insegna che ogni ruolo relazionale è costantemente concertato, ridefinito e rimesso in discussione.

Reagire con la pancia

Esiste un invisibile braccio di ferro tra l’immagine che abbiamo di noi stessi, come vorremmo essere percepiti dagli altri e come gli altri sono disposti a percepirci. Questo braccio di ferro non si ferma mai. Neppure nelle più solide ed antiche amicizie. Neppure nei gruppi e nei party di avventurieri più consolidati.

Dovrete fidarvi, quindi, se vi dico che, sia pure per un secondo, quell’idea viene in mente a chiunque quando prova ad immaginare il “suo” master che se ne va in giro a “vendere” ciò che a lui mette in scena gratis, una volta a settimana.

Ma non è finita qui. Perché, per lo stesso identico discorso, quando un master legge di persone che guadagnano fior di quattrini giocando si sente, inevitabilmente, “tirato in mezzo”. Come se il suo parere fosse il parere di qualcuno interno al mercato. “Perché tu non ti fai pagare?” eh, bella domanda. In questi casi, lui/lei non pensa neppure ad una vera risposta.

L’unica cosa che gli scatta nella testa è che, qualsiasi cosa dica, dovrà passare il messaggio che non è né più scemo per non averci pensato, né meno bravo di chi, invece, si fa pagare.
“Perché non mi sembra giusto!” risponde, nove volte su dieci. Ed ha salva la faccia.

Non che sia una risposta sbagliata a priori, anzi. Tutto questo serve solo a farvi capire come mai questo argomento generi, a pelle ed in primissima istanza, varie resistenze. E quanto sia facile che una discussione nata su queste premesse sia facilmente destinata ad esplodere nel flame.

Sono proprio le premesse, infatti, ad essere sbagliate.

C’è Master e Master

La premessa su cui fondare la discussione dovrebbe essere di tutt’altro tipo. E dovrebbe allontanarsi il più possibile dall’immagine mentale che abbiamo del nostro master. Perché non è detto che il nostro Master, anche potendo, si divertirebbe a fare il Master a pagamento. E stiamo pur certi che, sebbene sarebbe un lavoro probabilmente più divertente di tanti altri, sarebbe comunque un lavoro con un’enorme dose di fatica e responsabilità.

Anzitutto si deve partire dal presupposto che nessuno ti paga per fare qualche cosa che potrebbe ottenere gratis, a prescindere da quanto tu sia bravo. Questo significa che, per forza di cose, il “Master in affitto” fa qualcosa che non sarebbe possibile fare altrimenti.

Egli raggiunge i neo-giocatori curiosi che vorrebbero provare il gioco dando loro totale disponibilità oraria (niente: “regà c’ho palestra il giovedì”, “oh, io sabato lavoro…“). Giocatori che non hanno già il loro master.

Una delle arene tridimensionali usate da Timm Woods, piene di miniature.

Egli deve essere disponibile ad insegnare regole a gruppi di gioco sempre diversi pieni di neofiti. Persone che lo stanno pagando e che magari hanno solo “sentito una volta…” parlare di D&D. Persone che lo fanno venire a casa loro in una giornata in cui sono una quindicina (devono spartirsi il prezzo di ben 100 euro l’ora) e di questi quindici cui solo la metà è effettivamente interessata o ha il background immaginifico sufficiente a permettergli di divertirsi giocando di ruolo.

Deve investire sul gioco, presentandosi da te con una certa professionalità ed il corretto armamentario. Se sto pagando voglio tutte le miniature di qualsiasi cosa incontrerò da ora fino alla fine dell’avventura. Voglio le mappe disegnate nel dettaglio. Voglio i campi di battaglia su cui muovermi con le scenografie, fisiche o disegnate, ma lì dove devono essere. Tutte le singole coperture. Pure il sasso utile solo a nasconderci sotto il goblin.

Deve essere in grado di gestire dinamiche di gruppo tra sconosciuti, possibili situazioni di tensione e di conflitto e non è neanche detto, chiariamo, che tutta la gente nuova che incontra ogni mese gli stia necessariamente simpatica. O sia adatta a giocare di ruolo ai livelli di professionalità che egli propone.

Immaginate passare ore ed ore a preparare l’avventura perfetta e poi trovarsi gente che non riesce a fare un discorso in prima persona più lungo di “Salve contadino! Dov’è il castello?”
E dopo tre sessioni di sguardi imbarazzati, quando la tua esperienza ti ha già permesso di individuare qualcuno che, semplicemente, non è proprio fatto per il gioco di ruolo… cosa fai? Dici: “secondo me non sei adatto a questo gioco” a chi ti sta pagando? Naaa… ingoi rospi. Vantaggio: stomaco di ferro.

Deve essere estremamente paziente. Perché se una squadra di calcio paga il proprio arbitro, poi non è detto che sia di vedute sufficientemente ampie da non andare su tutte le furie se l’arbitro gli ammazza il portiere. O qualsiasi altro pg. (Non funziona così il calcio?)

Deve, in ultimo, masterare quei giochi di ruolo che sono effettivamente mainstream. Non dovrebbe essere un problema in Italia, dove si gioca quasi esclusivamente D&D… ma credete davvero che Timm Woods stia ancora masterando la 3.5? In altre parole, molto probabilmente sarete costretti a mettere da parte il vostro gioco di ruolo preferito (quale che sia) per far giocare i vostri clienti a quello che loro richiedono. Pur non avendo, magari, alcuna reale consapevolezza delle meraviglie che potreste offrirgli.

Il Sogno Americano

In Italia difficilmente un Master a pagamento potrebbe vivere come sta facendo Tim Wood in questi anni. Un libero professionista a tutti gli effetti, che va di casa in casa quando viene chiamato, portando zaino, valigetta ed il suo fidato quadernone in pelle che si è fatto fare appositamente e che contiene, in perfetta grafia medievale, “tutto il suo mondo”.

Il motivo per cui in Italia tutto questo sarebbe semplicemente impossibile non è tuttavia da ascrivere allo scetticismo o all’avversione della comunità dei giocatori, quanto piuttosto alla sua minore estensione.

Tim Wood vive a New York. Ogni giorno nuove persone vogliono giocare. Ogni giorno nuove persone, nell’anonimato di una città così grande e dispersiva, non riescono a trovare Master liberi. Tantomeno disposti a modificare i loro orari per loro o farsi la strada in macchina necessaria per portare il mondo del gdr direttamente a casa degli interessati.

Niente di tutto questo è possibile nel nostro Paese

Il Dungeon Master a pagamento in Italia

Il Master a pagamento più comune, in Italia, è colui che lavora al fianco di associazioni (posti che dispongono di solito di una sala adibita al gioco di ruolo che comporta delle spese e che deve in qualche modo “ripagarsi”) o colui che si prende in carico la gestione di eventi a determinate fiere.

Il Lucca Comics and Games del 2016

Se l’editore “x” esporrà alla fiera il suo nuovo gioco di ruolo, vorrà un gruppo di master che fanno una campagna da decine di tavoli per far provare a tutti quel gioco. E vorrà che i master siano sufficientemente bravi da far sì che il suo nuovo prodotto venga acquistato.

In quanti, senza avere un soldo in cambio, sarebbero disposti a gestire un’avventura da decine di tavoli riempiti di sconosciuti (casinisti e non), una cosa come dodici / quindici ore di gioco, con la responsabilità annessa di dover proporre qualcosa di qualità sufficiente da sembrare professionale e così varia da far divertire persone anche molto diverse tra loro?

E perché mai dovrebbe farlo gratis se, dopo una giornata di divertente fatica, magari quel manuale lo comprano in quindici e, senza il master giusto, non sarebbe mai successo?

Esistono situazioni in cui anche voi “non masterereste” se non foste retribuiti in qualche modo?
O situazioni, anche completamente ipotetiche, in cui sareste disposti a pagare per un po’ di gioco?

Conclusioni

Distinguendo la figura del Master tradizionale con la più recente figura del Master a pagamento, analizzati i contro di un lavoro del genere (i pro li conosciamo tutti… no?), viene da pensare che quella del Master a pagamento sia una figura estremamente utile al mondo del gioco di ruolo.

Un aiuto per tutti coloro che vogliono iniziare e non hanno un master a cui appoggiarsi, un aiuto per tutti coloro che “non se la sentono” di fare da subito il master solo perché hanno il manuale, persone che magari non ne hanno mai visto uno, di master. Persone che magari non riescono ad immaginarsi come dovrebbe funzionare… o anche semplicemente troppo entusiaste all’idea di giocare un personaggio.

Un aiuto, infine, per divulgare il gioco di ruolo e portarlo dai più piccoli, proprio come cerca di fare Timm Woods, ingegnandosi il più possibile. Ed una risorsa utile (e che è giusto pagare) per fiere, eventi e quant’altro.

Il discorso, tuttavia, è ancora molto aperto.

Filippo Iapadre

I primi natali di cui ho ricordo li passavo con mio cugino a giocare con combinazioni di pupazzi di ogni genere. Lui faceva "il protagonista", io "tutti gli altri": buoni, cattivi, allestivo scenografie, pensavo una trama e l'adattavo sul momento, improvvisavo, facevo voci diverse e sputacchiavo effetti sonori. Non sapevo ancora che esisteva un termine per quello e che quel termine era "game master". Oltre ai giochi di ruolo, la mia più grande passione resta la scrittura e la programmazione (e combatto per ritagliarmi un po' di tempo per eventuali videogame). Laureato in sociologia collaboro con Player.it da Febbraio 2018.

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Tags: Dungeons and Dragons

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