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Recensione Dead End Job (Nintendo Switch)

C’era una volta il magico mondo degli acchiappafantasmi, tematica portata in primo piano dal devastante successo del primissimo Ghostbusters e poi, più o meno, proseguita da Nintendo attraverso le avventure di Luigi in Luigi’s Mansion. Che si tratti di aspirare Poltergeist o di incrociare inavvertitamente i flussi, il mondo dei videogiochi ha sempre flitrtato con tale tematica con risultati altalenanti offrendo al suo apice il sopracitato brand di Luigi’s Mansion.

Quello che andiamo a vedere oggi, Dead End Job, è un titolo su tale tema che abbraccia il genere videoludico dei roguelite, resi popolari ad inizio del decennio da videogiochi come Faster Than Light o The Binding Of Isaac. In una struttura da roguelite, Dead End Job mischia anche il gameplay di un twin stick shooter, altro genere videoludico molto popolare nel decennio che si sta avviando alla conclusione fatto di proiettili, azione e riflessi.

Tutta questa interessante combinazione è cesellata all’interno di un mondo dove il soprannaturale è qualcosa con cui avere a che fare in maniera praticamente quotidiana, fatto di uffici da sgombrare e di poltergeist che acquisiscono le caratteristiche della posizione lavorativa che interpretavano una volta.

Buongiorno, sono Hector Plasma e disinfesto.

Il titolo mette il giocatore immediatamente nei panni di Hector Plasma, un impiegato della squadra disinfestazione fantasmi chiamata “ghoul-b-gone”. I ghoul-b-gone erano una delle massime autorità della città in fatto di disinfestazioni fantasmi anche grazie ad uno dei più incredibili mentori che l’industria avesse mai visto; se al giorno d’oggi Hector è considerato un grande disinfestatore lo si deve soltanto la lavoro pedissequo del suo compare.

I problemi per Hector iniziano immediatamente dopo la morte di tale mentore, diventato un fantasma quasi innocuo che si porta dietro quotidianamente all’interno delle sue giornate lavorative. Hector, intenzionato a non trattare il suo mentore come un semplice poltergeist da estirpare, si metterà fin da subito al lavoro per trovare una soluzione in grado di offrire una scappatoia alla situazione in cui si trova. L’obbiettivo del nostro sarà infatti quello di salvare l’anima del proprio mentore, entro un mese dalla sua morte.

Per cercare di riportare a casa l’anima del suo compagni di squadra, il giocatore avrà il compito di guadagnare quanto più possibile attraverso il normale lavoro di Hector al fine di aumentare le scelte che può fare e trovare una soluzione. Hector, di giorno in giorno, dovrà continuare a vivere quotidianamente l’esperienza del fare parte di una squadra disinfestazioni bisticciando con esseri umani e zombie.

Il giocatore, di giorno in giorno, dovrà andare a scovare il suo lavoretto in giro per una città con un sacco di problemi di fantasmi e dovrà accumulare denaro pulendo a fondo ciò che trova, siano essi fantasmi o siano essi mobiletti con soldi non dichiarati dentro.

Boom bang.

Come in ogni roguelite che si rispetti, Dead End Job non è altro che una specie di grande dungeon crawler con ambientazioni generate casualmente di volta in volta e nemici da abbattere stanza per stanza. Il titolo presenta mezza dozzina di diverse ambientazioni su cui sarà possibile andare ad affrontare una basta gamma di nemici, tutti molto ilari ed ispirati a versioni fantasmizzate delle professioni realmente esistenti nel mondo reale.

Per abbattere i fantasmi il nostro protagonista avrà a disposizione due armi: una pistola in grado di ferire gli organismi eterei ed un aspirapolvere, arma indispensabile per catturare una volta per tutte gli avversari ed utilizzarli per i nostri scopi. Una delle caratteristiche più importanti del gameplay di Dead End Job è infatti l’esistenza di una risorsa: una specie di potere ectoplasmatico che sarà possibile usare per ottenere nuovi potenziamenti.

Una volta che il fantasma avversario avrà perso tutti i suoi punti salute dopo essere stato ferito con le normali armi da fuoco, aspirandolo il giocatore riuscirà a derubarlo di tutti i suoi soldi (andando ad aumentare i fondi personali del giocatore) e riuscirà ad immagazzinarlo all’interno di una specifica barra. Quando quest’ultima sarà piena sarà possibile canalizzare il potere ottenuto per guadagnare un bonus (o un malus) tra tre differenti, permettendo al giocatore un’evoluzione continua verso livelli di potenza sempre più elevati.

I potenziamenti presenti all’interno di Dead End Job si dividono grossolanamente in tre categorie

  • corpo – potenziamenti che interagiscono con le cure e che aumentano la salute del giocatore
  • arma – potenziamenti in grado di aumentare le caratteristiche della nostra arma da fuoco d’ordinanza, aggiungendo proiettili, gittata, velocità e altre caratteristiche al tutto.
  • contratto: potenziamenti che vanno a potenziare in modo  passivo il giocatore all’interno delle varie aree del gioco.

Vien da sé capire che ogni partita sarà diversa dalla precedente grazie alla quantità di potenziamenti disponibili sul campo di battaglia e alla completa casualità con quei questi si prospettano davanti al giocatore. Ogni volta che si riempie l’apposita barra sarà possibile scegliere un potenziamento tra tre, selezionati randomicamente da un pool di decine di differenti effetti tra le tre macrocategorie sopra presenti.

Sin dai primi momenti della partita questi potenziamenti faranno la differenza tra il bello ed il cattivo tempo: i nemici presenti in Dead End Job sono molti e anche abbastanza agguerriti, dotati di pattern d’attacco variegati e di comportamenti differenti. Ci sono nemici che ci caricheranno caricando a testa bassa, altri che tenteranno di rallentare e poi ferire il giocatore attraverso proiettili di vario tipo, altri che evocherannno altre creature ancora, riempiendo ulteriormente lo schermo.

Il nostro Hector, nonostante la sua esperienza pluridecennale nel settore, sarà tutto fuorché resistente. Il nostro protagonista avrà una quantità limitata di energie con cui dover affrontare gli avversari e nel giro di una manciata di colpi si ritroverà a terra morente. Pur non essendoci game over a fare da stop alle avventure del giocatore, morire in Dead End Job è quantomeno svantaggioso poiché riduce, di moltissimo, i guadagni ottenuti attraverso i propri lavori e complica ancor di più la resurrezione del nostro amato mentore, chiedendo al giocatore un po’ di impegno in più rispetto al previsto.

Tra animazione americana e poltergeists.

Il punto di maggiore interesse di Dead End Job è senza dubbio il comparto tecnico, estremamente debitore di certa animazione americana che tanto andava popolare durante gli anni novanta. guardare le cutscenes del titolo è quasi come guardare una puntata di The Ren & Stimpy Show/ Cow & Chicken / I Am Weasel a causa dell’umorismo assurdo e dei personaggi perennemente sopra le righe. In game il tutto si riduce ad una grafica bidimensionale con sprite molto dettagliati, con personaggi visivamente molto interessanti e avversari perennemente riconoscibili.

Molto meno interessante il comparto sonoro che si tiene sempre su di una specie di scialbo rockabilly elettrico senza ne lode ne altro; a salvarsi è l’interessante canzone introduttiva presente nel trailer di presentazione del titolo.

Interessante anche la modalità multigiocatore locale presente in Dead End Job in cui ci si ritroverà ad interpretare il mentore di Hector. Questo ruolo darà al secondo giocatore la possibilità di rallentare i nemici passandoci sopra, senza intralciare troppo il lavoro del giocatore principale; una specie di Super Mario Odissey in versione roguelite, volendo fare un paragone famoso.

Non tutto è oro quel che luccica ovviamente e come in ogni gioco che si rispetti anche in Dead End Job ci sono dei difetti con cui venire a patti. Il titolo ha (almeno su Nintendo Switch) un sistema di controllo non all’altezza che ha chiaramente qualche problema con le diagonali. Diversamente da The Binding Of Isaac o dagli altri grandi nomi dei roguelite shooter presenti sul mercato, in DEJ abbattere gli avversari senza trovarsi sugli assi ortogonali del caso sarà un pianto. Gli stick analogici della console non sembrano essere abbastanza precisi per quello che il titolo vuole che facciamo e l’imprecisione generale delle armi del titolo farà il resto del lavoro, trasformando la pulizia delle stanze in veri e propri pianti sommessi. Purtroppo questo problema va ad invalidare notevolmente il gameplay, togliendo l’immediatezza altrimenti notevole del titolo e nascondendo il divertimento dietro un percorso di impratichimento.

Nelle prime fasi del gioco questo problema non complicherà di troppo le cose e lascerà gli spike di difficoltà alle ultime fasi dei dungeon o al late game stesso. L’assenza di impostazioni per regolare la sensibilità dello stick mette una pietra tombale sulla questione, riducendo il tutto ad un o ti abitui o cambi gioco. Il titolo nonostante questo è ancora più che meritevole di acquisto, grazie anche ad un rapporto qualità prezzo più che ottimo.

Dead End Job è, in conclusione, un videogioco roguelite perfetto per chi si sta avvicinando per la prima volta al genere. Il gameplay del titolo, una volta fatta pace con il sistema di controllo non perfetto (specie su switch) sarà in grado di coinvolgere il giocatore per ore e ore all’interno di un’  avventura piena di avversari da abbattere e di potenziamnenti da raccogliere. Moltissimi sono i contenuti proposti dal titolo all’interno del suo pacchetto, con moltissimi ambientazioni diverse da esplorare ed un grande quantitativo di potenziamenti da sfruttare per poter arrivare in fondo al pacchetto. Davvero pregevole il comparto artistico, debitore di un certo tipo di animazione americana che ancora oggi ha i suoi fan in giro per il globo.

Graziano Salini

Essere umano dotato di infinito nozionismo su cose di dubbia utilità, interagisce con il mondo dei videogiochi da quando ritiene di avere coscienza di sé. I punti forti del suo curriculum sono le oltre seimila ore passate sui moba, gli infiniti titoli conosciuti (e giocati) esplorando i meandri più reconditi della rete e l'indubbia capacità nel "flammare" con gentilezza il giocatore che ha davanti nella sua lingua natia. Dopo aver preso coscienza dell'esorbitante numero di ore passate su giochi in grado di danneggiare gli organi interni, il tizio raffigurato in foto ha deciso di comprarsi un computer normale e di tenersi aggiornato con le console dando frutto a lunghe sessioni di blasfemie e coccole davanti all'action adventure o al gioco di ruolo di turno, impazzendo davanti a enigmi dalle soluzioni lapalissiane o superando con scioltezza nemici dalla difficoltà aberrante. Nemico pubblico della punteggiatura e del bel scrivere, può vantare un lessico forbito da completo autistico derivato dai quintali di fumetti Disney letti in tenera età. Al momento sta aspirando alla santità aiutando tutto e tutti in missioni dalla dubbia utilità; aggiorna costantemente i suoi amici facebook sulla musica che ascolta (bella sopra ogni buon senso) e sui giochi che conclude, giusto per dare un senso ad account vecchi lustri.

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