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Omicidio Saman Abbas: Cassazione conferma ergastoli per genitori e cugini, 22 anni di carcere per lo zio

Una notte di primavera a Novellara. Una ragazza di 18 anni che sceglie la propria vita. Anni di ricerche, scavi, udienze. Oggi arriva la parola fine da Roma. E nel silenzio dei campi, resta la domanda che ci riguarda: chi ascolta davvero una richiesta d’aiuto quando arriva troppo piano?

Lo ricordiamo tutti quel nome: Saman Abbas. Aveva 18 anni, viveva a Novellara, in provincia di Reggio Emilia. La notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 scompare. Non lascia un biglietto. Non manda un messaggio. Sparisce nel buio di una pianura che sa custodire e nascondere.

Le indagini partono subito. Gli inquirenti raccolgono chat, movimenti, abitudini. Le telecamere mostrano figure tra i campi con pale e sacchi. È uno di quei dettagli che non dimentichi. Passano mesi. Poi, nel novembre 2022, gli investigatori trovano resti umani vicino a un casolare abbandonato. Il DNA e i rilievi odontoiatrici confermano l’identità. È Saman.

Ci sono storie che si incastrano in un Paese come spine sottili. Questa parla di libertà personale, di scelte intime, di pressione familiare. Saman aveva rifiutato un matrimonio combinato. Aveva chiesto aiuto ai servizi sociali. Era rientrata a casa pochi giorni prima di sparire. In aula, i giudici hanno ricostruito ore, spostamenti, telefonate. Hanno messo in fila tasselli fino a disegnare un quadro che molti hanno definito un omicidio legato al controllo sulla vita di una figlia. Fa male anche solo scriverlo.

Una vicenda che ha segnato il Paese

A scuola, gli insegnanti parlavano di Saman come di una compagna “testarda e brillante”. A Novellara, si sono fermati davanti a una foto con un fiore. Non serve retorica: qui c’è un dolore concreto, una comunità che ha visto le campagne trasformarsi in scena del crimine. Ci sono ragazzi che hanno imparato parole come “ergastolo”, “contumacia”, “ricorsi” senza volerle imparare.

A tre anni dai fatti, la Corte di Cassazione ha messo il sigillo finale. La Prima sezione penale ha respinto tutti i ricorsi. Ha confermato i quattro ergastoli inflitti il 18 aprile dello scorso anno a genitori e cugini. Ha reso definitiva la condanna a 22 anni di carcere per lo zio. Il dispositivo chiude il percorso giudiziario ordinario: non ci sono più appelli. Restano solo gli strumenti straordinari previsti dalla legge, rari e complessi.

Cosa cambia dopo la sentenza definitiva

Sul piano legale, una condanna definitiva significa esecuzione certa della pena. Per l’ergastolo, in Italia, i tempi sono lunghi e i benefici dipendono da molti fattori. La responsabilità penale è personale: ogni posizione è stata valutata e pesata in motivazione. Secondo le ultime informazioni ufficiali disponibili, la madre di Saman risulta irreperibile ed è stata giudicata in assenza: un dato che riguarda l’esecuzione, non la colpa già accertata.

Sul piano umano cambia altro. Una sentenza non restituisce ciò che è stato tolto. Ma riconosce un fatto, attribuisce una responsabilità, rimette i nomi al loro posto: vittima, colpevoli, comunità. E ci impone una domanda pratica: come preveniamo? Le risposte non stanno solo nei processi. Stanno nei centri antiviolenza, nei mediatori culturali che lavorano con le famiglie, negli sportelli scolastici aperti il pomeriggio, nelle forze dell’ordine formate ad ascoltare. Stanno nella fiducia che una ragazza deve poter riporre in un adulto qualunque, anche in noi.

La giustizia ha parlato. Le carte si archivieranno. L’eco, però, resta. E allora pensiamo a una sera d’estate sulla bassa reggiana: l’aria ferma, i canali, una bicicletta che passa. In quel paesaggio semplice, l’idea più rivoluzionaria è ancora questa: una giovane donna che può scegliere da sola. Siamo pronti a difenderla quando la sua voce è appena un sussurro?

This post was published on 15 Luglio 2026 16:02

Giorgio Di Egidio

Biografia di Giorgio 2

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