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Pubblicato in: News

Kenneth Law: il Venditore di Morte Online. Oltre 1200 Kit per il Suicidio Spediti in 41 Paesi, Inclusa l’Italia

Un uomo di sessant’anni, una cucina qualunque, pacchi in fila sul tavolo. Da lì, anonimi, hanno preso la strada del mondo. La storia di Kenneth Law non è solo cronaca nera: è una domanda sul potere oscuro di internet quando la disperazione incontra un clic.

Il caso di Kenneth Law

Il canadese Kenneth Law, 60 anni, si è dichiarato colpevole di 14 capi d’accusa per istigazione al suicidio davanti a un tribunale in Canada. Secondo le indagini, avrebbe inviato circa 1.209 pacchi in 41 Paesi. Tra i destinatari risulta anche l’Italia. Le autorità hanno poi oscurato i siti web da cui partivano gli ordini. È un caso che scotta: incrocia dolore privato, commercio online e buchi della regolazione digitale.

La gestione del circuito di vendita

Per mesi, forse anni, Law avrebbe gestito un circuito di vendita presentato come fornitura di articoli “innocui”, in realtà interpretati dagli inquirenti come kit per il suicidio. Niente dettagli tecnici qui: contano gli esiti, non i metodi. La procura canadese ha contestato a Law di aver consapevolmente incoraggiato persone vulnerabili a togliersi la vita. L’impianto accusatorio parla chiaro: confezionamento, spedizioni, assistenza via mail. Una filiera silenziosa.

La scala del problema

La scala è ciò che toglie il fiato. Oltre un migliaio di pacchi tracciati, 41 Paesi toccati, un’inchiesta internazionale che coinvolge più polizie. In Regno Unito e Nord America gli investigatori hanno collegato numerosi decessi ai materiali spediti da Law. Quanti, con esattezza? Non esiste ancora un conteggio ufficiale e univoco dei morti direttamente attribuibili: le verifiche sono in corso e ogni giurisdizione segue criteri propri. È giusto dirlo esplicitamente.

Un caso che attraversa confini

Questa vicenda mette a nudo una crepa nota ma ancora sottovalutata: piattaforme, pagamenti, logistica globale possono creare una catena perfettamente efficiente per scopi profondamente sbagliati. Le aziende tech spesso intervengono dopo le segnalazioni; la moderazione arriva quando ormai un circuito ha già fatto danni. Qui i siti sono stati spenti, ma troppo tardi per molti. È la solita rincorsa tra chi sfrutta le zone grigie e chi prova a richiuderle.

Il tema legale

C’è anche un tema legale. In Canada “consigliare o favorire il suicidio” è un reato preciso. Il mea culpa in aula non cancella la domanda etica: cosa rende un uomo un presunto venditore di morte online? Il bisogno di denaro? Il rancore? L’illusione di non essere davvero responsabile perché “si limita a spedire”? La cronaca non offre psicologie a buon mercato, e fa bene. Ma interroga tutti noi che viviamo nel perimetro digitale.

Che cosa resta dopo l’oscuramento

Restano i vuoti e una lezione concreta: intervenire prima. Allertare corrieri, marketplace, banche dati antifrode. Formare operatori dei servizi sociali su segnali d’allarme online. Tenere insieme prevenzione e tutela dei diritti. Soprattutto, riconoscere che dietro ogni “pacco” c’è una persona al bivio, non un numero di tracking.

La responsabilità quotidiana

Mi torna in mente quel tavolo di cucina, pieno di scatole asettiche. Le vedo come finestre chiuse. Quante, intorno a noi, attendono solo che qualcuno bussi dall’altra parte? Non è retorica: è una responsabilità quotidiana, minuscola e concreta, che comincia da un messaggio inviato in tempo, da una domanda in più fatta con cura. Perché certe storie, se intercettate un attimo prima, possono ancora piegare verso la vita.

This post was published on 30 Maggio 2026 16:01

Giorgio Di Egidio

Biografia di Giorgio 2

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